dal poemetto inedito La testa

la testa non abitua al fondo
                                                  e neppure
il resto ci permette di scavare
                                                      ma stare
come altri a sdraiarsi sulla bocca
                                                            no
non si può fare
                            che non c’è spazio di casa
che interessi
                       ogni stanza ha il suo loculo
spaventoso e basta se l’esterno
                                                         è libero
di girare per la propria traiettoria
                                                             asciutta
indenne 
               allora svegliati o àlzati correndo
porta l’acqua sul corpo come schiaffo
portalo e mischiati
                                   fuori se la testa
non si è ancora incastrata nei muri
che siano davanti ai fossati
                                                 le cinte
da scavalcare
                        oltre le quattro mura
che conosci
                     e rinunciabili

da distimie (quattro variazioni disarmoniche sul tono dell’umore)

gas, telefono, centomila rubli                                 sono solo
frazioni,
               quasi membrane lì fuori,                          non sanno
di ossidarsi
                    (della fatica con rottura)                      gli argini
e le piaghe
                   metalliche nelle catene                        di respirazione:
ancora ho
                  una bicicletta che dà spazi di manovra,
ma non prima di un esame                                    al cranio,
ai movimenti che può fare
                                               la mandibola se rotta,
due assi convergenti

non mai pensare a ciò che è stato                         calcolato, non
la posizione delle docce                                          nelle ossa, non
le anse
            che paiono nicchie, absidi                         per le infezioni,
non più nemmeno
                                 oltre le strutture,                    mai i nervi
in fasce,
               gli eventi sottoposti a una frattura

so ciò che penetra,                                                 ancora
oltrepassa la matrice
                                      e non è un balzo, una foto
in diverse posizioni, un cardine
                                                         delle incisure
che porta la continuità dei solchi,                      i tratti
di strada tolti                                                         alle automobili,
ma lo spazio giusto per fissarsi                         al manubrio,
mani ferme
                     all’impatto, a ciò che forse non precede

*

da altre oscillazioni

ora si cade
                  e il meno possibile è vedere                se questo crampo
che è quasi un corpo
                                     si apre ed è un ritorno che svela
il legamento
                       un nervo che si stringe e si allarga seguendo
lo spazio nascosto dalla terra
                                                    e così questo accade per tutti
un corpo si muove e se i tutti sono
                                                              milioni o sono vite
sottovoce cieli inferiori
                                          dove sono i soffitti e cosa portano
fra noi?

              solo una cosa nuova
                                                   lascia la propria lingua altrove
non si può avere traccia
                                           di segni sconosciuti accettare
la pietra come pietra
                                      il noto la statica le zone
morte come zone morte
                                           perché lì si entra
                                                                          dappertutto
e dove si esce se si esce
                                          ovunque si è solo luce trasversale

*

non siamo ancora al racconto, non stiamo a dirci che mezze misure
e poco altro                       in una volta è inverno anticipato, perché

c’era una volta la primavera e da sempre il ritardo è di ieri                 sono ore
lunghissime, a fiato corto sempre io, e loro più atroci, restando

internamente lievi eternamente sui bicchieri o fatte fuori dal ballo
e dal vaso             solo io, ci sono solo io e gli altri pure               mentre

altri ci saranno nonostante, uguali in questa confusione
non è un racconto       e non so dove andare a parare, che                     tutto

è troppo e la luce strilla e in nessun modo suona a vuoto
l’astinenza delle corse in cui si spera, sparata fuori dal mucchio

insperata attorno al proprio giro                       la smania non si accoglie
come fede e il solco sulle dita non si lascia                       e il tornio non si batte

sui cento metri o al filo della lama,                    perché gli spazii sono uguali,

restano chiusi in quarta allo stacco della mano                                          è come
se la schermaglia contenesse il salto del dire che                                       il resto

non è che uno, il racconto non è il resto,              uno è lo spazio che ci sbalza
per sempre l’incisione di una vita                           e allora torna sempre

al lavoro del tuo dire che non possiamo ancora stare qui se non possiamo
rimanere appesi ed entra in tempo ed entra qui prima che tutto si richiuda

 

Nota biografica:

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza, dove vive. Conseguita la maturità classica, è iscritto al Corso di Laurea Triennale in Lettere (indirizzo Moderno) presso l’Università degli Studi di Milano. Ha seguito il Corso di Poesia Integrata, nel periodo 2010-2011, sotto la direzione di Biagio Cepollaro. È co-fondatore e autore del blog Plan de clivage, incentrato su poesia e scritture sperimentali, e del blog Arsemicosis, dedicato ad elaborazioni grafiche e asemic writing. È autore del blog asemic-net e membro del collettivo di scrittura e blog di ricerca eexxiitt, avviati entrambi da Marco Giovenale.
Presenta alcuni testi da una raccolta inedita intitolata La testa ed altre poesie.

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