Albert Camus: Caligola c’est moi – Lisa Orlando

a cura di Lisa Orlando.

Gratuità dell’esistenza, realtà dalla quale (ineluttabilmente) fuggire, punto d’arrivo: tutto questo è l’Assurdo per Jean Paul Sartre; per Camus, invece, l’Assurdo è, in antitesi, il punto di partenza, e nasce nell’esatto momento in cui gli si dà vita, ovvero quando (per distorsione romantica?) si mantiene quella tensione febbrile, drammatica eppure necessaria, tra l’uomo e la sua stessa vita.

Di contro, mentre l’uomo sartriano, ravvolgendosi su se stesso, in un’angoscia di nauseante disfatta, si inabissa in una ragione vuota e inconsistente, l’uomo di Camus (in un allargamento di Cielo?) è volto a ritrovare se stesso e a spingersi verso una prospettiva donatrice di senso. Tra l’altro, la smania di impossibile, l’insaziabile apertura umana al trascendente muove l’uomo assurdo a oltrepassare i limiti del mondo e a spingerlo verso un’inspiegabile ricerca di nesso con l’Oltre.

L’uomo assurdo o meglio: il trionfo dell’assurdo (tragicamente) irredimibile, è efficacemente raffigurato in Caligola, opera teatrale (in quattro atti) elaborata da Camus in diverse versioni dal 1937 al 1958.

Il dramma inizia con il funebrismo di Caligola, egli cade in disperazione per la morte della sua amata Drusilla; tornerà a Roma dopo tre giorni di assenza con una nuova (infelice) coscienza. “Questo mondo così com’è non è sopportabile. Muoiono gli uomini, e nessuno è felice”.

Dunque, è dinanzi la consapevolezza di un destino mortale, dinanzi la “sanguinante matematica che regola la nostra condizione” che d’improvviso si manifesta il senso dell’Assurdo. La coscienza dell’Assurdo in Caligola, infatti, è destata proprio dalla morte della sua amata sorella. Dall’orrore del lucido specchio che giunge dal lato matematico dell’avvenimento sterminatore, si risveglia un nuovo “movimento della coscienza” attraverso il quale Caligola fonda quello scontro implacabile tra sé e la sua stessa vita.

“[…] Come poter continuare a vivere con le mani vuote quando prima raccoglievano l’intera speranza del mondo?“ Mettersi d’accordo con la vita. Fornirsi delle ragioni, scegliersi un’esistenza pacificamente riparata, non è per Caligola. L’intera speranza del mondo, generata dall’amore per Drusilla, improvvisamente si spacca, in un’aria di torbida meccanicità non sarà più possibile riconciliarsi con il mondo; l’uomo assurdo nel Caligola camusiano acconsentirà a una spietata lotta fra sé e la propria vita, fra sé e il mondo.

La fedeltà di Caligola all’Assurdo è assoluta, è drammaticamente irriscattabile; dare vita all’assurdo significa essere consapevoli della propria condizione di nessun illusionismo, di un destino senza più speranza.

“E’ ridicolo pensare che l’amore possa rispondere all’amore”; e dunque, dopo la perdita della sorella, ormai caduto in una disperazione inconsolabile, Caligola cercherà vendetta, in un malevole impasto di crudeltà e di desiderio funesto, cercherà colpevoli, sangue, vittime; bramerà la libertà e il potere assoluto.

“Voglio la luna”, esclamerà, nell’umana esperienza di apertura al’impossibile. “Il mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo”.

Ma la luna o meglio: il contatto con l’elemento naturale che gli annienti il tormento e lo riconcili col mondo non esiste, così come non esiste la libertà, e l’unica possibile è quella del condannato a morte, perché ormai tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere implacabilmente il suo sangue.

“Quando non uccido nessuno mi sento solo. I vivi non bastano a riempire l’universo e vincere la noia”; nell’inferno di criminosi delitti la tragedia ormai volgerà inesorabilmente al termine, e alla fine del quarto atto Caligola verrà ucciso; morente, singhiozzante, riderà – forse finalmente libero dalla dannazione.

Ci si chiede perché, dopo i testi di “Noces” (che avevano rispecchiato un Camus pieno di luce, celebrante gli sponsali dell’uomo con fiori e mare, assumendo la morte come armonica utile per render più sottili le gioie terrestri) sia succeduta, subito dopo, un’opera così tragica.

In realtà tra il 1937 e il 1942, dopo l’aggravarsi della tubercolosi, Camus dovette passare lunghi periodi in sanatorio. Lo choc della malattia gli procurò una pericolosa discesa negli inferi, e l’ossessione della morte divenne ineluttabilmente la dominante non più l’armonica, nella sua sinfonia. Il Caligola disperato, in lotta col mondo, in preda alla demonìa, altro non è che Camus nella gelida fossa di una malattia inaccettabile. Attraverso le parole dell’imperatore pazzo in realtà si esprimeva il dolore profondo e del tutto personale dello scrittore.

Tuttavia è bene menzionare che, nonostante la tragicità di Caligola, il polo dell’universo camusiano è stato, soprattutto, la ricerca della felicità. “Mi ci sono voluti dieci anni”, scrisse Camus nei suoi Taccuini, “per conquistare ciò che mi sembra senza prezzo: un cuore privo d’amarezza, E, come spesso accade, quell’amarezza che ho superato l’ho rinchiusa in uno o due libri. Così sarò sempre giudicato secondo questa amarezza che per me non significa più nulla. Ma è giusto. È il prezzo che si deve pagare.”

Mi sembra rigoroso affermare, a questo punto, quanto Camus, invece, seppe ben conciliare l’ossessione dell’assurdo, lo sgomento del nulla e della furia sterminatrice della morte, con la mistica della felicità sensibile. (Che possa sentirsi appagato, liberato d’ogni giudizio, se commemorato con queste sue parole? “Ho desiderato d’esser felice come se nella vita non avessi avuto altro da fare”.) 

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