Approfondimenti

15 poesie da "Banned"

Bianco che lava l’aria dal respiro
attorno al ceppo dell’impiccagione,
questi passi urlanti e senza terra
fermano il riposo del torturato.
Bianco ch’è stretto come un cappio
sul nero del mio bianco volto
sul nero del mio nudo volto
i profili degli alberi non lasciano
segno alcuno di carne e di carne.
Bianco e nero rotolano sul fango.

                                *               

E niente, niente, se neanche sei ferma,
a sorridere, no, del gorgo fermo
del sorriso, ma no, del gorgo fermo
del mio volto che sorride, non è
che la pozza, il volto no, né risciacquo
le mani del sorriso nella pozza
del volto, nel gorgo fermo, nel niente
che sorridi, di niente, nella pozza
di me che non sei ferma e non sorridi
sorridi e non ci sei, io non ci sono.

                                 *

C’è acqua nelle mie mani e le mani
sono asciutte, sull’acqua si è stretto
il tempo di una lunga radice di mani
aride, più grandi dell’acqua,
più grandi della notte in cui sorride
il tempo di chi implora una forma,
non l’acqua, il nutrimento,
l’inedia della forma che innalza
un occhio d’acqua, un trofeo di sete
ignorato dalle bocche.
Sotto il trofeo di sete c’è un ventre
che è tavola alle bocche senza fame
e senza sete, c’è un ventre che trema
per una bocca,
per una bocca aperta.

                          *

Strappo ogni nome dal tuo ventre
ed è bianco da violare a tentoni
con la bocca bianca in cui dimora
la bocca bianca dei nomi e del rosso
come una palude in cui affonda il mare,
le mani navigare dentro il volto
perché il sangue possa approdare
al nome fermato dal bianco,
al fango che ingoia le mani.

                                 *

Ogni addio aggiunge verità
alla verità senza verità delle cose,
ne compromette la proporzione.
Vendo coltelli agli inoffensivi
offro braccia ai vermi, offro porci
ai giardini della nudità invano.
Non voglio che un solo addio
formi la pace di un solo mio sguardo,
che un solo addio fermi il tuo volto, il vento
pagato con i numeri dei morti.

                                     *

C’è una carne ubbidiente a sè,
la sua libertà è se stessa.
Ma la libertà è la carne del servo.
La carne ubbidisce a un corpo
come la notte si offre arrendevole all’alba.
Ma la carne è dentro il corpo come un cancro.
Tra la carne e il corpo fluisce l’evanescenza
dei limiti della carne e del corpo.
Ma io voglio che vi sia palude e mondo
tra il sangue e l’arteria.

                                               *

A te il tuo, a me il mio.
Tu possiedi il corpo, io nel suo buio
la carne. Non che l’argento che sbavo
ayant peur de mourir lorsque je couche seul
emerga a riconoscerti, a strapparti
la tunica della tua laterale
nudità: la carne è un centro senza
spazio, il corpo è un lato centrale
e non vi è che una nudità fuggente
che trema sulle labbra morte del vivo
be•m degra de chantar tener.

                                             *

Uno shibbolet per aprir parola
al suo tanfo, I rossa, rire des lèvres belles,
il coltello rosso della mia I,
il rosso, il rosso quasi nero
di melanconico orgoglio
corpo che sente il suo disapparire
mostrandosi nell’altro, nel suo essere
nulla, se il suo permanere nel nulla
nell’altro, nell’essere, fluisce in tutto
ciò che, non fossimo morti, saremmo
stati, eppure essere, essere a mura
di bocche e shibbolet. Lunare nulla.

                                           *

Il giudizio di Dio sulla mano 
in cui, vigilato, boccheggia il desiderio
a produzione e riproduzione
di sè, la mano che sa di gettare
la propria finitezza all’infinito
della finitezza. Vi è un inferno
di preghiera che sentenzia il bambino
della mano che gioca col mio rischio,
con il riso di una faccia attaccata
al vetro, e al riso che la deforma
sotto la mano aperta che ora è
il giudizio di Dio.

                                          *

Phobos kai tromos sulla nudità
del desiderio, ma contro la volta
dell’essere, ma sotto la sua volta,
lo sguardo di pericolo e di fede
contro il riposo e l’attesa. Lo sguardo
non ha nome, la nudità è forma
e potenza dell’in nomen , castigo
e ricompensa dell’essere osceno,
estraneo alla scena del nome, ed occhio
del nome inchiodato alla nudità,
machina ex deo dei tempi morti, morti,
e la mia testa non è la mia testa
sulla mia nudità.

                                              *

La chair est triste ma gli occhi dall’immagine
e nell’immagine proliferati
sanno fiorire nei nomi il cui ritmo
forma il mio volto di morto Tiresia.
Ho giurato di non tacere più
il mutismo che ad ogni mio respiro
ricade sul respiro successivo,
la cecità senza numero
delle mani.

                                             *

Cercando senza volontà qualcosa
come in un gioco senza verità
nessuna mano inchiodata al suo nudo
può estrarsi dal suo nudo il chiodo
tutto il sangue liberato in vena
è l’ozio è il nudo è lo spargimento.

                                                  *

Jehovah’s Finger wrote the Law
la nudità che è furia nella mano
fino alla sommissione di ogni ventre
e mosche come indifferenza e rabbia
l’una e l’altra maggio dei soli morti
l’acciaio del dolore il rosso del pericolo
e la voce, la voce sotto il sole
la voce che succhia la nudità
dei morti.

                                             *

Uno strato di tempo azzurra cifre
e origini che verranno in mano
come uccelli a beccare il pane bianco
che è la mano. Il cielo si abbassa e rompe
ogni bianco della mano
la misura del cielo è questa mano
nuda.

                                                 *

Addio più chiaro di questo mio bere
l’orina che nell’alba necessaria
vincola Dio al mio ventre, dà la luce
agli escrementi con cui scrivo Dio
sui muri eretti dai miei sputi e ride
argentina colpendo la mia faccia
dal tuo ventre che la lava e che ride
nell’orina più chiara e necessaria.
E tengo in bocca l’addio, e che nessuno
in me separi seme da escremento
Two loves I have, of comfort and dispair
non dico addio neppure a chi lo ascolta.

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