Approfondimenti

ALBERT CAMUS A MARIA CASARÈS 3 (1949)

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Albert Camus a Marìa Casarès

Lunedì, ore 10 [7 marzo 1949]

        Caro amore mio,
da sabato sera mi girano in testa idee crudeli e immagini ancora più crudeli. Ieri mattina, avrei voluto telefonarti da Bourget. Ma erano le dieci e avevo paura di svegliarti. Ieri sera, sulla strada di casa avrei voluto scriverti. Ma era tardi, ero stanco e temevo di lasciare troppo spazio al lamento. Vorrei che tu fossi vicino a me, col cuore, in questo momento, ecco tutto quello che vale la pena, dopo tutto, di dire.

        E la cosa migliore è farti un resoconto del mio piccolo viaggio. Questa è una lettera che resterà senza risposta e che può felicemente sottrarsi dall’essere personale. Eh! bene, così sia! Ho trovato Londra sotto la neve e assolutamente deserta, era domenica. Ero atteso da Dadelsen che è un vecchio amico e dal regista accompagnato dai suoi due interpreti, una Cesonia potabile, e un Caligola di cui ho incidentalmente constatato la somiglianza con un gelataio (sai, quelli nei chioschi). Dopo questo, un ristorante greco, dove ci siamo buttati sulla cucina greca, che è cattiva, preparata all’inglese, che è peggio. Sono passato all’hotel, decente, per riposare il mio stomaco torturato. Pensavo con nostalgia al Granada il cui chef è un virtuoso, rispetto agli avvelenatori di Londra. E poi, le prove. Il teatro è come ci si aspetterebbe alla Villette. Ma è d’avanguardia.

        Là, ho avuto alcune sorprese. Scipione aveva una malformazione della colonna vertebrale che gli donava un’aria da ritardato. Il vecchio senatore aveva una mano paralizzata. Cherea indossava una toga ciliegia. Cesonia un vestito Folies-Bergère che le scopriva le gambe in trasparenza, fino al delta delle delizie (come nelle Mille e Una Notte). C’era sul palco una statua in piedi di Pericle, che guardava da due tre metri e uno specchio ovale, venuto da Barbès, in stile metropolitana/ stile Guimard. Su di esso, moltissimi drappeggi. La Roma dei cesari era stata arredata e abbigliata alle porte di Saint-Ouen.

       Iniziamo e comincio a capire che tutto torna. Caligola, se non fa il gelataio nella vita comune, deve essere un commerciante di spiedini sul boulevard dei cacciatori a Orano, o un rappresentante di spazzole del boulevard Voltaire, o una guida speciale nel Barrio Chino.
L’imperatore byroniano mi arriva alle spalle, ha i capelli ricci e bisunti, visibilmente sudato, e pancione. È Nerone, dopo un banchetto alla vecchia maniera. Ha fuoco ma nessuno stile. Recita a braccio, come si dice, e questo significa che non capisce una parola del testo. Con ciò, essendo greco, ha un accento di cui Dadelsen mi dice che è sorprendente.

        Da lì in poi, ero convinto di essere rassegnato a tutto. Che ingenuo. Non avevo previsto i balletti. Perché ci sono dei balletti. Quando Caligola prende la moglie di Lucio, perché la natura ve lo spinge, tre ballerini, metà abissini, metà francescani, imitano l’amore sulla scena, scelgono trentadue posizioni. Si afferrano per le cosce e, con le spalle girate, si strofinano le chiappe, l’uno contro l’altro. Al secondo atto, Caligola in Venere balla un balletto con gli stessi fanti (immagina il mercante di bignè che balla con le tette finte) e si fa sculacciare dall’onorabile compagnia. Questo colpo mi ha steso e sono andato a bermi uno scotch. Ma non era più l’ora e non c’era che del caffè che ho bevuto per dimenticare e questo mi ha impedito di dormire una metà della notte. Per finire, mi hanno riportato al ristorante greco, questo mi ha impedito di dormire l’altra metà della notte. Sono riuscito a dormire un’ora, sognando balletti mostruosi dove figuravo con il re George VI. La cosa forte è che martedì sera una sala di ambasciatori e donne di mondo sarà convocata per assistere a questi ardimenti molto francesi e per farsi un’idea del teatro di Parigi. Ci sarò, sognando solo una cosa, scomparire fino all’ora del volo.

       Sogno qualcos’altro, naturalmente, ma aspetto il mio ritorno per dirti: il mio rapporto è concluso. Ogni volta che ti lascio ho un’angoscia e un tremore nelle profondità del cuore. Dove sei? Dove sei, amore mio? Tu mi aspetti, vero, come io aspetto te, con la stessa forte e lunga fedeltà, con paura e certezza. Ci sarà un mare tra di noi fino a domenica. Ma è veramente come se ti avessi portato con me, tu non mi hai lasciato. A mercoledì, mia cara. A presto, porto, partenza, preghiera, pane, piroga… ti bacio, ti stringo a me…

A.

Soggiorno al Basil Street Hotel. Knightsbridge London. Ma non avrai il tempo di scrivermi. Arrivo.