Approfondimenti

ALBERT CAMUS A MARIA CASARÈS 8 (1950)

Albert Camus à Maria Casarès

Albert e Francine e Michel

Martedì h 15 [24 gennaio 1950]

Oggi avevo un bisogno quasi fisico della tua lettera. Come si ha bisogno di un’ancora a cui aggrapparsi. Fortunatamente, la lettera era proprio come me l’aspettavo e il mio cuore si scaldava leggendola. Ho passato una notte orribile, insonne e mi sono svegliato di pessimo umore, disgustato da tutto e da me stesso, col cuore triste insomma. Il giorno era buio e freddo. Questa terra così luminosa nella luce assumeva l’aspetto di una banlieu parigina. Sono sceso a Grasse con Michel [Gallimard] che voleva fare riparare la sua macchina. Mi sono fatto tagliare i capelli e poi siamo rientrati. L’angoscia rimontava tornando. Sembrava che i brutti giorni del Brasile stessero per riproporsi e che solo la tua presenza potesse salvarmi. La tua lettera mi ha almeno prestato soccorso. È dolce e carezzevole, e ho capito che era la tua tenerezza che mi mancava e che desideravo. Era lì, devota, e ho avuto un grande slancio di gratitudine e di amore che mi spingeva a te.

Vorrei raccontarti anche la mia giornata a partire da ieri. Ma non c’è niente da dire. Sempre le stesse giornate che si trascinano lentamente, l’una dietro l’altra, verso questo lontano traguardo a cui non cesso di pensare. Sì, è difficile aspettare. Ancora più difficile è aspettare senza essere liberi di essere quello che si è. Non so se tu capisca quanto sia arduo, odioso, estenuante, vivere con riserva, non poter essere naturali e abbandonarsi. Io non posso esserlo con F[rancine] che non lo è con me. E su tutti i nostri scambi, i più semplici, aleggia un profondo silenzio. Su ogni altro piano della mia vita mi proibisco e proibisco agli altri qualsiasi ambiguità. E su quello, importante in tutto, vivo un puro equivoco. Lo ammetto e lo sopporto quotidianamente per il nostro amore. Ma ci sono ore e giorni, soprattutto quando le circostanze mi rinchiudono in questa vita, in cui ho voglia di scoppiare, in cui mi dico «bisogna parlare - a qualsiasi prezzo». Ogni volta che faccio lo sforzo di dominare questa esplosione, la domino. Ma al prezzo di una terribile stanchezza dell’anima. Certo, non dura che un momento. E se te lo scrivo, è perché tu non ignori nulla del mio amore, anche nelle sue rivolte. In tutto ciò, c’è solo questo amore a tenermi in piedi, che mi salva da tutto e che mi fa vivere. Non portarmelo mai via. E perdonami se ti infliggo ancora questi stati d’animo e vani fantasmi. Mi sono commosso fino alle lacrime vedendo che ti scusavi per la laconicità (relativa) delle tue ultime lettere. Ero certo del tuo amore e questa siccità non mi pesava per me, ma per te, a cui pensavo con tutta la mia tenerezza. Sii quello che sei, non tormentarti per scrivere più di quanto tu non senta. Se una notte la fatica è troppo grande, non scrivere. Non vivo che delle tue lettere ma vivo soprattutto della tua vita. Ora che siamo certi di noi, mi sembra che potremmo essere almeno naturali. Questo totale abbandono di un cuore all’altro, questa calma pienezza dell’anima, sono almeno la nostra vittoria e la nostra ricompensa. Vedi che non ho mai esitazioni a parlare di quello che penso e posso farlo solo perché mi hai fatto scoprire una gioia sconosciuta, quella delle radici, del terreno comune, dell’unione indissolubile. Oh amore mio, non combattere con i cliché, vivi, sii bella, scrivi quello che il tuo cuore nel momento ti detta. Ci sono delle cose di cui non dubiterò più. Questa lettera è un po’ triste, tuttavia sentirai la gioia che mi porti e che mi sembra parli senza tregua del mio amore. Ti amo e ti aspetto. Scrivi, racconta, di’ tutto il tuo cuore. E aspettiamo insieme con fiducia questa ora, questa notte, infine questa vita, felice ed esultante. [...]

A.