Approfondimenti

Alla c.a. Professor Elio PAGLIARANI c/o Sua Sede Attuale

a cura di Silvia Longo

Alla c.a. Professor Elio PAGLIARANI
      c/o Sua Sede Attuale

OGGETTO: Quanto di morte noi circonda e quanto
                       tocca mutarne in vita per esistere
                      è diamante sul vetro.

 Stimatissimo Gentilissimo Signore
(è ancor poco, poi rivedo, poi ricopio tutto in bella),

La presente per esprimere, sincero, il mio cordoglio
(troppa forma, troppa scuola, ma senza fantasia come immaginare di commuoversi?).
Sentiremo la Sua mancanza. Già si sente, dopo un mese.

Se si diventa grandi quando s’allungano
le notti, e brevi i giorni
ecco ci sono dentro,

specie ora che Lei se n’è andato.
Sarà che c’è sempre stato, prima ancora che mio padre non fosse,
- poi nemmeno lo ricordo, quasi fosse mai esistito – perché a Lei devo la vita.
(Strano questo entrarmi in testa, ero io la sua creazione.)

I Germani di Tacito nel fiume
li buttano appena nati,

invece, accanto al fiume, Lei ci ha messo la mia casa, ha inventato la mia vita,
il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che
[cammina
i camion della frutta di Romagna.

Mi ha formata sulle righe, e poi a scuola
la serale
di faccia alla Bocconi,

mi ha trovato anche un lavoro,
primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo.

(Custodisco ogni parola, ogni frase di dettato,
svogliata sì, ma sveglia, sempre pronta a imparare:
nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
).

Lei lo sa, perché Lei c’era, che non era mica da bere, Milano,
sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue,

favoir faire con chi sta in alto
- certo, questo resta uguale -
la Milano da abboccare,
bacia-anello e riverenza oplà, con grazia!, esercizio a farsi proni)

(Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate)

Poi la sera ecco le lune
di Giove sopra i fili del telefono, il viale
sarà tutto magnolie e i giardinieri
avranno un gran lavoro,

poi la sera, prendi il tram
fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca
magari ti blocca col gomito
ma non ti lascia cadere

(non capivo in molti sensi, mi sarei voluta fermare)

poi la sera corri a casa, poi la sera a casa mamma:
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.

(mi sarei voluta sparire, stavo in stallo e senza porto, stavo dentro, stavo male)
(Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona)

(Lei mi avrebbe potuta fermare, cancellarmi dalla righe, forse un’altra nel suo libro, forse un ‘altra)
all’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
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le nove di mattina.

E così, per continuare, per restare nella storia, ho creduto alla bellezza dello scopo,
se lo trovi nel da-fare,
c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.

Ma succede qualche cosa, ti succede nella testa,
e poi niente è uguale a prima, o sei tu che hai messo gli occhi,
c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto.

Negli uffici s’imparan molte cose
ecco la vera scuola della vita
alcune s’hanno da imparare in fretta
perché vogliono dire saper vivere.

Negli uffici si imparano le calze nere e il rossetto. Salutare a testa alta. Qualche frase quando serve. Prese in prestito, o non so.

Sagome dietro la tenda
Marlene con il bocchino sottile
le sete i profumi i serpenti
l’ombra suona un violino di fibre
di nervi, sagome colore di sangue
blu azzurro viola pervinca, sottili
le braccia le cosce
enormi, bracciali monili sul cuore
nudo, l’amore
calvo la belva che urla la vergine santa
l’amore che canta chissà
dietro la tenda
le sagome.

Pensavo peggio, forse, pensavo.
Forse era Lei a pensare per me.
Se esistevo e se tuttora, se non siamo tutti a fingerci qualcosa.

È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

Non lo so se l’ha trovato questo scampo, mio Signore,
Lei che prende ormai commiato, che mi lascia qui da sola, dentro il mondo che mi ha scritto.

Se mi avesse cancellata o fatta altra, non sarei

per sempre

(sua)

Carla Dondi fu Ambrogio di anni
Diciassette,

Mio Autore.