Approfondimenti

Camus - Casarès 18

sessantasette anni fa, precisi

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6 giugno 1952

 

Che il mio amore ti protegga durante quest’ottavo anno del nostro viaggio!

Ti invio tutta la mia tenerezza e la mia gratitudine.

A.

 

venerdì 1 agosto 1952

Mio caro amore,

sono arrivato ieri sera dopo un viaggio ordinario, vale a dire monotono e stancante, ma senza imprevisti. Da ieri, ho dovuto sistemarmi in questo dongione che in realtà è miserabile e fatiscente, e dove manca tutto.

C’era il sole stamattina, pioggia nel pomeriggio. Ma ho passato la maggior parte del tempo a combattere contro una terribile tristezza, che avrei voluto sconfiggere almeno per scriverti stasera.

Decisamente, non va. Non è solo questo imbarazzo doloroso che ho nel lasciarti, anche solo per un po’. È qualcosa di irrimediabile, che mi tocca alla radice, nella fiducia che riponevo nella vita, in me stesso, negli altri. [...]

Che cosa mi sta succedendo, cara? Non ho mai provato qualcosa di simile. Non ho considerazione di nulla, non credo in nulla, né in me, né nella vita, non ho gusto per niente. […]

Tutti quelli che ho incluso nella mia vita mi fanno sentire come io sia capace di poco amore. Anche mia madre, che mi ostino a mettere al di sopra di tutto, dobbiamo riconoscere che non ho niente da dirle, e che mi annoio, talvolta, con lei. E come sono infelice nel sentirmi così povero d’amore.

Queste sono le cose che sento qui mentre mi occupo convintamente di ciò che non mi interessa, sostenendo conversazioni che ascolto a malapena. […]

È per questo che ero così sensibile a tutto quello che ci toccava negli ultimi tempi. Avevo bisogno di te, che la tua approvazione si sostituisse alla mia, bisogno di sapere che un essere almeno sarebbe restato con me in ogni circostanza, qualsiasi cosa fosse accaduta, e mi avrebbe amato meglio di quanto io oggi non ami me stesso.

Ed era sufficiente una distrazione, una stanchezza perché mi sentissi colpito, benché io abbia sempre saputo quanto tu fossi esausta e limitata dal tuo lavoro. Era davvero il momento sbagliato per scegliere di lasciarti. Non ho mai avuto così tanto e profondo bisogno di te. […]

Domenica andrò a cercare Francine e i bambini a Valencia. Ho voglia, è la sola volontà che sento viva, di rivedere i miei piccoli. E proverò a lavorare.

Questo paese è sempre così triste. Ma è silenzioso. L’unico cambiamento è una grande abbondanza di rospi che al crepuscolo invade tutte le strade. I grandi e vecchi alberi del parco sono sempre belli e rilassanti.

Spero, amore mio, piccola mia, che il tuo viaggio non sia stato troppo penoso. Goditi il mare che preferisci. Ho il rimpianto lancinante di non essere lì vicino a te. Ma non tenere conto di quello che ti dico, né di questa lettera. Rinfresca salute e coraggio, mi aiuteranno in quanto ti aiuteranno. È per una vecchia abitudine ad aprirti il mio cuore che lo lascio parlare anche quando è nero.

Che cosa diventerei se tu non scrivessi? Che cosa diventerei senza di te? Sono stanco, ecco tutto. […] Eri triste, sapevo di averti amata male per tutto questo periodo. Avrei dovuto aiutarti meglio, pensare meno a me. Ma ho fiducia nella tua meravigliosa forza di vivere. I tuoi dubbi se ne andranno nelle onde, sarai di nuovo la mia conquistatrice. […]

 

Sabato ore 12:00.

Ti invio questa lettera idiota e indecente, perché l’ho scritta […] Cara, ti penso con tanta felicità quando mi dico che sei nella mia vita e che non te ne andrai mai.

 

lunedì 15 dicembre 1952

Mio caro amore,

ti scrivo da Laghouat dove sono arrivato ieri dopo una lunga escursione per gli altopiani e l’Altlante sahariano in un paesaggio monotono e affascinante […] Laghouat è una bella oasi, ovvero un grande villaggio dalle abitazioni piatte, con le pareti gialle e bianche, circondato dalle palme verde scuro, addossato alle ultime contrafforti consunte dell’Atlante sahariano, al limite dell’immensità che gli si stende davanti […] Il problema è che mi sono buscato qui una piccola bronchite, irritato ulteriormente dalla sabbia di cui il vento è carico. Perché fa freddo nel deserto, anche molto freddo. Stanotte, c’è stata una gelata. E devi immaginare un vento insieme ghiacciato e polveroso. Brucia il petto, attraverso diversi strati di abiti, e scricchiola sotto i denti. Invidio in questo momento la folta pelliccia delle tonache che indossano qui gli arabi. La mia pelle e i miei tre maglioni non mi proteggono granché.

Fortunatamente, il vento si sta calmando un po’ stasera. E domani, per cavalcare sulla linea dritta e monotona anche attraverso 200 km di steppa, avrò la luce fissa e fresca che avevo ieri, una luce straordinariamente pura e precisa, come un’acqua trasparente che scorra per illuminare i meravigliosi colori che prende la terra. Rivedrò anche le tende nere dei nomadi, poveri e imponenti, che amo. Mi sento di appartenere un po’ alla loro razza, mai veramente fisso in un punto della terra eppure non amando che questa terra così povera e spoglia.

Pensavo anche a te, mia emigrante, mio amore! […] Sono qui solo, dove non conosco nessuno e sono contento di riprendermi un po’ in mano. Dopo questo, potrò tornare da te, dalle tue lettere che mi attendono ad Algeri, e spero di renderti più felice e di esserlo allora anche io.

Mi sono chiesto per un momento, e l’hai sentito bene, se tu non avessi smesso di amarmi un po’, se non stessi andando verso un sentimento più distaccato, meno caldo, ne sarei davvero triste, a modo mio almeno, che non è esaltante. La sofferenza per me è sempre triste, non ne ho il talento. Ma tutto si rimette a posto, vedo meglio quanto già sapevo, la tua vita difficile, quella ancora più difficile che è la nostra e anche il compagno estenuante che posso essere. E capisco che tu non mi abbia mai dato tante prove d’amore quante in queste ultime settimane in cui ti trascinavi a fatica. Perdona colui che ti ama. Perché ti amo da così tanto tempo che non so distinguermi più molto bene da te, a volte ti vedo a malapena, come se stessimo avanzando nella notte, la tua mano nella mia. Non lasciare questa mano, ecco tutto, e viviamo per come è il nostro amore. Tutto quello che devo fare per quanto mi concerne è non lasciare indurire in me la parte libera e fresca da cui sgorga tutto il resto. […]

Arrivederci, mia piccola nomade che oggi interpreti il ruolo stanziale, mi domando cosa tu stia facendo, vorrei stendermi accanto a te e ascoltare stanotte i levrieri degli arabi e il vento tra le palme, ti bacio […]

 

venerdì 19 dicembre 1952

Mio caro amore,

sono tornato ieri sera dal sud, stanco del duro viaggio, ma con la testa piena di immagini calde e il cuore ricolmo di quello che ho visto e amato laggiù. Avrei dovuto scriverti già ieri sera, per farti condividere i miei ricordi e anche per rassicurarti circa la mia disinvoltura. Se tu avessi visto il mio panico quando non ho trovato nulla di tuo, mentre verificavo che non mi avessi scritto per dieci giorni, e mi gettavo sulle carte per scrivere il telegramma dei naufraghi, ti saresti tranquillizzata circa le gioie colpevoli che trovo nell’assenza. Finalmente il portiere dell’hotel mi ha portato un pacchetto dimenticato e vi ho trovato le tue due care lettere. Ho riso di gioia leggendole […]

Non indignarti per le mie gioie lontano da te. Sono le gioie del convalescente, segrete e lunghe, che divido con te. La vita che conduco a Parigi mi strema e mi sterilizza. Non ne potevo più e temevo di colare a picco fino al momento in cui non avrei più potuto essere certo del mio amore senza sapermelo godere e vivere. Sii indulgente con i miei fallimenti. Se non ci fosse che il mio lavoro, per come lo vivo io almeno, basterebbe a distruggermi.

Ma in tutto questo io non ho mai pensato che al nostro amore e la mia unica volontà è stata di mantenerlo al di sopra di tutto il resto e di renderti, per come potevo, felice. Sì, amore mio, piccola mia, mia amata […]

Stamattina ho ricevuto il mio corriere a “d’affari” e l’ignobile Parigi è risorta. Ti risparmio i dettagli, Arts ha pubblicato la mia prefazione a Wilde senza permesso, mentre stava per uscire nella rivista degli amici di Char, gli Zervos, i miei amici “politici e letterari“ mi sconsigliavano di pubblicare il Post Scriptum, l’Hummanité mi insulta di nuovo eccetera. Non posso avere pace? Darei di tutto per vivere qui, in qualche luogo simile, con te. E quando dico che rimpiango il sud, e il mio bel deserto, intendo dire che lo rimpiango insieme a te, come l’ho amato insieme a te.

Ma ora devo chiudere. Ecco i miei piani definitivi. Partirò lunedì per Orano, dove resterò due o tre giorni, mi imbarcherò poi per Marsiglia, e andrò a incontrare Marcel a Nizza. Ritornerò con Michel Gallimard in macchina. Bisogna quindi che mi aspetti tra il primo e il tre gennaio. […]

Fino a giovedì potrai scrivermi al Grand Hotel di Orano. Poi, ti telegraferò. Di’ a Pier [Reynal] che gli risponderò.