Approfondimenti

Camus - Casarès 20

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6 giugno 1954

Su questi dieci anni io scrivo il tuo nome, amore mio.

Dopo dieci anni, quando mi rivolgo alla vita, con rimpianto o speranza, è attraverso il tuo nome.

Chi ringraziare se non la vita, e tu, di tutto il mio amore!
 

Lunedì 4 ottobre 1954, ore 11:00

Mio bene, mia cara, mio dolce pensiero, ho trovato, nel mio ufficio, i tuoi due “Troyennes”, dal cuore tenero, e così deliziosi che non ho nemmeno avuto la forza di biasimare la tua dissolutezza.

Ci sono stati giorni bellissimi da sabato e mi piacciono abbastanza il mio studio, la terrazza fiorita e il cielo.

Fuggo così dalla schiavitù in cui mi trovo. Perché la strategia nevrotica di Francine sembra chiarita: non fare nulla insieme a me ma immobilizzarmi, neutralizzarmi, assolutamente. Mi arrendo perché non ne è responsabile. E io voglio evitare il peggio e renderle la possibilità di vivere, se ci riesco. Ma è evidente che devo trovare il modo di vivere anche io, e di essere. Sto per partire, senza entusiasmo, tu non ci credi, ma sono contento di ritrovare un po’ di solitudine. Al mio ritorno, a fine settimana, cercherò di organizzarmi.

Sono felice che Pape bafué abbia avuto successo. Ne avrai avuto tu il merito, perché l’incredibile organizzazione della pièce, e la loro stramba interpretazione non potevano aiutarti. Ma in questo smisurato universo di Claudel hai introdotto la giustizia, la chiarezza appassionata, l’emozione esatta. Ho molto ammirato il modo in cui ha interpretato il ruolo fino a condurlo alla tragedia finale. Eccoti padrona della tua arte […]
 

5 ottobre 1954

 
Mi è molto difficile, pensiero mio, scriverti in questa casa sovraffollata e dove tutti entrano ovunque. Persino di notte la porta della mia camera resta aperta, in caso di indisposizione, o di allerta. Ti invio dunque due righe a Belfort per raggiungerti, accompagnarti un po’, raccontarti l’infelicità di Parigi senza di te […]


eccezzionale nevicata di Torino del 1954

Torino, 25 novembre 1954

Mio caro amore, mi rendo conto di doverti scrivere oggi se voglio che tu abbia almeno due righe prima della partenza per le mie Afriche. Io me ne sono andato da Parigi l’altro ieri sera, felice di farlo, ma così stanco degli ultimi giorni che non ne ho davvero assaporato la gioia.

Ho provato a dormire. Nel bel mezzo del breve sonno, l’idea che stavo tornando mi ha risvegliato più volte. Verso le sette del mattino, ho realizzato che eravamo arrivati, ho sollevato gli scuri e sono stato colto da una risata: un magnifico paesaggio polare si stendeva di fronte a me e stava nevicando a falde larghe. Dieci ore più tardi stava ancora nevicando su Torino, e di nuovo tutto ieri. Sono andato a vedere il Museo Egizio, la sola forma d’arte che qui valga la pena, e le mummie senza bende erano surgelate e raggomitolate. Dovevano stare sognando le loro sabbie calde. E anche io. Sempre sotto la neve, sono andato a visitare la casa dove Nietzsche impazzì dopo avere scritto i suoi ultimi lavori. E poi sono rientrato, un po’ scoraggiato. Genova e Roma non mi riserveranno una sorte migliore. Tuttavia c’è già la cortesia italiana a deliziarmi, sempre. Si sottolinea così qui il perenne cattivo umore dei francesi. Torino è una città spaziosa, anche sotto il cielo grigio. Mi piacciono le sue strade lastricate, la sua aria di aristocratica noia. Ho appena tenuto una conferenza stampa, domani il mio congresso sarà in un bel teatro dalle logge settecentesche, come l’amava Stendhal che ne parlava tanto bene. Gli italiani sono già belli, nonostante la neve. Anche le donne anziane hanno un bel viso qui, e mi toccano. Bon. Esco. Mi hanno sistemato in un palazzo che mi annoia. Stamattina non nevica più ma è grigio e nebbioso. Camminerò sotto le innumerevoli arcate della città, fino al Po […]

Amami, sta’ certa del mio cuore e dei miei pensieri e dimmi che presto ci sveglieremo insieme in Sicilia, sotto drappi di mare e di schiuma, e con la bocca piena di luce […]

A.

Roma, 2 dicembre 1954

Mio caro amore, che succede? Senza il telegramma ti avrei persa e non ti immaginerei nemmeno più, separati l’uno dall’altro per molti giorni di fila e da universi.

La mia lettera da Torino sarebbe dovuta arrivare per tempo. Dopo, non ho davvero potuto scriverti, perché quattro conferenze, in cinque giorni, in quattro città diverse, costituiscono una prova piuttosto impegnativa. La neve a Torino, la nebbia e pioggia a Milano, le piogge torrenziali a Genova (ma ho ritrovato la città che avevo amato, luminosa, fresca, opulenta) e, il primo giorno a Roma, il cielo grigio mi hanno impedito di rimpiangere troppo il tempo perso in questi impegni. […]

Ma ora ho la mia ricompensa. Perché c’è bel tempo e sono a Roma. Ho lasciato il Grand Hotel in cui mi avevano alloggiato e che somiglia a tutti i grandi magazzini del mondo. Mi sono sistemato in una pensione che si affaccia su Villa Borghese. E ho una camera con terrazza dalla vista ammirevole. Ogni volta che guardo dalla finestra mi si stringe il cuore per tanta bellezza. Cammino tutto il giorno, in visita o meno, amo e ceno con gli scrittori italiani che sono miei amici (Chiaromonte, Silone, Piovene, Moravia). E prima di addormentarmi sogno sulla terrazza davanti ai giardini.

Amo questo popolo, questo cielo. Mi ritrovo qui, come a venticinque anni, quando vi scoprivo, letteralmente, cosa fosse l’arte, e che cosa avesse di inseparabile con la vita. Credo che con un po’ di fortuna, potrei trovare qui la forza di cambiare vita. Perché è necessario un cambiamento, in una maniera nell’altra e c’è una miseria che non voglio più. Nell’attesa tengo sul cuore Roma e le sue fontane. La settimana prossima partirò in macchina con Chiaromonte per Napoli e Paestum. Non spero di riuscire a lavorare qui, ma di rifarmi il cuore di cui ho bisogno per riuscire a lavorare di nuovo.

Roma, 12 dicembre 1954

Mio caro amore, ecco la mia ultima lettera dall’Italia. La invio a Casablanca perché ho paura che non ti raggiunga a Marrakech. Sarà comunque breve. Sono rientrato l’altro ieri dalla spedizione nel sud. Questa parte del mio viaggio è stata rovinata da un raffreddamento che mi ha tenuto a letto quasi per due giorni a Napoli e che mi ha lasciato in uno stato febbrile che perdura e che mi toglie la gioia di vivere. Da questo punto di vista è cosa buona insomma che io rientri (martedì, in aereo) e che reagisca prontamente. Del resto, non è mancato nulla a questo viaggio e ho visto Paestum che si ricongiunge a Tipasa nel mio cuore. Un tempio greco dove nidifichino i corvi è quanto abbiamo di più giovane nel mondo.

A.