Approfondimenti

Camus - Casarès 21

Giovedì 28 aprile 1955

Due righe, mio caro amore, per dirti che va tutto bene. Il viaggio aereo è stato abbordabile. E da quando sono qui, c’è stato bel tempo. Vale a dire, che una luce chiara, trasparente, si cala senza tregua su Atene e sul mare.

Non sono deluso, oh no.

A dire il vero ho l’impressione di non avere mai lasciato questi luoghi, e di esserci nato. Sono loro che mi hanno abbandonato.

Ieri ho tenuto una prima conferenza. Oggi e domani lavorerò. Sabato, domenica e lunedì: Peloponneso. Martedì Delfi, poi in strada per Salonicco. Al ritorno, proverò a visitare qualche isola. Ho vagamente preso freddo e sono un po’ stanco. Ma sono pieno di una gioia profonda.

Ora mi stanno aspettando nella hall.

Continua a scrivere, se scrivi, all’ambasciata. È più sicuro.

Tutto il mio cuore, tutto il mio amore, ti salutano.
A.

Image and video hosting by TinyPic

Sabato 30 aprile 1955

Mio caro amore,

ieri ho tenuto la mia terza e ultima conferenza ad Atene. Non mi resta che quella di Salonicco (giovedì).

Ed eccomi molto più libero, accanto a te. Non è che non abbia pensato a te per tutto questo tempo, tutt’altro. Del resto, se anche avessi voluto dimenticarti mi avrebbero fatto pensare loro a te. Alla mia prima conferenza in effetti una strana dama dall’aria molto commossa mi ha chiesto se a Parigi ti avrei incontrata. Ho creduto di poter rispondere di sì. Mi ha domandato allora se avrei accettato di portarti un pacco leggero. Un po’ interdetto, ho detto di sì e le ho chiesto se fosse una tua amica. No, non la conoscevi. Bon. Ieri, ho visto apparire questa signora che mi ha donato una rosa con la quale sono salito sul palco non sapendo dove posarla, e una piccola scatola contenente una spilla d’argento, per te. Le ho chiesto il suo indirizzo perché potessi ringraziarla. Ma non ha voluto. Mi ha solamente guardato profondamente emozionata e ripeteva “ah Maria Casarès, Maria Casarès“. Mi ha rapito.

Le conferenze e gli obblighi conseguenti non mi hanno impedito di visitare Atene e i suoi dintorni e suoi splendori.

Ma non farò il mio Chateaubriand ammazzandoti di descrizioni liriche. Semplicemente, porto continuamente nel cuore questa luce che non è quella d’altrove, è più fresca e bianca, più nuda. Mi addormento e mi risveglio nel ricordo di questa luce. Una malinconia e allo stesso tempo, l’idea che la perfezione sia stata raggiunta e che il mondo, dopo il sorriso delle Kore, non abbia più smesso di declinare. […]

In ogni caso, approfitto qui di una pace felice, in cui vorrei ritrovarti ancora una volta. Ma tu procedi di teatro in teatro ed io di paese in paese, e noi ci amiamo come si amano i treni che intersecano le loro strade nelle stazioni ferroviarie. […]
A.

Salonicco, 5 maggio 1955

Mio caro amore, sono arrivato qui ieri sera ma prima di lasciare Atene avevo recuperato la tua bella lettera che mi ha accompagnato a Delfi, poi a Volo, nel mezzo di altre rovine, più nuove, e causate da un recente terremoto.

Mi dispiace che Parigi sia una pozzanghera perché gustavo senza rimorso la luce che cade dal cielo greco senza posa sin dal mio arrivo, pensando che stessi arrostendo sull’acropoli di Vougirard. Ma se il tempo non cambia qui, cambierà a Parigi e il cielo blu, lo so non è lontano.

Sì, le mie conferenze sono andate bene.

All’ultima c’era talmente tanta gente che hanno dovuto distribuirla nelle sale vicine con un sistema di altoparlanti. Ma si presentano molte persone inutili in questo genere di pubblico.

D’altra parte, mi piace molto il popolo greco e la sua gentile familiarità.

Appena terminate le mie lezioni, ho lasciato Atene e viaggiato, in auto, su strade impegnative. Corinto, Argo, Micene, Epidauro (è dove Vilon disse che non avrebbe osato recitare, ne aveva paura!) Sparta, Mistra. Ieri, Delfi. Un cielo sempre luminoso, una terra ovunque ricoperta di fiori, l’odore degli aranci nella piana di Sparta, i papaveri che qui sembrano eterni, tutto questo mi riversa in una sorta di ebrezza invisibile, l’ebrezza della luce. Ciò che più mi ha colpito è stata forse Micene: il palazzo fortificato degli Atridi, in un luogo selvaggio e terribile, di un’insopportabile grandezza e tuttavia, per così dire, misurabile.

Rientrerò domani ad Atene ma partirò di notte, su un piccolo battello, per le isole: Deli e Mikonos. Al mio ritorno andrò a Olimpia e poi prenderò l’aereo o la nave di ritorno, alla fine della settimana prossima. Sarò contento di ritrovarti, tu, e tu sola, che mi permetti di sopportare tutto a Parigi.

Ma mi ha fatto bene venire qui, avevi ragione. Anche a chi è privo di speranza la Grecia insegna a vivere. Quest’aria leggera, frizzante, che beviamo come acqua fresca, questi grandi spazi che le montagne compongono nel cielo, il mare sempre silenzioso, mi restituiscono a quello che sono, mi fanno vergognare dei miei errori e mi sostengono letteralmente. Aggiungici una ferma e virile castità (senza merito, e qui non so cosa come tradurre devo cercare l’aneddoto) e la fatica fisica di queste scarpinate all’aria aperta e possiamo dire come Edipo “tutto è bene”. Non tutto lo è, ma io ho il mio paese, la luce e te, che mi aiutate a superare ciò che è male […]

9 maggio 1955

Mio caro amore, rientrando dalle isole trovo le tue parole disincantate. È vero che sono felice qui, ma sono felice perché vivo più vicino al centro, e il centro è anche il luogo dove tu ti trovi. Ho speso gli ultimi tre giorni a navigare tra le isole dell’arcipelago. Sono ancora stordito dalla luce, dal mare e dalla libertà. […]

Montroc, sabato 2 luglio 1955 ore 21:00

Mio caro amore,
sono arrivato qui da due ore. Gli ultimi giorni a Parigi sono stati estenuanti, la bella fucina della Grecia era ormai lontana.

Sono partito stamattina alle sei e dopo una giornata in cui Penelope ha dato brillantemente prova di sé, sono arrivato qui, alla fine della Valle di Chamonix, in un piccolo villaggio rustico, che ha l’aria da fine del mondo e dove, sbalordito, guardo una dozzina di giganti innevati che mi dominano e mi schiacciano. Certo, è il Monte Bianco, l’Aquila del Midi, ma li trovo davvero molto alti. Infine, ci sono acque, prati, un’aria leggera e viva e il silenzio del cielo.

Sono felice di essermi lasciato alle spalle la vita disordinata e sterile di Parigi. Ho la speranza di riuscire a lavorare. […]

Sono male in arnese lontano da te, decisamente. Gli amori dei viaggiatori perenni sono patetici, ma ho voglia di un po’ di felicità semplice insieme a te. […] A.

Martedì 5 luglio 1955

Mio caro amore, avrei voluto scriverti ieri e poi ha telefonato l’Express per avere il mio articolo sull’Algeria nel numero di questa settimana. Ho lavorato notte e giorno per riuscirci e inaspettatamente ho fatto anche il secondo.

Che fare altrimenti? Piove da tre giorni, io sono infreddolito, respiro l’umidità. I miei piccoli ringhiano e io mi rimangio il nervoso. Almeno, poiché i miei articoli sono finiti, spero che potrò lavorare per me stesso. La bruma e la pioggia hanno un solo vantaggio: non vedo più i giganti di ghiaccio che mi sovrastano. Ma sono là, lo so bene.

Ho una stanza scomoda ma un grande tavolo sul quale posso lavorare. La parte complicata è la sala da pranzo sovraffollata dell’hotel e la sua popolazione ingrata e mediocre. Nessuna creatura, la bellezza qui muore.

Mi dico lei è a Marsiglia, anche se scrive poco, e con lei mi aspetta la vera vita. Per fortuna, ritrovo a poco a poco i miei figli che mi erano sfuggiti. Catherine soprattutto, con il suo cuore generoso. Ma anche Jean si riabitua a me. Come stanno prendendo il Macbeth i marsigliesi? […]

A presto mia cara, lontana estate. Ti amo sotto la pioggia, con ostinazione, e aspetto il glorioso agosto. A.

8 luglio 1955

Mio caro amore, ho ricevuto l’altro ieri dopo avere spedito la mia, la tua lettera-gambero. È stato un fiume di calore e di gioia in questa valle piovosa e ghiacciata.

Ieri, cercando di lavorare nella mia camera, battevo i denti dal freddo. Da cinque giorni che sono qui, c’è stato un solo giorno di bel tempo. Abbiamo fatto una lunga scarpinata in montagna e non è stato spiacevole arrampicarsi per due ore, fino a sentire il corpo, anche il respiro recalcitrante, e poi ritrovarsi a duemila metri sugli alti pascoli circondati dai picchi con le nevi perenni. Questi paesaggi blu e bianchi, l’aria frizzante e metallica, le migliaia di fiori, le genziane, i rododendri, gli anemoni, tutto questo somiglia alla vita, o almeno a uno dei suoi aspetti. Ma le nuvole arrivano veloci e si ritorna giù nella valle. Ed è di nuovo l’alberghetto, la sala da pranzo affollata, la creatura desolata.

Non arrivo sempre a comprendere questa follia europea che, a date prestabilite, caccia i cittadini da loro comodi appartamenti e li stipa al centimetro quadro in dubbi hotel in cui dormono male, mangiano troppo e mediocremente, e si annoiano platealmente da morire. Perché io, almeno utilizzo queste settimane come prova di pazienza, prima, e poi come opportunità di lavoro. Ma vedo bene che loro sono qui per farsi delle vacanze gioiose. Mi sono anche fatto un’altra idea che riguarda i vacanzieri della Valle. È che la montagna è il luogo di incontro dei virtuosi (e dei brutti, che è la stessa cosa) e il mare al contrario, è la villeggiatura di coloro che hanno un appetito di vita che contraria la loro virtù, supposto che ne abbiano, di virtù. Conclusione: in agosto noi ce ne andremo al mare. […]

Scrivimi, se il popolo e la nazione te ne lasciano il tempo. A.