Approfondimenti

Camus - Casarès 24

Lille, 18 gennaio 1953

Ti scrivo qualche riga, amore mio, per tenerti al corrente dei nostri successi e delle vicissitudini che ci riguardano.

Il viaggio sin qui è andato bene. Abbiamo lasciato Parigi con un po’ di ritardo perché siamo rimasti a secco di benzina quasi subito e dopo, siccome alla guida abbiamo un poeta più che un autista, siamo giunti ad Arras passando per Cambrai, il che ha significato allungare di ben quarantacinque chilometri.

C’è stato gusto il tempo di mangiare prima di andare a teatro. Lo spettacolo è andato molto bene e abbiamo ripreso l’auto all’1.30 del mattino per raggiungere l’Hotel royal [sic] di Lille, dove siamo alloggiati. In macchina il percorso è stato breve e tutto è andato bene: soltanto a un certo punto c’è mancato poco che il nostro poeta ci facesse finire addosso a un albero, non si era accorto delle foglie ( con questo freddo, sì certo!): era uno stormo di uccelli.
Situazione incantevole.

Oggi ho dormito fino a tardi: mi son svegliata giusto per pranzare, in camera, circondata ormai da alcuni membri della troupe, che dopo avermi telefonato uno dopo altro, si sono manifestati a poco a poco attorno a me.

Stasera devo cenare con Malembert e Thomas per sbrigare la questione delle luci e poi domani c’è la TV, un mini aperitivo e infine recito.

Sto bene, nonostante la lombalgia che non mi fa mettere le scarpe che voglio. Mi chiedo se una colpa mi si è attaccata al fianco per impedirmi di stare orgogliosamente dritta quando voglio. Reggendomi tutta sul didietro, «vago, vago, anima in pena» attraverso le sconfinate distese di ghiaccio del Nord, in un bailamme di risate, applausi, rumori di mortori e cocci rotti.

La roulotte cha mi fa da camerino è molto comoda; ha delle sedie simili a sdraio che si tirano indietro; sono di pelle, alte — Se sono seduta, non tocco per terra con i piedi e non faccio altro che scivolare avanti aumentando il dolore lombare. È come se il corpo, che nel mio caso è fin troppo eloquente e lo sai, volesse disperatamente andare avanti nel tempo e nello spazio per arrivare in fondo a quella strada senza fine che ogni giorno sembra nascere e morire sotto le ruote del nostro mezzo di trasporto.

Detto questo, mangio per tre, dormo abbastanza bene, e nonostante la cupa tristezza che nasce lungo la strada, so di avere il coraggio che serve e così trovo il modo di impiegare al meglio il tempo mentre non ci sei.

Tu, invece, come stai? Vorrei provare a chiamarti domani o domenica. Il fatto che avevi la febbre non mi ha preoccupato; a preoccuparmi è la poca cura che hai di te.

Resta a Parigi oppure vattene; ma tu resisti al desiderio di farlo quando sembri in procinto di potertene andare. So che ci sono momenti in cui abbiamo bisogno di recuperare le energie e che sono cose necessarie, ma per te ci vuole la fiamma incandescente del teatro, che alimenta se stessa senza mai fermarsi e che purifica tutto ciò che non le appartiene.

Come mi hai detto di fare, continuo a leggere Moby Dick, come pure tengo in allenamento le mie doti di attrice.

Amore mio, qualcuno potrebbe pensare che non stiamo bene adesso, ma io non ci credo. Ovviamente sarebbe bello se potessimo stare di più insieme, ma noi sappiamo che niente potrebbe essere più forte del nostro amore. Non sono sciocchezze le mie. E come se tu fossi sempre vicino a me, mentre ci amiamo ogni giorno senza mai avere nessuna incertezze. Dopo un così bel risultato, nessuno può dirci veramente cosa possiamo o non possiamo fare.

Sì, dirti che ti amo mi sembra assurdo; me lo fa dire soltanto la lontananza. Ti scrivo più che altro per darti la certezza che esisto. E allora?

Veglio su di te. Scrivimi anche tu qualche riga.

Lunedì partiamo per Bruxelles. Ti mando un altro tenero bacino, questo per il raffreddore.

M.