Approfondimenti

Camus - Casarès 29

Rio, 4 settembre [1957]

Amore mio,

I vantaggi della vita monastica si fanno sentire nel Nuovo mondo, ormai ben distanti da Cordes. Ieri, dopo il viaggio, mi sono svegliata alle 7.30; oggi, sono andata a dormire alle 9 perché non ce la facevo —, e siccome avevo trascorso la serata al Cabeza Chata — una di quelle tipiche serate allegre a base di rum e cibo del Nord (!) — ho dormito appena otto ore quando avrei avuto bisogno di dormire almeno una mezza giornata. Comunque mi sento meglio e spero di riprendere il ritmo invernale al più presto. Quando siamo arrivati a Rio abbiamo goduto di un paesaggio stupendo: c’era uno strato spesso di nuvole bianche che rassomigliava incredibilmente a un campo di cotone sospeso per aria. Dopo, non ha più smesso di piovere e così la squisita umidità dei paesi tropicali non ci è stata risparmiata. Si suda e ci si spoglia, fa freddo e ci si copre, e si crepa di caldo: tutto così.

Sono già molto impegnata e non ho molto tempo per andarmene a spasso. Solo il giorno in cui sono arrivata ho avuto il piacere di farmi qualche giro: dopo due ore, avendo i piedi ancora gonfi per via del lungo viaggio in aereo, sono finita sull’avenida Rio Branco, che taglia in mezzo un cuore di strade con e senza case, dove il traffico carioca regna sovrano. Stanchezza e spavento sono giunti a tal punto che mi sono quasi meravigliata quando mi sono accorta che dormivo in piedi mentre una fila enorme davanti a un cinema mi inghiottiva. Allora ho deciso di tornare in albergo. La sera sono anche andata a Copacabana; la spiaggia mi ricordava l’avenue des Anglais a Nizza, ma più grande —; e ieri, son finita al Cabeza Chata, dopo il ricevimento all’ambasciata dove un mucchio di gente mi è stata appresso continuamente. Ancora frastornata, di questi incontri ufficiali mi restano un mazzo di biglietti da visita con sopra nomi che non riesco a ricollegare a nessun volto e la spiacevole sensazione di aver detto «sì» praticamente a tutti promettendo di migliaia di telefonate. Oggi sono impegnata tutto il giorno e stasera cenerò con uno spagnolo dal nome familiare, Garcia — che sicuramente conosco —: dice di essere un vecchio amico di mio padre ovviamente.

Per i dettagli c’è il diario, che però non ho ancora cominciato. 

Il morale è alto, ma fumo di più — tuttavia non ho bevuto che un rum e un whisky da quando sono partita, anche queste due ultime sere, nonostante le molte tentazioni — stanchezza, aereo, ambasciata ecc. Continuo a fare ginnastica e a massaggiarmi furiosamente il viso ogni sera prima di andare a dormire per dieci minuti. Il mio lato peggiore non ha dunque preso il sopravvento e non ha ancora ceduto il passo a quel che so di essere. Mi rendo disponibile ogni volta che posso, anche con quelle conoscenze che mi pensano, e cerco di essere un po’ dappertutto. Dei sentimenti invece non me sono occupata che in aereo, quando ho pianto senza farmi vedere mentre volavamo sopra Madrid o quando, nel cielo di Rio, ho risposto nel profondo del cuore il pensiero di questi due mesi d’esilio che mi aspettano, e lì è rimasto, custodito gelosamente. Da quando sono arrivata, mi sforzo di non cedere alla nostalgia e di trovare un po’ di pace — ma ancora non ci sono riuscita, ahimè!

Ti penso sempre. Il tempo passato a Cordes è stato uno dei più belli, e mi sono pure messa a contare gli anni trascorsi insieme — sono tredici e mi sento come una novella sposa il cui giovane marito è a fare il soldato. E al pensiero mi sei dolce, come un frutto tropicale.

Fammi sapere come va. Riceverai questa lettera a Parigi? No, forse in Normandia. Riposati amore, mentre sono qui a rappresentare la Francia, [Inès] e Camus. 
Ti amo. Un bacio anche a Minou, a Jean-Pierre [Jorris], a Catherine, a Parigi, all’Europa. Eh, l’Europa.
Ti amo.

           M. 

  

 

Il 10 ottobre [1957]

Amore mio caro, angelo mio, due righe per ringraziarti; ieri mi è arrivata la tua lettera. Continua a scrivere, e bene. Il romanzo verrà. 
Del Cile ti ho scritto tanto — spero di non esagerare almeno qui ma così sarà difficile raccontarti di Buenos Aires e di cosa è stata. Non so dirti se piango per via della stanchezza o per l’emozione, so solo che piango sempre. Forse non ricapiterà mai più un’accoglienza come questa: trionfale — però questo è nulla — ma soprattutto delicata, finanche affettuosa. Non ti puoi nemmeno immaginare cosa sia stato. Mi sei mancato e aspetto il momento in cui tutto questo decanterà così riuscirò a fare un po’ d’ordine e quel che rimane te lo racconterò.

Mi sei mancato nelle sale del Teatro Cervantès e anche ieri in quella nave immensa che è il Colón, dove la gente se ne sta in piedi ovunque, grida e agita i fazzoletti; le poche parole di ringraziamento che ho dovuto dire, le ho detto pensando a te.
Ho capito allora che facevo un bello sforzo e che posso far meglio solo in nome di qualcun altro.
Perdona questa lettera. Non ha senso, e non ce l’ho neppure io, sarà anche per via della stanchezza.
Ti amo. A dopodomani.

M.

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11 dicembre 1957

Mi trovo nell’impossibilità materiale di scriverti. […]

Questo paese è davvero impressionante ma il premio Nobel me ne separa. La sera, la città è rosa e bianca nella notte. A martedì. Un abbraccio, che faccia fondere tutta la neve della Svezia! Quando ho ricevuto il tuo telegramma c’erano -10 °C. E di colpo: i tropici!