Approfondimenti

Camus - Casarès 32

4 dicembre 1959

Mio caro amore, sembravi triste e lontana l’altro giorno al telefono e non ho smesso di pensarti. Forse ti ho rattristata anche dicendoti che non sapevo se rientrerò a Parigi prima di Natale. Eppure, ho voglia di tornare, di vederti, di scuotere un po’ il peso del silenzio di questo momento.

Ma al contempo penso che mi sono preso otto mesi e otto mesi soltanto per terminare la prima bozza di questo mostro che sto costruendo ora, e penso anche che come mi sono organizzato qui mi permetta di lavorare e di avanzare nel lavoro senza interruzioni e che la saggezza, e una coscienziosità in sé sgradita, mi ordinerebbero di rimanere fino a rientro del 2 gennaio e di ostinarmi a continuare.

Ma in verità questi saggi pensieri non reggono contro all’idea che, restando, potrei rattristarti un po’ di più, né contemplano il desiderio impaziente che ho di vederti, quando scende la sera. Non lo so, vedrò.

Dimmi quello che pensi, senza fare la coraggiosa, e se senti bisogno della mia presenza, dimmelo molto francamente e… oh!, mio Dio, con quanta gioia l’accoglierò, con quale gioia correrò da te […].

Dopo le piogge catastrofiche di questi ultimi giorni è tornato il bel tempo da ieri. […]

Sono insoddisfatto di questa vita divisa, tra un lavoro che impone una totale solitudine e il mio bisogno di calore, e di tenerezza. Ma temo la sterilità, come altri temono la morte. La sterilità uccide tutto in me, anche la tenerezza. […].
A.

Martedì 8 settembre [sic] [dicembre] 1959

Finalmente ho appena ricevuto, insieme, le tue due lettere, mio caro amore. E che sollievo, perché non mi piace pensare che una delle nostre lettere possa perdersi, e anche perché questo lungo silenzio mi pesava e mi angosciava.

Sono contento che il film con Cocteau ti sia parso buono. Cocteau è quello che è, ma alla fine è uno di quelli che creano e che fanno cose. Ciò che rende Parigi, e il resto della Francia, indigeribile, è la folla dei commentatori, in galleria, e nel loggione, e tutti quelli che “avrebbero dovuto”, “avrebbero potuto”, e che non hanno fatto niente, o non molto, e gli resta allora di giudicare gli altri, che ai loro occhi non fanno mai quel che bisogna, e che avrebbero fatto molto meglio loro, se altri non l’avessero fatto, per sfortuna.

Mi preoccupo un po’ per questa storia di Berlino. Certo, bisogna vivere. Ma non ci troverai, lo so, né pace né felicità, ed è quello di cui hai più bisogno ora.

Quanto a me, resterò qui, perché ho la possibilità di lavorare così tanto entro il 1° gennaio che sarò sicuro di aver chiuso le prime bozze prima di giugno (devo dirti che il libro sarà di 500–600 pagine almeno) … Ah! Il giorno in cui avrò finito questo libro, ringiovanirò di 10 anni e ti porterò alle Bermuda e rifaremo il nostro ventesimo viaggio di nozze!
A.