Approfondimenti

Camus - Casarès 33

Sera di Natale 1959

Grazie, mio caro principe, di tutte le attenzioni e delle cose buone che fai per me. Dopo una giornata massacrante in una Parigi mascherata da suk tunisino, tutti a casa si sono addormentatati tranquilli e beati. […]

Quanto a me, mi gingillo nel mio «ciré». Mi è costato, insieme al cappello, trentamila franchi. Non mi sono dimenticata le regole che ci siamo dati ma pensavo che avrei potuto metterlo quando torni per festeggiare l’A[nno] N[uovo], la N[uova] M[oneta] — e scambiarci i regali.

Per il resto mi sono toccati un grazioso cucchiaio donatomi da Juan, una superba e succulenta cena di Natale che Angeles mi ha offerto e preparato, una pepiera così brutta (Dio mi perdoni!) da parte di Léone, un libro molto bello che mi ha regalato Carolina Venturini, il fazzoletto di una mia ammiratrice tedesca e poi una cosa strana che mi ha portato Andrée Vilar e che dovrebbe essere usata a tavola a mo’ di insalatiera. Quanto a Dominique, mi ha comprato un paio di guanti molto graziosi. I Gallimard, sempre molto gentili, mi hanno fatto recapitare un bellissimo mazzo di rose provenienti dal Sud e poi mi è arrivata una scatola di dolcetti che mi ha mandato quella donna del famoso poema a me dedicato che cominciava così: «Signora, il giorno in cui morirà…»

A mezzanotte un certo Léon mi ha chiamato per augurarmi Buon Natale. Pronunciava il mio nome con una voce calda, dolce, dice che ci siamo conosciuti al Silène nel giugno del 1956 tramite un amico che lavorava in radio, a Europe 1. Ma devo dire che in quelle situazioni sembra che gli uomini facciano come i gatti a febbraio. Clavel aveva un non so che di lirico e urgente ma pareva che avesse le coliche, Cassot soffre di dolorosi «vai-e-vieni», in taxi la gente si presenta da sola e mi capita di fare qualche nuova conoscenza, e poi vedo altri uomini che per la strada seguono donne senza perderle di vista un momento.

È come se assistessi a una recita, ma di fronte al teatro della conquista e dell’amore mi viene da arricciare il naso, anzi il nasone! «Abbuffatevi, io aspetto volentieri»! […]
Ho dato un’occhiata a certi manoscritti. Nulla di che.
Sono andata a fare spese.
Sto leggendo Les illusions perdues di Balzac e così le mie posso tenermele strette.
Per il resto, aspetto che ritorni per i racconti, le chiacchiere, le confessioni, l’amore e le risate insieme. Aspetto che torni anche per darti una risistemata, perché mi sa che ne avrai bisogno all’inizio. Lo spettacolo di Sartre aspetto di vederlo con te, e anche qualche nuovo film. Il mio, per esempio, che dovrebbe uscire a gennaio.
Aspetto che mi porti un po’ d’aria buona in questo cavo parigino dove c'è sempre troppa umidità e la polvere subito diventa fango.
Ti aspetto. Ti aspetto tutta sorridente, in piedi, con le gambe che mi dolgono perché non c’è da sedersi.
E mentre aspetto ti bacio a perdifiato. M.

30 dicembre 1959

Bon. Ultima lettera. Giusto per dirti che arrivo martedì, in macchina, partirò di lunedì con i Gallimard (passano di qui venerdì). Ti telefonerò al mio arrivo, ma potremmo forse già accordarci ora per cenare insieme martedì. Diciamo in linea di principio, eventualmente ti confermerò la cena per telefono.

Ti invio già un carico di teneri auguri, e che la vita ti elargisca doni per tutto l’anno, conservando il caro volto che ho amato in tutti questi anni (ma che amo anche triste, e con tutte le sue espressioni), in qualunque modo.

Ripiego il tuo impermeabile nella busta e vi allego tutti i soli che ho nel cuore.
A presto, mia superba. Sono così felice di rivederti che rido mentre lo scrivo.
Ho chiuso le mie carte e non lavoro più (troppa famiglia e troppi amici di famiglia!).
Non ho dunque più motivo di privarmi del tuo sorriso e delle nostre serate, né della mia Parigi. Ti bacio e ti stringo a me fino a martedì, quando ricomincerò.

A.