Approfondimenti

Capitolo XII

Se uno volesse capire qualcosa di me, che sono biografo e solo al mondo, bisognerebbe che sapesse, per esempio, il mio rapporto con le donne. Quello per Adornata è soltanto l'ultimo di una lunga serie di innamoramenti infelici. Saranno dieci anni che non tocco una donna. L'ultima volta è stata una brasiliana di Teramo. L'avevo conosciuta su internet. Le cose andarono più o meno come segue. Mi ero iscritto a una chat d'incontri, ma non riuscivo a ottenere molti risultati. Sì, qualche breve scambio di battute, qualche mozzicone di conversazione riuscivo ad allacciarlo, ma niente di più. Poi una sera feci una manovra casuale e mi ritrovai in chat privata con una ragazza bionda che aveva la webcam, mentre io no. Quindi io potevo vederla, mentre lei doveva accontentarsi della foto del mio profilo. Era abbastanza carina, più giovane di me, parlava un italiano maccheronico, veloce e arruffato. Non ricordo più cosa ci dicemmo. Però la feci ridere e questo, per la prima sera, mi bastò. Poi ci sentimmo anche le sere successive, per una settimana, anzi due. Lei era libera, o quasi. Mi diceva che era stata lasciata dal marito, brasiliano come lei, che era tornato in Brasile con le figlie. Quindi lei si trovava in Italia sprovvista di risorse. Sì, d'accordo, aveva trovato un italiano disposto, per così dire, a salvarla, a prenderla in casa con sé, ma lei non era decisa. Era uno del nord, mi pare un veneto, seguirlo avrebbe voluto dire far baracca e burattini e lasciare Teramo, reinventarsi una vita veneta, rifarsi tutte le amicizie, ricominciare da capo insomma. Che poi, dico io, a lasciare Teramo forse ci aveva solo da guadagnarci.

Senza titolo

Sì, perché io la città l'ho vista, ho fatto davvero il viaggio da Lucca a Teramo per incontrare la brasiliana. E mi ha fatto tristezza, la città, tutta ricostruita com’è dopo le distruzioni della guerra. Ho guidato sei ore con la mia Matiz color bluette («una macchina da cartone animato» dice Amato) senza aria condizionata e sono arrivato cotto come un arrosto. Era agosto, faceva un caldo boia, ero tutto sudato, avevo le gote in fiamme, le visioni. A dir la verità, non arrivai subito a Teramo, ci eravamo dati appuntamento ad Ascoli Piceno. Meglio trovarsi in campo neutro, non rischiare di farsi vedere. L'appuntamento era davanti a un certo albergo, avevo prenotato una camera. Era pomeriggio inoltrato, il tempo era cambiato, cominciava a piovere. Quando scesi dalla macchina la vidi lì che mi aspettava, piccolina, più bassa del previsto, i capelli lisci fino alle spalle, il viso un po' spento. Mi prese male. Avevo fatto quattrocento chilometri per incontrare chi? Eppure ormai c'ero. Non potevo tirarmi indietro. Ci guardavamo imbarazzati sotto le prime gocce che cadevano. Per mascherare la mia delusione le chiesi come mi trovava. Lei rispose che ero come mi aveva immaginato. Poi mi scossi, le dissi che era meglio entrare sennò facevamo il bagno.

Alla reception ci chiesero i documenti. Io cercavo di fare il disinvolto, ma avevo tutta l'aria di uno che si sta portando in camera una prostituta. Chiesi alla brasiliana il suo documento, lei me lo dette con uno sguardo di disappunto, quasi avesse il timore di lasciare tracce. Poi andammo verso l'ascensore. Lei mi precedeva con passo sicuro, troppo sicuro, mi dicevo, per non esserci sotto qualcosa. Forse già conosceva l'albergo? Ci era già stata con altri? Quando fummo in camera ci sedemmo sul letto. Lei, senza dirmi niente, mi si accostò e mi baciò sulla bocca. «Lo fai per soldi?» le chiesi. Erano le parole più infelici che potessi dire. Lei si irrigidì, mi guardò incredula, si alzò in piedi di scatto. «Non sono puttana! » mi urlò, «Tu dici che sono puttana perché sono di Brasile». E continuava a urlare che ero uno stronzo, se dopo due settimane che parlavamo in chat le andavo a chiedere se lo faceva per soldi. Era veramente infuriata, io non sapevo che dire, balbettavo scuse. Lei prese la borsetta che aveva appoggiato su una sedia, voleva andare via. Io, nel momento in cui mi crollava il mondo addosso, mi gettai ai suoi piedi, la implorai di non andarsene, di perdonarmi, di credermi se le dicevo che non volevo offenderla, ma che ero talmente sfigato nella vita da non riuscire a credere di piacere a una donna. Lei sembrò placarsi un attimo. Forse mi sentiva sincero e troppo cretino per odiarmi davvero.

A forza di preghiere e di carezze riuscii ad ammansire la piccola brasiliana. Piano piano mi si accostò di nuovo, mi prese le mani, mi baciò. Facemmo l’amore per il resto del pomeriggio. Verso l’ora di cena uscimmo di camera, avevamo una gran fame, almeno io. A quell’epoca ero centodieci chili di bulimia galoppante. Ma lei mi diceva che ero bello così. Andammo a piedi verso il centro di Ascoli, bella nella luce incerta della sera, con le sue case antiche e i monumenti bianchi. Ci fermammo in una pizzeria di una tristezza rara. Luci al neon, un tavolino di formica quasi nel centro della stanza. Ma lei sembrava contenta di quel posto. Anche la pizza non era un gran che. Poi ce ne andammo a braccetto per fare una passeggiata romantica, ma iniziò a piovere forte, ci riparammo sotto l’ombrello che per fortuna avevamo portato. Il vento però ci bagnava lo stesso. Allora ci fermammo sotto la gronda di un palazzo. Stavamo abbracciati, in una intimità forzata, fuori posto, fatta di silenzio.

Quando smise di piovere rientrammo in albergo e ci mettemmo a dormire. Di quella notte non ricordo nulla, come fu il sonno, cosa sognai, se lei si muoveva, se russava o se russavo io… niente. E’ chiaro invece il ricordo della mattina successiva, a fare colazione al ristorante dell’albergo, di fronte a una quantità enorme di salumi, sottaceti e sottoli, burro, frutta, paste, caraffe di succhi, bricchi di caffè. La giornata che avevamo davanti era lunga, troppo lunga per una coppia che non aveva nulla da dirsi. Eppure lei sembrava innamorata, era dolce nello sguardo e nella voce, e mi chiedeva se stavo bene con lei, o se ero stato bene solo a letto. Io rispondevo vagamente, ma ci voleva poco a capire che stavo lottando con una noia atroce e invincibile. Come fare a riempire le ore che ancora ci separavano dal commiato? Mi era sembrato scortese andarmene subito, avevo acconsentito ad arrivare fino a Teramo e a restarci fino alle quattro del pomeriggio, ora in cui lei avrebbe dovuto prendere un pullman per andare non ricordo dove. Fu una pena arrivarci. Risalire in macchina per fare dietro front fu una liberazione.