Approfondimenti

DIARIO DAL BELICE (Giuseppe Rizza)

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                                                                                                                           (Colapesce-Dimartino, Majorana)

                                                                         DIARIO DAL BELICE
                                                                                   Vol.1
                                                                              (da P. a C.)

Ho sempre avuto problemi con l’accento, tranne quando si poggia sulle parole tronche.
Negli anni credo di aver risolto, mi son detto che basta immaginarsi la parola finire esattamente sulla sillaba accentata, come se su quella lettera immediatamente dopo ci fosse un burrone.
Rincorsa, frenata improvvisa (lì devi far sentire l’accento) e poi buttarsi di sotto con il resto della parola.
Bélice o Belìce.
Io l’ho sempre sentito pronunciare alla prima maniera, accento sulla prima sillaba: la valle del Bélice, il terremoto del Bélice.
Invece pare che la pronuncia corretta sia quella con accento sulla seconda sillaba, e che tutti gli abitanti del Belìce lo pronunciassero così.
Poi, in una notte di gennaio del 1968 un terremoto ha cancellato non si sa quante vite e così anche alcuni paesi della valle.
Pare che i mezzi di comunicazione di allora siano i colpevoli del cambiamento di pronuncia, anticipato erroneamente alla sillaba precedente.

Decido di trascorrere una domenica di agosto nel Belice, e già così l’accostamento dei termini domenica e agosto stride, è il famoso gessetto della maestra sulla lavagna (o era lo scolaro, sicuramente un asino, a far stridere il gessetto sulla lavagna?).
La lavagna è composta da un materiale chiamato ardesia. L’ardesia è una roccia.
Quanto ancora resisterà l’ardesia nelle scuole italiane? Quanti anni le rimangono?

Nel Belice non vado in quanto Belice, non mi interessa per la valle che prende il nome dall’omonimo fiume (quante valli prendono il nome dal fiume che le ha costruite? Tutte?), pare che il fiume in questione sia il terzo della Sicilia. I fiumi siciliani mai avuta tutta questa importanza, nella mia immaginazione.

Se penso alla Sicilia non penso ai fiumi, né a Ungaretti.
Il nome del primo fiume più lungo della Sicilia non mi dice nulla, anzi, mai sentito prima di adesso.

Nel Belice vado in quanto il terremoto del Belice? Forse, in effetti anche. Il terremoto c’entra.
Non ero ancora nato nel 1968. Avevo meno tredici anni. Mio padre non era ancora maggiorenne, mia madre appena adolescente. Chissà se ne avranno ricordo.
Il Belice è lontano, lontanissimo, da dove sono nato.
Sto per andarci per la prima volta, e ho quasi quarant’anni.
Google mi aiuta, dalla mia abitazione estiva, dal mio paese di origine, i chilometri sono 347. Più di quattro ore di auto.

Quando mi chiedono della Sicilia, una delle banalità che dico è proprio questa, La Sicilia è una regione grandissima, è enorme. Ci sono intere zone della Sicilia a me ignote, aggiungo, solitamente. Segue frase sulla viabilità della regione, sull’assenza di una politica delle infrastrutture, sull’esigenza di muoversi esclusivamente in auto. Impossibile farlo in treno – la linea ferroviaria dell’isola non tocca diversi centri, fra cui quello in cui ho vissuto per più di vent’anni, e quando è presente ha la qualità e la velocità di due secoli prima, il famoso binario unico -; una volta, un pomeriggio, io e i miei genitori eravamo in auto, incolonnati insieme ad altre vetture dietro a un passaggio a livello, un’attesa di almeno venti minuti, forse mezz’ora, le attese sono sempre percepite più della loro reale durata, figurarsi in quella di un preadolescente, vediamo finalmente apparire come una profezia riuscita in ritardo, un treno con un unico vagone, a cui seguirono applausi e fischi degli autisti incolonnati.

Impossibile la Sicilia da girarla in treno, difficile in autobus.
Ma, per farla breve, non ci sono scelte, da P., il mio paese, al Belice, è necessaria l’auto.
E io non guido.
Ho la patente, ma non guido, è una di quelle frasi che mi capita di pronunciare in automatico.

Quindi, per andare nella valle del Belice, è necessaria l’auto, io non guido, ma per fortuna c’è Tina, che si offre di farlo al posto mio.
Marta – Martina – Tina.
La sua disponibilità ad accompagnarmi ai miei occhi è quasi commovente.
Desidero andare nella valle del Belice da diversi anni. Almeno quattro, cinque.
Non desidero in verità andare proprio nel Belice, desidero visitare il Grande Cretto di Burri.
Il Grande Cretto è stato costruito da Alberto Burri nella vecchia Gibellina.
La vecchia Gibellina e la nuova Gibellina si trovano nella valle del Belice.

Per andare nel Belice, mi tocca andare da P., il mio paese di circa ventimila abitanti, a Catania, dove vive e abita Tina.
Ci vado in autobus, non ho altre scelte.
Da P. a Catania ci sono circa cinque autobus al giorno. Il tragitto in auto è di poco più di un’ora e un quarto, in autobus di due ore almeno.
Alla fermata dei bus decido di andare a piedi, dista pochissimi minuti da dove abito.
Lo zaino è pieno, e in più ho una borsa a tracolla con impressa la scritta stile libro, una donna che nuota con un libro in mano.

Faccio pochi passi e mi accorgo di non aver preso la scelta migliore riguardo alle scarpe, i talloni già si sfregano alla parte interna delle stesse, ignorando i fantasmini, chissà chi li ha chiamati per primo così.
Potrei tornare indietro e cambiarle, decido di andare avanti.
La fermata degli autobus di P. è un ottimo biglietto da visita per tutti i turisti e le persone che entrano in paese. Nella stessa piazzola, ad accoglierti un cumulo spropositato di sacchi di spazzatura e altri resti.
Alcuni abitanti esprimono così la loro insofferenza nei confronti della raccolta differenziata porta a porta, ormai presente da qualche anno. Ignoto il motivo di tale insofferenza. Così come la presenza diffusa di spazzatura lungo le strade, appena usciti dal paese e in alcune zone di campagna.

È sabato pomeriggio, al piazzale degli autobus non c’è nessuno.
Ne approfitto per cambiarmi le scarpe e mettermi un paio di sandali di gomma che avevo portato con me.

Come sempre, come da mia abitudine, sono in anticipo. Uno scrittore di queste parti, se non ricordo male, definì questa abitudine una forma di perversione. A me placa, leggermente, l’ansia.
Quando l’autobus compare l’autista è sorpreso nel vedermi.
Il biglietto costa quasi dieci euro, la compagnia dei trasporti ha il monopolio su quella linea.
L’autobus ha già qualche passeggero, turisti del nord Italia e un giovane dall’accento romano, seduto una fila davanti alla mia, che, mi cade l’occhio, sta chattando con Daniele Lo Snello.
Io, lungo la durata del viaggio, scrivo nervosamente a Tina.

All’aeroporto di Catania, l’ultima fermata prima dell’ingresso in città, c’è una lunga fila di persone con l’ormai naturale mascherina a coprire il volto, ad aspettare di poter entrare dentro l’aerostazione.
L’autista al momento di far scendere i turisti saluta una donna a pochi passi dal bus, inizia a scherzarci in siciliano. Lei gli dice Ci vediamo a casa, lui risponde che ancora passerà qualche ora.
Poi si gira verso di noi, e tutto sorridente ci confessa che è sua cugina, viene dall’America, è atterrata da qualche minuto, tu guarda il caso.

Catania già ad una prima occhiata sembra peggiorata dall’ultima volta.
L’ho rivista, dopo diversi anni, solo tre estati fa, per meno di un giorno. Vi ero tornato per un concerto, la mattina dopo me ne ero quasi scappato, insofferente forse nei confronti dei ricordi che mi legano ad essa.
Ho abitato a Catania lungo i miei cinque anni universitari, e poi per diversi mesi, più o meno un anno dopo.

Penso che se Joyce è riuscito a scrivere mille pagine sulla giornata di un uomo, io su questa domenica nella valle del Belice forse riuscirò a scriverne dieci.

  Immagine1

a cura di Giuseppe Rizza

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