Approfondimenti

La Colonia

Un giorno, quella sera, gli ho chiesto al tipo: “ma te lo sai chi l’è il Vladimir Wysotsky? Rispondi alla domanda!” E quello mi guarda, la balla degli occhi stralunata, il ciuffo arancione che gli svirgola ribelle. Mi guarda imbesuito. “Vedi - ghe disi – te conosci il Johnni Rotten, sai tutto dell’Anarcho Punk, di quello che succede a Los Angeles e New York, ma del Wysotsky sai una sega. E nemmeno del Valentin Rasputin!” “Chi Rasputin? Quello dello Zar?” “Va beh, lassem a stà.”

Metà degli anni ottanta. In un’ umida spelonca di un centro sociale occupato di Milano. Lì, gonfia di umori maligni, sfregi esistenziali, si riuniva la ruggine creativa dell’acciaio metropolitano, la spuma di tutti i possibili naufragi. L’idea non era malaccio. Il Punk accolto come catarsi antisistema, ci stava tutto. Ma io avevo st’amico tornato dall’URSS, con in mano una cassetta pirata, clandestina. Dentro c’era un tale che furente sbraitava in un russo da suburra. L’ho ascoltato. Come un lupo che ti sbrana le busecche. Che diceva? L’amico aveva tradotto. Ho letto. Ho letto bene. Sorpresa! A braccetto con Lermontov ed Esenin, Majakovskij l’era tornaa? Sì. L’era lì. Censurato dai boiardi sovietici, amatissimo dal popolo, gli era stato concessa una breve tournee in occidente. Italia esclusa. Oltre cortina, c’è chi giurava non sarebbe più tornato. Invece no. Dopo qualche settimana, eccolo di nuovo gironzolare per l’Arbat, nei pressi del Taganka; e a chi gli chiedeva come mai fosse ancora lì, rispondeva: “io senza questo popolo, il mio paese, non esisto.” Aveva visto il ventre pieno di Parigi, bevuto cognac per il gran boulevard, e alla fine? Pressappoco una cosa così: “Il primo giorno guardi tutte le vetrine; il secondo, vuoi comprare tutto; il terzo, ti vien voglia di spaccare tutto.”

Tutto questo, quella sera, lo dico al tipo col ciuffo bislacco. “Questa, questa è roba vera - insisto - non sti simpatici pupazzetti con la cresta, che son nati a Gorgonzola e si credono di essere a King’s Road.” Lui ci pensa, se per finta o sul serio non lo so. Sta di fatto, non risponde. Sulla corda di una Fender Stratocaster, dalla spelonca risuona il primo artiglio. Il concerto è cominciato. Sono inglesi, americani, el soo no. E’ l’hardcore. Questo conta. Il ciuffo sparisce, si tuffa nella bolgia. El vedi puu. Butto un occhio dentro. L’acciaio elettrico rimbomba, sfonda. Anch’io mi sfondo. D’amarezza. Di tristezza.

A chi, in quella Milano da bere o da bruciare, poteva più interessare il Vladimir Wysotskij? A chi le storie di un Valentin Rasputin? I neopunk erano cosa onesta. Ci credevano. Si autogestivano. Cercavano una via fuori dal consumo, da quel Marketing totalitario con Milano per vetrina, la metropoli infinita come nuova frontiera che a sé chiama culture, genti, lingue, per tutte annullarle nei ritmi produttivi del consumo. L’uomo nuovo come automa del carrello felice, il bancomat osannato. I punk di casa nostra volevano essere altro. Credevano così. Io invece credevo un’altra cosa. Da questa parte del mondo, erano il riflesso sbiadito di una sottocultura nata e cresciuta nelle periferie londinesi, tra i bassifondi d’oltreoceano. Nessuna autonoma produzione culturale. Ma l’esatta fotocopia di quanto altrove accadeva. Una moda? Sì, purtroppo. Dico questo con nostalgia, tenerezza. Perché il tentativo di liberarsi dallo scintillio della vetrina metropolitana, nella parte più consapevole di quel movimento, c’era tutto. C’era il rifiuto. Del dominio: dal mercato immobiliare a quello dell’eroina. C’era il rifiuto della solitudine, del sentirsi un nulla in un mondo pieno di tutto. Ma questa alterità, non era autentica, non aveva un suo luogo d’origine, per questo originale. Al contrario, era di fatto eterodiretta.

Vladimir Wysotskij diceva e pensava cose figlie di un cultura originaria e originale, di quella Russia che decenni di trito folklore sovietico, non era riuscito a scalfire. Valentin Rasputin, con i suoi villaggi sommersi dalle inondazioni causate dalle dighe, simbolo della staliniana industrializzazione forzata, aveva dato voce all’eterno contadino russo, i suoi riti iniziatori, il reale immaginario della Baba Jaga. Da noi no. Da questa parte del mondo, noi si era il moncherino, gustoso, curioso, pur sempre tale, di un qualcosa altrove nato. Questo, d’altronde, era stato il beat nostrano, il nostrano fiorismo figliodeifiori, sbandierati da chi si chiamava Mario, Gigi, Franco e Beppe. Nel credersi protagonisti di un’epoca, altro non s’era che i prodromi di un’ultima, definitiva, alienazione. Nell’onnivoro ventre del consumo, ovvio.

D’altronde (voliamo più in su) non ci fosse stato Mallarmé, che avrebbe fatto Pascoli? Senza Huysmans, cosa mai avrebbe scritto D’Annunzio? E la catena di montaggio della Fiat, senza Ford? Siamo alle solite. In questa nostra colonia culturale. Senza luogo d’origine, un Heimat, da cui scaturire l’autentica, originale, scintilla creativa. Con le migliori intenzioni, si copia. Si trascrive lo spartito che altri, da altre parti, hanno vergato. Per poi alla meglio scimmiottare. Pazienza…
Ecco sì, Pazienza, l’originalissimo Andrea, lui sì che aveva ragione. Amava il Filippo Tommaso Marinetti. I futuristi. L’ha detto apertamente. Apriti cielo! Eppure, quei tre pistola che sparavano alla luna specchiata sul naviglio milanese in via Senato, loro, una strada tutta nuova, Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, i soli, l’han forse tentata per davvero. Finiti male, va beh.
Che dire? La dico alla Verlaine. “Je suis l’Empire à la fin de la décadence”. Declinato al plurale.
Semm num.