Approfondimenti

LMP: la morte possibile. Vita in opera di Leopoldo María Panero. Parte Prima. El poetiso.

EL POETISO (L'infanzia).

  

desencanto

Nell’infanzia viviamo, poi sopravviviamo.
                                     Leopoldo María Panero

   Nel 1951, all’età di tre anni e mezzo, Leopoldo María “improvvisamente ha cominciato a fare poesie, poesie che sono di una persona adulta, non di un bambino di tre anni” ( Felicidad Blanc, madre del poeta, “Espejo de sombras”, Barcelona 1977).
“Io cominciai a scrivere poesia quando ero molto piccolo, quando a stento sapevo scrivere, e oserei dire poco dopo aver imparato a parlare. Io le dettavo a mia madre. Ricordo che erano molto amare. Non erano proprie di un bambino che comincia a vivere e sperimentare sensazioni. Davano l’impressione di essere poesie fatte da una mente tormentata e molto amara. Avevano anche una carica di crudeltà molto grande. Ancora conservo i quaderni dove le scriveva mia madre e di tanto in tanto le leggo. I miei genitori erano piuttosto preoccupati per questo. Cercarono di nascondere la cosa. In seguito divenni molto sdolcinato e scrivevo cose molto stupide” (Intervista di Marisol Colmenero, “Leopoldo María Panero, poeta. ‘Mi dedico a pensare’ “, La Nueva España, Oviedo, 7 gennaio 1979).
Leopoldo María, a quattro anni, si autodefiniva “el poetiso”, il poetesso. Con atteggiamento solenne declamava, con arie da adulto. Nello studio tappezzato di libri della casa di Calle Ibiza 35 di Madrid, appariva d’improvviso a interrompere le conversazioni letterarie del padre con i suoi amici poeti, portava sottobraccio un pugno di riviste, in testa un cappello strappato. E “proclamava di essere il Capitan Marciales, un personaggio frutto della sua fantasia, e improvvisava monologhi interminabili con voce impostata e densa ”. (“El contorno del abismo. Vida y leyenda de Leopoldo María Panero”, J. Benito Fernández, Barcelona, 1999).

Queste alcune poesie, scritte all’età di cinque anni (riportate dalla madre, Felididad Blanc, nel suo libro “Espejo de sombras”). Le traduzioni in italiano sono mie.

Las estrellas
El mar
una voz honda
una voz clara
Todo había amanecido
los trenes, las casas
una cabeza misteriosa
la mano misteriosa
que aparecía
por todos los jardines
Por todas partes apareció
eso misterioso.

Le stelle
Il mare
una voce fonda
una voce chiara
Tutto nell’alba
i treni, le case
una testa misteriosa
la mano misteriosa
che appariva
in tutti i giardini
Dappertutto apparse
questo mistero.

Entonces dije yo, es mi padre
dejadme y la gente pasaba
y los borrachos pasaban
yo me hallaba en la tumba
echado con las piedras, yo
decía
Sacadme de la tumba, pero
allí me dejaron con los habitantes
de las cosas destruidas
que no eran ya más que
cuatro mil esqueletos.

Allora io dissi, è mio padre
lasciatemi e la gente passava
e gli ubriachi passavano
io mi trovavo nella tomba
gettato tra le pietre, io
dicevo
Tiratemi fuori dalla tomba ma
mi lasciarono lì con gli abitanti
delle cose distrutte
che non erano ormai che
quattromila scheletri.

Y mi corazón temblaba
pero era un sueño
que mi corazón lo soñaba
y fueron muriendo muchos soldados
de la guardia del Rey
pero mi corazón estaba temblando.

E il mio cuore tremava
ma era un sogno
lo sognava il mio cuore
e stavano morendo molti soldati
della guardia del Re
ma il mio cuore tremava.

                                  ***

From childhood's hour I have not been
As others were; I have not seen
As others saw; I could not bring
My passions from a common spring.
Edgar Allan Poe

Io non posso tradurre “from the childhood’s hour” con “da presto”, come fa in questa stessa rivista un patetico traduttore letteralista perdendo persino la lettera, come un postino sfaticato o troppo affaticato dalla propria mediocrità. Io traduco con “dal mutismo dei miei primi anni”. Il mutismo, etimo d’infanzia, vive nel bambino Leopoldo María Panero atraverso una stupefacente articolazione di parole venute da un futuro ancora da vivere, attraverso una lingua estranea ai “primi anni”. Ecco, forse per Panero posso tradurre "childhood’s hour" con "da tardi".

Questa lingua muta al bambino, questa enfasi del tardi, è fatta di pietre, le pietre tra le quali il bambino si vede gettato, nella tomba, come un ricordo lanciato dal futuro. Questa lingua muta è fatta del legno della bara di Pinocchio, il legno di burattino. La lingua come bugia, come mantello rubato al prossimo. Il prossimo di un bambino è il tempo. Chi ruba il mantello al prossimo muore senza camicia.

Nel novembre del 2006 Panero ed io gironzolavamo per le strade di Las Palmas, ed egli mi disse: “Siamo Collodi e Pinocchio nella contrada dei morti. Tu sei Collodi, ed io Pinocchio”. Come dire, io ero la verità falsa della carne, e lui la falsità vera della parola.

Per un bambino, pur vera, è falsità la parola, proprio perché scevra d’ogni accumulo di menzogna in cui la vita la forma. Ed è verità, seppure falsa, la carne del proprio corpo, sottratto al finalismo degli atti che lo verificano. In "Pavane pour un enfant défunt" (in “Narciso en el acorde último de las flautas”, traduzione italiana mia, “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, Roma 2005), Panero parlerà di “questa bellezza demente dell’infanzia, questo furore contro l’utile del tuo corpo”. Il furore contro l’utile del corpo, contro la sua anima, contro la sua animazione, unisce il bambino all’assassino.

Tristezza del volere, così non può la mano
e può cosí la mano, non volendo che l’aria
che già stringe, come una pagina accartocciata
come un occhio bianco che si apre sulla palma.
Was dir nur Augen sind in diesen Tagen
nelle notti future sono soltanto stelle,
non più occhi come pagine bianche
non più occhi come i bambini morti
che sono stati e che non sono stati
e che sono e che non sono
come colei che non è nata eppura è morta,
il páis del Cristo orina sulla madre
illa et illa et illa et illa demum,
ha nel ventre ognuno degli sguardi
da lei distolti.
(Ianus Pravo, “Senz’arma che dia carne all’imperium”, L. M. Panero-I. Pravo, Firenze, 2011)

Coprirsi il volto come un boia, è questo che fanno i pagliacci per far ridere i bambini. Mi sto truccando da bambino per farmi ridere o farmi piangere, e il bambino è ovviamente morto e a interpretare sinceramente un morto ti si tira via il trucco dalla faccia (Ianus Pravo, “Moleskine dell’errore”, Errant Editions, 2012).

Perché ognuno di noi porta in sé un bambino morto, che piange,
che anche questa mattina, questa sera come sempre
aspetta di festeggiare con gli Altri, gli invisibili, i lontani
un giorno infine il compleanno.
(L. M. Panero, “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”).

                                                          ***

Leopoldo María Panero (Madrid, 1948) è autore dell'opera più radicale e originale della poesia spagnola contemporanea. Ha pubblicato più di cinquanta libri, tra poesia, narrativa, saggistica. Attualmente vive nel manicomio di Las Palmas di Gran Canaria, dopo aver compiuto, negli ultimi trent'anni, un vero e proprio tour per le istituzioni psichiatriche spagnole.

Bibliografia in italiano:

"Narciso nell'accordo estremo dei flauti", Azimut, 2005, trad. di Ianus Pravo
 "Dal manicomio di Mondragón", Azimut, 2007, trad. di Ianus Pravo
"Peter Pan non è che un nome", Il Ponte del Sale, trad. di Ianus Pravo e Sebastiano Gatto.
"Il cervo applaudito", EDB Edizioni, 2013, trad. di Ianus Pravo

Direttamente in italiano L. M. Panero ha scritto, insieme a Ianus Pravo, "Senz'arma che dia carne all'imperium", Società Editrice Fiorentina, 2011.

Il video è tratto dal film "El desencanto", de Jaime Chávarri (1974)