Approfondimenti

Lui mi vede? - Lisa Orlando

 Vorrei usare il verbo solo al presente; ma la storia, che avrebbe potuto essere, non è esistita. Eppure, la condizione emotiva che richiama il déjà vu mi dice che tutto è esistito, con miracolosa, mostruosa intensità. A questo punto, quale sia la verità non ha più alcuna importanza.
Sei accanto alla porta, ora la tocchi, ma non tenti di penetrare, resti lì, mite, con una sorta di minima follia. Un vasto silenzio ci circonda. E’ quasi tutto buio. Non ti vedo bene. Ma ti guardo, in quello che immagino siano i tuoi occhi; immagino mi impongano una precisa fedeltà: guardarti. Non so dove tu mi stia collocando; per una esigenza di incarnazione, forse al centro del letto. Nuda, nuda, bianca. Ora ti avvicini; lo fai piano, come un animale indifeso. Riduco le tue proporzioni, volutamente; non c’è alcuna inclinazione magica; qui posso (anche) darti una qualità liberatrice: la tua mano si volge in me, la tua mano mi sfiora la pelle, la tua mano sale, lungo le gambe, come se ci fosse una mappa del percorso sul mio corpo. Ma chi muove la mano? Io? Sì, io. Come se l’io fosse chiamato a questo appello.
 

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 Ma... mi fermo, ora. Vorrei (solo) guardarvi, inerme, aprendovi uno spazio sovrano; da questo momento, sarò la depositaria dei vostri gesti: fatali, liberi. La porta, i muri, il letto, mi rassicurano della vostra esistenza. La donna ora apre lievemente le gambe, forse vuole che lui la tocchi nel luogo più fragile. L’uomo la guarda di nascosto e con la mano avanza, avanza, carezzandola lì, nel pieno consenso di lei: la donna chiude gli occhi, abbandonandosi completamente. L’uomo è poco più che un soffio, o un elemento naturale tra quelle gambe così bianche. Poi tutto si ferma; il sovraccarico di buio si svela come un presagio di inesistenza, la donna allora apre gli occhi, l’uomo la guarda, la donna lo guarda, eppure sembra che non si vedano; anche da vicini è come se continuino a percepirsi da un’estrema lontananza che non nega la loro presenza ma quasi tenta di vanificarla. E’ possibile che la donna ora si stia ponendo quella domanda: lui mi vede? Sono certa di scorgere nei suoi occhi un senso di terrore. “Lei mi vede?”, ora lo chiede a voce alta. Lui non risponde, resta in silenzio, con una strana imperturbabile calma. Allora come per trascinarsi in una direzione dalla quale non sarebbe scomparsa, si lascia cadere dal letto, e sul pavimento apre le gambe; l’uomo la segue, apprestandosi a quel fuoco che lei gli mette dinanzi, e vi prende posto con la bocca. Le infila selvaggiamente la lingua nel sesso, inizia a spingere con forza, ma non per darle piacere, forse per farsi più reale, forse, per rendere anche lei più vera? L’uomo spinge con la lingua, sempre di più; ma non è nel sesso di lei (dentro non lo è mai stato, la visione è stata ingannevole); in un’incarnazione affatto passionale, lui spinge per spingere lei sempre più lontano, là dove il gesto non colpisce, e la possibilità del contatto cessa. Guardo la donna: giace a terra, ora, contro la parete; il suo volto è bellissimo e stranamente composto, come se non fosse stata né punita né stroncata, ma trasformata in testimonianza.

Vedo lui a pochi passi da me, immobile, sul pavimento accanto alla porta, immerso in questa notte secolare dove il mattino verrà (se verrà) a ispezionare i confini di un regno. Vedo il suo corpo nudo, fisso come una statua, e in quella naturale nudità scorgo una solitudine mostruosa e perfetta, e la sacra devozione di un dovere, non dedicato ad alcuno se non all’immobilità. Due passi, dovrò fare due passi: un movimento affatto semplice, non decidibile, non volontario. Eppure, come un rito perfezionato sull’acqua, io compio quei due passi e, avvicinandomi a lui, mi distendo accanto, pacificata, come se non vi fosse più altra scelta per me e non potessi vivere che presso di lui – immobile; quell’immobilità alla quale si giustappone un luogo pieno di sbarre ove, se non si risiede nella fissità, si è costretti a errare intorno a se stessi. I nostri corpi, ora, giacciono insieme, l’uno a fianco dell’altro, benché senza legami, immobili, nudi, estranei. Nel punto più alto della notte, vedo lui cadere in un sonno profondo. Ha un volto così pallido; sembra morto, come me. D’un tratto ci risvegliamo (sempre ci si risveglia quando non si è lavorato fino in fondo ai gesti della morte), e vedo lui, ancora, voltarsi verso me, e abbracciarmi; la sua pelle nuda contro la mia pelle nuda, solo per un attimo – eterno!, poi mi allontana – con un’aria di assenza –; come se fosse nell’intima necessità di quell’essere restarmi unito nella distanza, e legato inspiegabilmente da un segreto terrore che lo obbliga (e mi obbliga) a confluire in una fissità senza fine.