Approfondimenti

Più passa il tempo, più divento amico degli spettri

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Non essendomi quasi mai degnato, da bambino, di giocare con i miei coetanei ai giardini, mi è venuto adesso, con l’età, il desiderio di giocare. E ultimamente di giocare con gli spettri. Vedete, gli dico, io ho sempre creduto alla vostra diafana esistenza. Voi mi avete fatto compagnia fin dai tempi felici di Scooby-Doo e del vostro collega Fantômas.
«Buono a sapersi,» immagino risponda il più anziano fra di loro «noi abbiamo una particolare predilezione per le persone come te».
E cosa ne sarebbe, della vita che mi resta, se ponessi dei freni, in me, a ostacolare l’irruzione del meraviglioso? E di loro, dei miei molteplici spettri multiformi, che cosa ne sarebbe? Mi sento responsabile di un ideale di primo grado, contro ogni buon senso.

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Per quanti sforzi faccia, tornando indietro con la memoria non riesco a ricordarmi di quando ho incontrato per la prima volta l’oltreumano. Dev’essere stato terribile, un insulto alla mia precoce volontà di chiarezza. Una cosa è la percezione, in sé, di una visione interiore, un’altra l’angosciosa esperienza di trovarsi faccia a faccia con un fantasma. Che non è più un essere umano e non è ancora un puro spirito. O perlomeno credo, o credevo. Un’anima di un morto piena di vita, che ti strappa dal tuo tempo consueto. Non ricordo la mia “prima volta”, però mi viene in mente qualcosa che è accaduto dopo quella prima volta, e che mi fece trasalire in camera mia, da sotto le coperte. Avrò avuto otto o, forse, nove anni. Ed ero nell’inferno della mia sensibilità in crescita. Che cosa si agitava, dietro la tenda? Il corpo sottile di un qualche Principe impiccato di fresco? Un doppio di me stesso in preda all’incubo del suo destino a venire? Chissà. Tutto, di quella sera di quarant’anni fa, resta indistinto, dentro di me, nel mare delle immagini fluttuanti, senza forma. Non so dire, adesso, come ho fatto ad addormentarmi. E, anzi, mi sembra incredibile, aver potuto superare da me solo quell’ostacolo, quel falso, grottesco simulacro che intravedevo muoversi oltre le cortine. Il mio corpo, spossato, deve aver vinto per virtù propria la sua battaglia con la mia coscienza. Mentre ho capito più avanti l’importanza di essere un Testimone, per agire nella realtà e dar voce a una presenza che è in parte materiale, in parte no, e in parte è il prodotto di un reale sovrarazionale, che non è per niente folle pensare come un’energia all’opera lungo una corrente infinita.

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Più passa il tempo, più divento amico degli spettri. Negli ultimi anni mi è parso di aver compreso qualcosa di essenziale sulla loro natura, e sui vincoli profondi che ci legano. In effetti, loro come me restano uniti al proprio turbamento, mai sazi di se stessi: si spostano, gli inquieti, sospirano, forme fruscianti votate a preservare l’intensità delle passioni, “portano giù” l’amore dall’astratto e sono sensibilissimi, però, anche ai richiami del suo sentimento opposto, l’avversario, proliferano, s’incalzano l’un l’altro rinunciando a ogni cautela per smania di pensiero, scompaiono d’un tratto, per poi ricomparire, fatalmente, in situazioni senza via d’uscita, si effondono la notte ed ecco - non li senti? - che, come non fossero mai stati, ritornano a eclissarsi in labirinti senza fine.

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