Approfondimenti

Ruth n.1

Sono la Ruth n.1, una donna francese di 47 anni. Richiedo un profilo di personalità durante la pandemia, per la reconversion professionelle in cui non oso lanciarmi.

Con il foglio davanti a sé, la grafologa mi dice che la ricerca interiore in cui mi sono ficcata è tanto profonda quanto bianca; sembra una foresta di neve che attraverso da sola con un ombrello che appena mi ripara.

Ma se da una parte il gelo, il bianco e il silenzio della natura mi piacciono, dall’altra mi lacerano: manca il tintinnio dei bicchieri da cocktail, l’odore pungente del Margarita, il sudore della folla che mi spinge in metro. La solitude est parfois dure à supporter…

Quando non percorro distese di neve con ombrelli scassati, partecipo al mondo con ardore e un po’ di sentimentalismo. D’istinto ripenso a quando correvo nel campo da tennis arancione, scottato dal sole, nel tentativo di recuperare il più velocemente possibile le palle da tennis lasciate cadere da mio padre e dal giocatore avversario. Mi sfuggivano di mano come nugoli di ciliegie e il mio tentativo di impressionarlo falliva. L’assenza di quello sguardo compiaciuto si ripercuote sul margine destro del foglio, che non è raggiunto, così come quello sinistro che risulta grande, ampio, una galleria per elefanti. Bref, il mio scritto affonda in un mare di bianco dove le lettere, striminzite e spappolate, non riescono a stare a galla.

 elefantino 

 Nella foresta di neve che mi sono costruita da sola, coi legnetti resi disponibili dai giorni, immagino tanto e concretizzo poco. Lascio all’altro, in tutte le sue accezioni, il potere di decidere qualunque cosa: il ristorante in cui ci conosceremo, il film che vedremo, la posizione che assumeremo per fare l’amore. La grafologa vede che mi manca un uomo o forse gliel’ho detto io in uno slancio spontaneo? Mentre accenna alle compensazioni sensoriale a cui mi abbandonerei, guardo infastidita il barattolo di gelato vuoto col cucchiaio dentro. Lo scanso. 

Non ho vie di mezzo. Alla base del mio delegare o rifiutare in blocco c’è una fragilità di cui non so parlare, forse proveniente dallo sguardo mai ricevuto, nonostante l’agilità nel raccogliere palline?
Un antico appetito d’amore è rimasto acceso, il lume nella stanza in cui leggo fino a tardi.
Non sopporto gli ambienti in cui regna la disarmonia e temo il giudizio come il cratere di un vulcano attivo. Mi piace risolvere i conflitti solo che, hélas, in questo caso specifico la forza di volontà è controproducente. Apprezzata quando a lavoro mi propongo di buttare via la spazzatura o riempire i registri dei colleghi, nella dimensione della guarigione e della trasformazione, farei meglio a stare in panciolle, a lasciarmi stare.

 gelato 

Penso troppo e male e pensare l’ostacolo alla lunga fiacca. Sarebbe molto più furbo farne un quadro, mi dice, un disegno, una scultura di pasta di sale da appendere in bagno e su cui tirare freccette. Quella prospettiva mi entusiasma, io e la grafologa sconosciuta ridiamo e io prendo sul serio la possibilità di farla davvero quella scultura. Mentalmente stilo la lista dell’occorrente: farina, sale, freccette…

Sentir parlare di una versione di me spensierata che non riesco ancora a far emergere dalla polvere dei giorni, le fa venir voglia di tornare. Sento lo scalpiccio di tacchi rossi. Eccomi!
Prima però, bisogna che mi ricordi di recuperare il corpo (lo specchio vicino alla finestra me lo conferma). Noto ad altra voce che ho i capelli arruffati, il vecchio pigiama che non oso buttare, la cucina piena di croste. Di certo il Covid non ha aiutato. Riprendo il barattolo di gelato che avevo nascosto, lo mostro alla webcam ridendo, non mi vergogno più della sua esistenza.

La mia domanda sul mestiere che potrei fare una volta uscita dalla foresta di neve, purtroppo resta insoluta: con tutte queste fioriture, a malapena si può vedere la donna che c’è dietro. Mi viene sconsigliato di fare la contabile o l’educatrice e di trovare un’attività in cui possa cambiare spesso d’abito. Le dico che uno psichiatra, una volta, mi aveva consigliato di fare un lavoro “strutturante” - Che parola orribile! - gridiamo. Lei me lo sconsiglia: quando si ingrassa non si mettono pantaloni stretti per dimagrire ma se ne compra un paio più largo.
En gros devo mettere da parte tutti i contenitori: quelli a cui voglio somigliare e quelli che contengono gelato alla vaniglia.

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Per finire mi parla di sport, di pittura, di canalizzare altrimenti l’energia con cui creo pensieri stagni che girano come criceti. Il primo compito alla fine di quello strano incontro, sarà rifare à ma sauce il ritratto della nonna di cui ho ereditato il nome (ennesimo contenitore?) e di fare subire a lei, tramite la scelta dei colori e della materia, il destino che il suo nome avrebbe imposto a me per 47 anni.
Come una scultura, apparirò una volta che avrò tolto la materia inutile che mi ricopre.
Ci salutiamo.

 

  Critina Basile