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stenopeiche 2/n

MAI CACARE IL CAZZO ALLA DURAS

Questo libro non ha inizio né fine, non ha centro.

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Nessuno dei testi, dunque, è esaustivo. Nessuno riflette ciò che penso in generale dell’argomento affrontato perché di niente penso qualcosa in generale, tranne dell’ingiustizia sociale. Al massimo, il libro rappresenta ciò che penso certe volte, in certi giorni, di certe cose. Dunque rappresenta anche ciò che penso. Non sono depositaria del pensiero totalitario, voglio dire: definitivo. Ho evitato questa piaga.

L’alcool fa vibrare la solitudine e finisce per renderla preferibile a tutto. Bere non è necessariamente voler morire, no. Ma non si può bere senza pensare che ci si uccide. Vivere con l’alcool, è vivere con la morte a portata di mano.

Guardate la storia delle idee. L’alcool fa parlare. È la spiritualità fino al delirio della logica, è la ragione che cerca di comprendere fino alla follia il perché di questa società, di questo Regno dell’Ingiustizia — e approda sempre a una stessa disperazione. Un ubriaco può essere rozzo, ma raramente è osceno.

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L’alcool non è consolatorio, non riempie gli spazi psicologici dell’individuo, sostituisce solo la mancanza di Dio.

Quando si scrive, entra in gioco una specie d’istinto. […] Non è il passaggio dall’essere in atto di cui parla Aristotele. Non è una traduzione. Non si tratta del passaggio da uno stato a un altro. Si tratta di decifrare qualcosa che c’è già e che già è stato fatto da noi nel sonno della nostra vita , nel suo incessante ripetersi organico, a nostra insaputa. […] Posso dirlo in un altro modo, posso dire: sarebbe leggere la propria scrittura, quel primo stato del nostro scritto ancora indecifrabile per gli altri.

Scrivere non è raccontare storie. È il contrario del raccontare storie. È raccontare tutto insieme. Raccontare una storia e l’assenza di questa storia. Una storia che si svolge attraverso la sua assenza.

Ciò che invece non ho detto, è che tutte le donne dei miei libri, qualunque sia la loro età, derivano da Lol V. Stein. Vale a dire da un certo oblio di sé. Hanno tutte gli occhi chiari. Tutte sono imprudenti, incaute. E tutte sono causa della loro infelicità. Sono molto spaventate, hanno paura delle strade, dei posti, non si aspettano la felicità.

Thala è la parola gridata negli abbaini dell’hôtel Des Roches quella sera d’estate dal giovane straniero occhi blu capelli neri.

Lol V. Stein.
Pazza.
Ferma a quel ballo di S. Thala. È il ballo che cresce. Fa cerchi concentrici intorno a lei, sempre più larghi. Adesso il ballo, i rumori del ballo sono arrivati a New York. Adesso Lol V. Stein è in testa ai personaggi dei miei libri. È curioso, però. È lei che “si vende” meglio. La mia piccola pazza.

Roland Barthes era un uomo di cui ero amica ma che non ho mai potuto ammirare. Mi sembrava che avesse sempre lo stesso piglio professorale, molto controllato, assolutamente di parte. Concluso il ciclo delle “Mythologies” non sono più riuscita a leggerlo. […]
Anche in una specificità religiosa, bisogna aprire all’ignoto, bisogna che l’ignoto entri, e disturbi. Bisogna aprire la legge e lasciarla aperta finché qualcosa entri e turbi il normale gioco della libertà. Bisognerebbe aprire all’empio, al proibito, affinché l’ignoto delle cose entri e si mostri. Non c’è questo, in Roland Barthes, non c’è un movimento del genere, pulsioni adolescenti più forti di noi che attraversano ciò che si presenta. Si direbbe che Roland Barthes sia diventato adulto subito dopo l’infanzia. Che non abbia attraversato i rischi dell’adolescenza.

Ho letto Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, e La Sorcière di Michelet.
Non ho più una biblioteca. Me ne sono liberata, come pure da ogni idea di biblioteca. Finito. Quei due libri, è come se avessi aperto il mio stesso corpo e la mia testa e leggessi la storia della mia vita nel Medioevo, nelle foreste e negli opifici dell’Ottocento. Il libro della Woolf, poi, non ho trovato un solo uomo che l’avesse letto. Siamo separati, come dice nei suoi romanzi M.D.

Il corpo degli scrittori partecipa dei loro scritti. Gli scrittori provocano la sessualità nei loro confronti. Come i prìncipi e i potenti. Quanto agli uomini, è come se fossero andati a letto con la nostra mente, come se avessero penetrato la nostra mente insieme al nostro corpo. Non ci sono state eccezioni per quanto mi riguarda. […] È così in tutto il mondo, per tutti gli scrittori, uomini e donne indifferentemente. Sono oggetti sessuali per eccellenza.

Il libro, è la storia di due persone che amano. Sì, è così: che amano senza esserne consapevoli. Avviene al di fuori del libro. In questo momento sto dicendo qualcosa che non ho voluto dire nel libro, ma che non dovevo dimenticare di dire adesso, anche se è un po’ difficile trovare le parole. Quell’amore sta nell’impossibilità di essere scritto. È un amore non ancora raggiunto dalla scrittura.
[…] Potrei dire che si tratta di un amore assurdo senza soggetti, come il sorriso di Alice attraverso lo specchio è senza volto, ma sarebbe astratto, falso. […] In questa confusione che essi hanno in comune, una confusione che è loro propria e che è l’identità del loro sentimento. Colgono qualcosa di ciò che avviene fra loro e li lega? Non so. Sanno più degli altri nel senso del silenzio da fare sull’amore ma non sanno viverlo.

Ho sempre vissuto come se non avessi alcuna possibilità di avvicinarmi a un qualunque modello di esistenza.

da La vita materiale, Marguerite Duras.