Voglio la notte e la voglio senza luna (dedicato a L.F. Céline)

La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.

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A un certo punto succede. Che incontri la notte. Mica il buio della tua cameretta di bimbo, che celava insidie, agguati di mostro. Dico notte quella vera. Si addensa prima intorno, poi dentro. Scossone da paura, the big one, che botto da guerra!, lo senti il clangore contro l’anima? Tenta resistenza, ma non regge all’impatto, la notte ti deflora, ti si fa, e sei fatto.

Niente da dire. Di colpo scoprivo la guerra tutta intera. Ero sverginato.

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La notte ti taglia il respiro e cambia i connotati, non sei più tu e non più sei solo, ci sarà sempre lei, amante affamata, la tua atmosfera densa, nascondiglio segreto, il porto sicuro che ti annega, sempre lì che torni dopo ogni fuga tentata – l’altrove – fino a quando smetterai anche di scappare. La morte e la miseria: nessuno gli sfugge, fattene una ragione, prima è, meglio è. Cogli il buono del buio, intanto che ti schiarisce le idee.

È la mania dei giovani mettere tutta l’umanità in un didietro, uno solo, il sogno supremo, la rabbia d’amore. Loro avrebbero imparato forse più tardi dove finiva tutto questo, quando non sarebbero più state rosee per niente (…). La miseria se le teneva già d’altra parte per il collo, per il corpo, le carine, non se la sarebbero mica tolta. (…) Lei ci stava in mezzo. Non c’è costume, non c’è paillette, non c’è luce, non c’è sorriso che la inganni, che le faccia venire delle illusioni sui suoi sudditi, a quella, lei si ritrova ovunque vadano a nascondersi i suoi, si diverte soltanto a farli cantare mentre aspettano il loro turno, tutte le fesserie della speranza. Questo la sveglia, e la culla e la eccita la miseria. La nostra pena è così, quando è grande, una distrazione. Allora tanto peggio per chi canta canzoni d’amore! L’amore è lei, la miseria e ancora nient’altro che lei, sempre lei, che viene a mentire sulla nostra bocca.
 

 

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Perché la notte più tenebrosa è un faro. Ossimoro certo. Non esiste luogo di più grande nitore per far luce sulla natura che ci crea e massacra, sul disfacimento materiale e morale di persone, cose e sentimenti. La notte è assenza di sole, di Amore che muove le stelle. È linea di confine sottile, prova generale prima che entri in scena Lei, la notte definitiva. Ogni alba è un nuovo nascere al dolore, al niente che annienta, al conto alla rovescia. Nessun posto è peggiore della notte, pure niente esiste di più immenso, autentico e fedele.

Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero.

Victor Hugo e Louis-Ferdinand Céline hanno scritto, in epoche diverse, romanzi che trattano la condizione delle “fasce deboli”, entrambi connotando con forte realismo il contesto storico, politico, sociale. I poveri di Hugo vivono nella Parigi del dopo Napoleone, all’epoca delle regole severe della Restaurazione e dei moti rivoluzionari volti all’ottenimento di un regime più liberale. “I miserabili” è dunque il ritratto di una società di derelitti, e nel contempo una denuncia delle sopraffazioni da loro subite. Sebbene essi vivano immersi nel dolore e nell’ingiustizia – nel Male – tuttavia è presente un’idea di salvazione. Si cade e ci si rialza, si pecca e ci si redime. La possibilità di riscatto si incarna nella forza d’animo e negli ideali morali di alcuni personaggi, nella loro tensione al Bene.
 

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Nulla di tutto ciò nei libri di Céline che, al contrario di Hugo, nasce e muove povero, e in ogni sua opera non può che descrivere un profondo senso di disillusione, una irreversibile catabasi predestinata e offerta in dote a ciascuno con il venire al mondo.

Non si sale mica nella vita, si scende.
 

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“Viaggio al termine della notte, “Morte a credito” e “Trilogia del Nord” altro non sono che una accurata ricostruzione della sua esistenza, dall’infanzia poverissima nei Passage di Parigi alle trincee della Prima Guerra Mondiale, dal viaggio nelle colonie d’Africa alle catene di montaggio della Ford, in America. E il ritorno in Europa, gli apprendistati, le iniziazioni a ogni esperienza, le periferie di Parigi dove esercita la professione di “medico dei poveri”. Spesso senza farsi pagare. Non tanto per pietà, sottolinea più volte lo stesso autore, quanto perché al proprio destino non si sfugge, e sempre con i poveri avrai a che fare, se tu stesso lo sei. Tutti tristi comparse, i personaggi di Céline, soprattutto gli uomini “di potere”.
 

Quando sei debole quello che ti dà forza è lo spogliare gli uomini che temi di più da tutto il prestigio che sei ancora portato ad attribuirgli. Bisogna imparare a considerarli per quello che sono, peggio di quello che sono voglio dire, da tutti i punti di vista. Questo ti sgombera, ti libera e ti protegge ben oltre quello che si può immaginare. Ti dà un altro te stesso. Sei in due.

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Anche per i genitori e il periodo dell’infanzia, l’autore sembra non nutrire amore o nostalgia. Erano ben altre, del resto, le priorità.

Soltanto una cosa, al Passage, avevamo in comune nella nostra famiglia, l’angoscia della pagnotta. Un’angoscia enorme. Fin dal mio primo vagito, io l’ho sentita… Me l’avevan subito rifilata addosso… N’eravamo posseduti tutti quanti, nessuno escluso, in casa nostra.
L’anima, per noi, era la tremarella. In ogni stanza, la paura di non farcela trasudava dalle pareti… Per lei ogni boccone lo ingozzavamo giù di traverso, soffiavamo i pasti in un baleno, facevamo “gambe in spalla” nelle nostre corse, zigzagavamo come pulci da un quartiere all’altro di Parigi, da Place Maubert all’ Étoile, col panico del sequestro, la paura della pigione, dell’uomo del gaz, con l’assillo delle tasse… Mai ebbi il tempo di nettarmi il sedere tanto bisognava andar di prescia.

 

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I pochi personaggi per i quali l’autore manifesta sentimenti di affetto e simpatia, sono quelli dello zio affettuoso, della nonna che lo inizia alla lettura e scrittura, della prostituta americana Molly. Ma proprio in quanto “buoni”, destinati a essere da lui perduti.

Arrivò il momento della partenza. (…) L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo ancora nella carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero, per me, per lei, per tutti gli uomini. (…) Lei non poteva più. Lei non poteva più scendere fin dove ero io… C’era troppa notte per lei intorno a me.
 

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Céline, che amava definirsi un cronista (nessuno ha raccontato meglio la storia del suo tempo), è stato per lungo tempo un personaggio controverso. E non solo per la crudezza delle situazioni descritte e per il carattere nichilista degli scritti – che furono soggetti a censura -, quanto per le posizioni antisemite che lo portarono al’esilio e alla carcerazione. E, al rientro in patria, al disprezzo dei colleghi scrittori.

Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza… Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita una buona volta. (…) Mica so più a chi scrivere… È tutta gente lontana… Si son cambiati l’anima per tradir meglio, scordar meglio, parlare sempre d’altro.
 

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Trascorse l’ultima parte della sua esistenza in periferia, a Meudon, con la moglie insegnante di danza e con i suoi cani, scrivendo in solitudine e rigettando i contatti con il mondo esterno. I fogli ordinati accuratamente in fascicoli. La lucidità, sempre, come piede lirico e approccio al senso.

Le cose alle quali tenevi di più, ti decidi un bel giorno a parlarne sempre meno, devi fare uno sforzo quando ti ci metti. Ne hai le scatole piene di ascoltarti sempre cianciare… Tagli via… Rinunci… E’ da trent’anni che stai a cianciare… Non ci tieni più ad avere ragione. Ti molla la voglia di tenerti anche il posticino che t’eri riservato tra i piaceri… Ti viene lo schifo… Basta ormai mangiare un po’, scaldarsi un po’ e dormire più che si può sulla via del nulla assoluto. Bisognerebbe per ritrovare degli interessi inventarsi delle nuove smorfie da eseguire davanti agli altri… Ma non si ha più la forza di cambiare il repertorio. Farfugli. Cerchi ancora dei trucchi e delle scuse per restare là con loro, gli amici, ma la morte è lì anche lei, fetente, al tuo fianco, tutto il tempo adesso e meno misteriosa d’un mazzo di carte. Ti restano preziose solo le pene minute, quella di non aver trovato il tempo fin che era vivo d’andare a trovare il vecchio zio a Bois-Colombes, con la sua canzoncina che s’è spenta per sempre una sera di febbraio. E’ tutto quello che hai conservato della vita. Questo piccolo rimpianto atroce, il resto l’hai più o meno vomitato lungo la strada, con molti sforzi e pena. Non sei altro che un vecchio lampione di ricordi all’angolo di una strada dove non passa già quasi più nessuno.
 

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Per chi si accosta ai suoi libri smettendo la limitazione del giudizio, della necessità di un messaggio salvifico, Céline è semplicemente anarchia, nitore, bellezza pura. Che se ne condividano o meno le scelte di vita e letterarie, i suoi scritti costituiscono un’immersione coraggiosa e sincera nelle cloache di un’umanità disperata, abbandonata a se stessa. Suggerisco, nell’affrontare la notte di Céline (metafora dell’esistenza senza luce di speranza, una sorta di guerra di trincea) – e la nostra, qualora si appalesi – sino in fondo, sino al termine di lei. Che tale viaggio sia rinascita a nuova consapevolezza o fine di tutto.

È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi, prima di morire.
 

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Il modo ce lo suggerisce Céline stesso, con il suo tono irriverente e autoironico. Ci si tuffi senza turarsi il naso, godendo del grottesco, del paradosso che caratterizza il nostro passaggio nel mondo. E se notte deve essere, “la voglio senza luna”, come dice Capossela.

Comunque ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d’America.

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Tutti i testi in corsivo sono di Louis-Ferdinad Céline e sono tratti da “Viaggio al termine della notte”, traduzione di Ernesto Ferrero, TEA  2002 e da “Morte a credito”, traduzione di Giorgio Caproni, GARZANTI 2007

Le illustrazioni sono a opera di Renato Guttuso, e tratte dall’edizione fuori commercio de “I miserabili” di Victor Hugo, Aldo Palazzi Editore, 1966

Il titolo dell’articolo è ispirato a “Bardamu” di Vinicio Capossela

Intervista di Louis Ferdinand Céline a Meudon:

http://www.youtube.com/watch?v=ItmFq67kSgw