Interviste

GIOVANNA CRISTINA VIVINETTO intervista Pro VIVI al NETTO della poesia

GIOVANNA CRISTINA VIVINETTO
intervista
Pro VIVI al NETTO della Poesia

35628284_10215126230256761_836231163323351040_n

SS: Carissima Giovanna, io inizierei con quella che per me e per i lettori di NG è diventata una domanda oramai di rito. Immagina che nessuno qua ti conosca e tu debba presentarti: Chi è Giovanna Cristina Vivinetto?

GCV: Giovanna Cristina Vivinetto è all’apparenza una normalissima ragazza di 24 anni, nata a Siracusa e residente a Roma, dove sta ultimando la magistrale in Filologia moderna; appassionata di poesia, lettrice onnivora e con all’attivo un libro in versi, sua opera prima, Dolore minimo. Ma Giovanna Cristina è anche una ragazza transgender, che ha vissuto fino all’età di 19 anni in un corpo maschile, che non corrispondeva alla sua percezione interiore e che, per questo, ha avuto il coraggio di adeguare al suo sentire interno; è, inoltre, la prima poetessa transessuale ad aver messo in versi la transessualità e la disforia di genere.

35486467_10215126230176759_323408426048684032_n

SS: Ho letto, riletto e fatto leggere il tuo ultimo libro di poesie. Senza per ora addentrarci nella tua scrittura, cosa vuol dire per te fare poesia?

GCV: Fare poesia, a mio avviso, significa “raccontare una storia”, comunicare nel modo più sincero possibile una trama che abbia un inizio, uno sviluppo ed una fine. Una storia che lasci un segno e che faccia scaturire un confronto ed una riflessione più profonda. Per questo la mia poesia è molto “narrativa”, poiché elabora al suo interno un filo conduttore, un tema comune che abbraccia tutti i componimenti in un susseguirsi lirico sempre più intenso, coinvolgente e strutturato (che abbia, cioè, una logica ben precisa e una coerenza interna).

SS: Qui a NG siamo soliti discutere di poesia ma anche no, di letteratura ma anche no, di arte ma anche no.
Un “anche no” che vorrei discutere con te, se ti va, è il recente attacco che un sito che si definisce Pro Vita ti ha rivolto, prendendo a pretesto la tua poesia senza entrare nel merito della tua scrittura.
Prendere a pretesto la delicata potenza, la coraggiosa trasparenza con la quale affronti in versi il tema della transessualità per sferrarti un attacco personale. Tu come hai visto tutto ciò?

GCV: Il punto è che questi signori non hanno mai letto il mio libro, per cui l’hanno etichettato come “paccottiglia prodotta dalla lobby LGBT” solo in virtù della mia storia personale, in quanto cioè persona transgender. Ed una persona che cambia sesso non può e non deve comunicare a nessuno la propria vergogna, figuriamoci metterla in versi e raccontarla in un libro! Ma, tutto sommato, forse dovrei ringraziarli perché, grazie al loro odio gratuito e incontrollato, hanno dato un’enorme visibilità a Dolore minimo, che, dopo l’accaduto, è apparso su Repubblica, ricevendo migliaia di condivisioni e piazzandosi al primo posto nelle classifiche Bestseller Poesia di Amazon e Ibs.

SS: Credi nell'impegno sociale della Cultura ovvero, pensi che la Cultura e gli artisti con il proprio impegno personale siano in grado di elevare e accrescere la nostra società?

GCV: È certo che la Cultura in sé abbia come presupposto implicito il miglioramento delle condizioni sociali e culturali di un Paese. Per questo andiamo (o dovremmo) andare orgogliosi, ad esempio, dei nostri premi Nobel, perché, appunto, attraverso le innovazioni apportate nei loro ambiti di ricerca, hanno alzato l’asticella del livello culturale raggiunto fino a quel momento. In particolare, credo che la letteratura abbia un valore educativo di primo piano: nel mio caso posso dire che Dolore minimo è stato concepito anche con un fine pedagogico, quello cioè di sensibilizzare il lettore su una tematica così poco conosciuta, ignorata e spesso travisata.

SS: Di recente, come abbiamo già detto, hai pubblicato un libro dal titolo che da solo è già una emozione: “Dolore minimo” edito da Interlinea. Vorrei sottolineare questi versi: "Quando nacqui mia madre / mi fece un dono antichissimo. / Il dono dell'indovino Tiresia: / mutare sesso una volta nella vita”. Quanto è stata ed è importante la madre, nel tuo percorso artistico e di vita?

GCV: Mia madre è stata ed è un punto di riferimento fondamentale per la mia esistenza. Oltre ad essere una donna splendida, è anche un’insegnante infaticabile, creativa e molto attenta (e credo che la passione per l’insegnamento io l’abbia presa proprio da lei!). Nel mio percorso di vita, mi ha sostenuto con un grandissimo amore sin dal primo giorno: ricordo quando, all’inizio della terapia, mi disse: “Sai, ho sempre voluto una figlia femmina e mi sa devo ringraziarti per avermi dato la possibilità di averla, ora che non sono più così giovane per fare figli!”. Come si fa a non amarla?

SS: Un altro “anche no”, ti va? Come vedi il mondo attuale? La recente discussione che si muove sui social e invade il nostro quotidiano, riguarda le migrazioni. Il tuo punto di vista sulle migrazioni e sulle discussioni che intorno ad esse, si stanno svolgendo.

GCV: Dico solo questo: negare l’accoglienza, il supporto e l’aiuto significa negare la vita. Scriveva Wislawa Szymborska: “le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola / e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.”. Proprio oggi, che la “Terra è più piccola”, non possiamo girare il capo dall’altra parte e far finta che nulla succeda. E questo vale per qualsiasi minoranza in difficoltà: immigrati, rifugiati, donne oppresse, persone transessuali.

SS: A dicembre, il primo dicembre 2018 sarai a Torino per presentare il tuo “Dolore Minimo” in quel di Periferia Letteraria (e che ce frega del conflitto di interessi a noi?!).
Ti confesso la nostra felicità nell'avere con noi e fra noi la tua scrittura. Che parla, che dice, che incide, che pensa, che domanda.
D'altronde cos'è la scrittura, cos'è la poesia se non tutto ciò?

GCV: Concludo allora con le parole dell’amata Wislawa, citata poc’anzi: “La poesia? / ma cos'è mai la poesia? / Più d'una risposta incerta / è stata già data in proposito. / Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / come all'àncora d'un corrimano.”. Coltiviamo la bellezza del non sapere.