Interviste

Il grande cerchio – Conversazioni con Valentina Cidda Maldesi 2

Seconda parte: l’espressione della sensibilità

a cura di Pier Angelo Cantù

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Abbiamo lasciato Valentina Cidda Maldesi lunedì scorso sul divano virtuale al termine della nostra prima conversazione parlando di musica. A un certo punto, infatti, la sua vita artistica si incrocia con quella di alcuni musicisti per dare vita ai Kiddycar, esperienza di cantante e autrice di liriche culminata con la pubblicazione dell’album “Sunlight Silence” del 2009. Frutto di un sogno paziente, pur tormentato da varie vicende, il progetto era nato una decina di anni prima con il nome Kriminal Bit da Stefano Santoni, Paolo Ferri, Roberto Bianchi e altri, per poi evolversi nella seconda metà del 2005 dopo l’incontro tra la voce e la poetica di autrice con Ferri e Santoni. L’album esprime benissimo un universo musicale che da qualche anno si era fatto strada all’interno del pop indipendente, soprattutto a Berlino per opera dell’etichetta Morr Music e nei paesi del nord Europa, ad esempio nell’esperienza dei Mùm. Ineffabili e sottili, le canzoni raccolgono però influenze artistiche di vario genere, anche al di fuori della sfera musicale, e sono caratterizzate dal prisma vocale di Valentina, soavemente soffuso e adagiato su tappeti sonori altrettanto soffici, a evocare mondi interiori e universi, leggeri ma profondi, di comunicazione fra uomo e natura. Sono stanze di fragilità e forza che, come state per leggere, porteranno la nostra conversazione ad attraversare in modo naturale il ponte che separa l’attività musicale di Valentina con il suo profondo amore per il teatro.

Cosa ci puoi dire sui Kiddycar oggi che l’esperienza è alle spalle ormai da alcuni anni?

I Kiddycar sono stati più di un semplice progetto musicale. Piuttosto, uno spazio di ricerca, di espressione a molti livelli, una via di fusione della mia vita di musicista, cantante, attrice, regista, autrice, pensatrice; a cominciare dal nome del progetto, che ha racchiuso delicatamente in sé una visione filosofica precisa, un duplice universo significante: da una parte l’oggetto, l’automobilina a pedali, e l’immagine che essa immediatamente evoca; un immagine vintage, una memoria “analogica” per così dire, del tempo in cui (mi piace pensare) il tempo non voleva dire solo “fretta”, del tempo in cui c’era ancora spazio per l’inutilità santa del gioco puro, per una ben diversa intimità, di un tempo che (in un certo senso) se ne sta sospeso nella nostra coscienza e immerso in una dolce ma prepotente nostalgia di certe sfumature dell’esistere. Dall’altra parte c’è il nome in quanto simbolo, idea, metafora linguistica della linea filosofica e poetica scelta e perseguita, ovvero l’intenzione di raccontare il mondo con sguardo infantile, con la meraviglia, lo stupore, la delicatezza trasparente di tale sguardo e, contemporaneamente, con quella ruvida crudezza, con lo sgomento composto di un bambino che davanti a un cielo stellato coglie meglio di chiunque altro la meraviglia, ma anche lo sbigottimento indescrivibile, della sua piccola vita al cospetto dell’universo. E in un istante non è più un bambino, ma un Essere antico, immenso, senza alcuna età.

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I testi delle canzoni, in particolare, hanno saputo evocare una loro forza poetica, in equilibrio tra potenza e delicatezza…

Le tematiche, il tono, la poetica di quei testi sono le stesse dei testi che per lungo tempo hanno dominato le mie creazioni teatrali, nell’intenzione descrittiva e sostanziale dei miei spettacoli. Tutta la poetica dei Kiddycar ruota intorno a un conflitto gentile e spietato che assume di volta in volta innumerevoli forme, ma in un certo senso ricalca sempre la vita e il suo limite: nascere e morire, l’amore, la tristezza, la dolcezza e la ruvidezza di tutte le cose, la bellezza e il terrore che suscita sull’orlo della sua fine, l’alba e il tramonto, il fuori e il dentro, un sì e un no, un pugno serrato tra la vergogna e lo splendore, una ruota delicata e malinconica che fa il suo giro, antico ed eternamente rinnovato, tra la metà bianca e la metà nera sulla stessa luna dell’esistenza umana.

Dicci qualcosa sulle tue influenze musicali…

Le mie influenze musicali, cosa ho amato e cosa ascolto? Ogni cosa che mi tocchi l’anima, ogni cosa che mi faccia vibrare profondamente, che muova il cuore, che risvegli i sensi, che mi parli e che, mentre mi parla, mi ascolti. Perché la musica, ma l’arte tutta, questo fa: mentre leggiamo un libro che amiamo sentiamo che il libro legge noi, mentre ascoltiamo una musica che ci scioglie il cuore sentiamo che quella musica è accordata sulla frequenza della nostra anima e ci sta ascoltando, mentre un dipinto ci scuote i sensi, come ad esempio fa per me la “Decapitazione di Oloferne” di Caravaggio, sentiamo che un grido nelle nostre viscere è evocato e ascoltato dall’opera. È grazie a questa magia straordinaria e indescrivibile che l’arte si fa da sempre intimamente, profondamente salvifica.

Perciò, che dirti? La musica classica, non tutta, molta: Bach, Mozart, Chopin, Ravel, Debussy, Brahms, Schubert, Schumann, Fauré, Satie, Mussorgsky, Shostakovich, forse più di altri, ma altri non meno di loro. I Carmina Burana, la musica rinascimentale, i madrigali di Monteverdi, la viola da gamba di Saint Colombe riportata in vita da Jordì Savall, Dowland, Frescobaldi, Purcell, le cattedrali sonore della musica fiamminga quattrocentesca di Guillame Dufay e di Johannes Ockeghèm, il vento incantato delle messe di Thoma Tallis, i canti gitani, la musica balcanica, il grande rock, il grande pop, la tromba di Chet Baker e la sua voce commovente di angelo caduto, Ennio Morricone, il cuore pulsante delle percussioni cubane, le lavandaie de La gatta Cenerentola. E ancora e ancora e ancora…

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L’esperienza nei Kiddycar ha messo in moto altre importanti collaborazioni…

Sì, il gruppo è stato veicolo, tra l’altro, di bellissime collaborazioni, come quella con Andrea Chimenti, caro amico e grande artista; collaborazioni e incontri con artisti e personaggi della scena indie italiana, Christian Rainer innazitutto, insieme al quale abbiamo dato vita a un piccolo grande gioiello a mio avviso, il vinile in edizione limitata di “How this Word Resounds”. E, sempre grazie ai Kiddycar, e all’apprezzamento ricevuto da Rai Radio 1, ho avuto il piacere di avvicinarmi alla Rai e di essere chiamata a lavorarvi poi in altra veste, a Radio 1 prima e a Radio 2 poi, come autrice e conduttrice radiofonica in trasmissioni come Music Club e Effetto Notte, in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì da mezzanotte alle due, programma quest’ultimo che ruotava intorno a cinema, musica, letteratura e teatro, che ho profondamente amato e accudito, essendo nato proprio con me e avendomi dato uno spazio di indagine, incontri, suggestioni e comunicazione straordinari.

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La dimensione onirica e sospesa, presente nei brani dei Kiddycar, dal vivo assumeva una connotazione più evidentemente legata alla tua vocazione attoriale, in cui l’autenticità diventava veicolo potente per arrivare al pubblico...

Per anni, tutta la mia ricerca come attrice, e naturalmente come regista, si è mossa in una specifica direzione: il superamento del “recitare”, di ogni enfasi, di ogni gesto o respiro che non fosse strettamente determinante; della parola urlata o declamata, a vantaggio del connubio tra parola, silenzio, suono, gesto performativo; ricerca costante di una verità schietta e nuda, diretta e inconfondibile nella comunicazione. La mia presenza nei Kiddycar ha seguito lo stesso sentiero: ecco, nei live ancor più che nei dischi, dove ai brani musicali si alternavano parole, azione fisica, suggestione scenografica, poesia ed espressione attoriale.

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Restiamo nell’ambito della recitazione: a un certo punto hai fondato Dulcamarateatro. Come e con quali intenti nasce questa esperienza?

Dal capolavoro del grande pensatore boemo del 1600 Jan Amos Komenský, “Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore”, nasce nel 2006 il progetto di ricerca teatrale “Dulcamarateatro”. L’opera di Komenský è il racconto metaforico di un viaggio nel mondo, compiuto da un “pellegrino” sotto la guida di due figure che subito, al suo arrivo, si pongono davanti ai suoi passi offrendosi, (in realtà imponendosi) nelle vesti di guide a lui predestinate. Essi si chiamano “Dappertutto”, e “Inganno”. Presentandosi come buoni compagni e custodi delle vicende umane, lo accompagnano sino alla fine in un viaggio tormentato e terribile nel labirinto del mondo. All’inizio del suo viaggio egli riceve delle “briglie” e degli “occhiali” che hanno il compito di trasfigurare la realtà ma per sua fortuna il pellegrino li inforca scorrettamente cosicché, sollevando lo sguardo vede il modo prestabilito dall’inganno, spostandolo più in basso vede il mondo com’è in Realtà. “Il viaggio” del pellegrino di Komenský precorre incredibilmente i tempi dell’esistenzialismo novecentesco, toccandone i nodi principali, le radici problematiche, i punti di osservazione del mondo e dell’essere umano, ma precorre incredibilmente ben altro, è una sorta di Matrix del 1600, un vero gioiello partorito da una mente geniale.

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Cos’ha mosso in te questo libro per portarti a creare Dulcamarateatro?

Il libro di Komenský, sin dalla prima lettura più superficiale, mi colpì in modo straordinario per la sua incredibile attualità, per la schiettezza dei discorsi, per la bellezza delle descrizioni e dei quadri metaforici in cui ritrovavo il mistero e il terrore fascinoso delle opere di Bosch e, contemporaneamente, l’insieme spiazzante del nostro schizofrenico presente. Era come se il tempo, il mondo, la follia umana di una visione sempre in qualche modo storpiata, annebbiata, a rovescio, si fossero miracolosamente fermati e raccolti tra le pagine dell’opera di un grande pensatore seicentesco. Ecco, il lavoro della compagnia Dulcamarateatro ha certamente incarnato, per diversi anni, uno stimolo basilare della mia ricerca sul quale in qualche modo, l’opera di Komenský, nel 2006, pose una sorta di sottolineatura chiarificante: l’indagine antropologica, psicologica, spirituale sull’“essere umano” in se stesso, su ciò che è fondamentalmente, semplicemente “umano” e in quanto tale immutato, dai tempi delle caverne a oggi; le sue contraddizioni, i labirinti dell’inconscio e le sue manifestazioni, i conflitti esistenziali, la ricerca costante di una via di trasformazione, guarigione, liberazione. E per farlo ha trovato una sua ben riconoscibile e definita struttura estetica e narrativa.

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Che lavori hai realizzato in questo ambito di ricerca?

Lavori e spettacoli astratti da definizioni spaziali e temporali, confinati per lo più in ambiti onirici, molli, trasversali, dove l’accento va a porsi su una nuova “dimensione spirituale della materia”, su una sorta di interiorità che si rivela con estrema chiarezza nella superficie delle cose, nella loro fisionomia, nel loro movimento singhiozzante, nella loro disposizione-indisposta alla vita. Sempre forte e netto l’emergere della radice inconscia dalla quale scaturisce l’intenzione, e l’intenzione poi dalla quale scaturisce l’azione e il conflitto tra dentro e fuori, tra ferita ricevuta e ferita inferta, nel tentativo di smascherare ogni vittima e ogni carnefice alla luce della responsabilità propria di ogni vita nei confronti della Vita.

Dulcamarateatro è presente in vari festival e teatri dal 2007 con performance, istallazioni, videoart e spettacoli su tutto il territorio nazionale. Molti gli spettacoli che hanno segnato passaggi importanti nel percorso del mio lavoro: “Babilonia”, “Prima della Cenere” da cui è tratto il video “Punto di Fuga”, premiato più volte, “La Tosse dell’Anima”, “De-Rive”, “Nati”, “Priscilla”, “Immoto Perpetuo” e altri ancora, fino alla cooperazione feconda di molte altre cose con la danzatrice Sayoko Onishi nella creazione dello spettacolo “Ombra - Mishima, l’angelo del nulla”, prodotto dal Teatro Abbado di Ferrara con il sostegno di Sosta Palmizi, che ha dato avvio alla mia collaborazione straordinaria con Valentino Infuso, inizio del Viaggio nuovo e vivo del mio presente artistico.

Noi fermiamo qui, ancora per una volta, il fotogramma delle nostre conversazioni. Il presente di Valentina Cidda Maldesi è soprattutto PFF – Piano Forte Forte, possiamo dire un punto di convergenza perfetto di tutte le spinte artistiche che convivono in Valentina: la voce, la parola, la narrazione, l’intonazione fiabesca, la performance fisica portata all’estremo, la sensibilità musicale.
Ma di questo parleremo nella prossima conversazione, che chiude il grande cerchio portandoci là da dove siamo partiti e dove tutto è nato: al rapporto tra Valentina e il papà, Mario Maldesi.