Interviste

LE INTERVISTE CECENE: LA NEO EDIZIONI

La cecchina cecena che porta il mio nome è felice di inaugurare queste INTERVISTE CECENE  rivolgendosi a una delle migliori realtà indipendenti del panorama editoriale italiano. Sto parlando della NEO EDIZIONI, un fatto bello, abruzzese, ma soprattutto vero. Francesco Coscioni & Angelo Biasella, l'anima e il corpo della Neo, hanno avuto lo stomaco di rispondere a domande cattivissime. Quel che esce fuori da questo lungo débat non è il solito gioco dialettico tra due parti accordate in partenza, ma una sorta di vivace tensione che ripone al centro – stando “al passo coi tempi” – la cultura materiale e intellettuale dell’editore, oltre ai fabbisogni spirituali, oserei dire quasi “energetici”, del lettore.

Le interviste cecene vogliono solo aiutarvi a prendere bene la mira, poi sta a voi decidere se sparare o leggere. In questo caso è vivamente consigliata la lettura.

FdA
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1) Cosa avete di speciale, oltre ai nei?
Libri bellissimi ed unici, narrazioni e autori (italiani e stranieri) rari e preziosi, che abbiamo solo noi, come fossero nei, appunto. Se qualcuno avesse voglia di dare una nuova allure alla propria libreria, dovrebbe attingere a man bassa dal nostro catalogo. Anche perché abbiamo delle copertine fighissime.

2) Cosa hanno di speciale i vostri libri, oltre al fatto di essere dei libri?
Hanno tutti un proprio carattere inequivocabile. È quello che cerchiamo e proponiamo. In Italia si stampano circa 200 libri al giorno. Non tutti arrivano in libreria, ma la maggior parte di quelli che ci arrivano sono pubblicati dai grandi gruppi editoriali. La logica che sta alla base delle scelte da parte dei grandi gruppi è quella tipica di un prodotto di massa: produrre tanto per occupare spazi (nelle librerie, sui giornali, nelle tv, nei premi letterari, nei festival) e sperare di vendere altrettanto. Seguendo questa logica, è inevitabile il livellamento e la massificazione dell’offerta. Noi come unica arma abbiamo “l’artigianalità”, se vuoi, non tanto nel fare le cose, quanto nel cercare di proporre “l’oggetto unico”, che fa storia a sé. Ecco, ogni autore/libro che pubblichiamo ha in sé uno sguardo preciso sulla vita e sulla narrazione, uno stile proprio e riconoscibile, che non vuole soltanto sollazzare il lettore per il tempo della lettura, ma anche porgli delle domande, lasciare una traccia nel suo ricordo. Sia chiaro, possono piacere o meno, ma siamo convinti che tutti i nostri libri sono libri che non si dimenticano.

3) Ci credete veramente in questo mestiere o non avevate altro da fare?
Diciamo che volevamo fare altro rispetto a quello che stavamo facendo. Per quanto la crisi non avesse ancora mostrato il suo volto satanico, la precarietà diffusa era già una questione ontologica del nuovo secolo, un dato di fatto insomma. Semplicemente ci siamo detti: precari per precari, tanto vale esserlo per una cosa nostra e che ci piace tanto. E credici, è la precarietà più bella che esista; un mestiere, almeno come lo intendiamo e lo facciamo noi, ancora fortemente radicato sulle relazioni, sul confronto, sulla condivisione a tutto tondo delle piccole vittorie.

4) Ma ci credete davvero a questa storia dell’indipendenza o è un atteggiamento per fare i fighi, i complottisti e andare sulle pagine di Vanity Fair?
La verità, non ci crediamo per niente. Primo perché l’indipendenza in editoria non ti porterà mai sulle pagine di Vanity Fair, secondo perché l’indipendenza è semplicemente un’etichetta che si danno gli editori nella speranza che arrivi ai lettori. E poi cosa significa? Indipendenti da cosa, dai gruppi editoriali? Da un padrone? La verità è che devi riuscire a far quadrare i conti, a viverci di quello che fai. La vera indipendenza da conquistare è quella da un mercato drogato e da un gusto indotto, e noi cerchiamo di farlo. Un libro studiato a tavolino, con tanto di strategie di marketing (nome dell’autore, tematica in auge al momento, concussioni con critici e giornalisti, spazi comprati nelle vetrine o nelle pile delle librerie, ecc, ecc) con noi sarebbe un flop. Noi siamo l’avanguardia, siamo quelli che azzardano e si lanciano senza paracadute, seguiamo una strategia precisa che è il nostro gusto, lo facciamo con zero risorse e con guizzi da guerriglia, nella speranza di portare sempre nuovi lettori dalla nostra parte. La vera indipendenza la dovrebbero conquistare i lettori: nell’essere curiosi, nell’informarsi, nel non farsi guidare da campagne di scontistica e occupazioni mass-mediatiche. Più che di editori indipendenti, avremmo bisogno di lettori indipendenti.

5) Come fate a pubblicare un esordiente, uno qualsiasi, che per quanto bravo dovrà reggere il confronto ideale con cosette tipo I fratelli Karamazov e Trilogia della città di K?
Con libri del genere non ti confronti. Non c’è confronto. Lo sappiamo noi e lo sanno gli esordienti che pubblichiamo. Alla base di un esordio che pubblichiamo c’è prima di tutto una grande onestà. Onestà verso ciò che l’autore ha deciso di raccontare, onestà nel non credersi il nuovo Dostoevskij o la nuova Kristof. Un buon autore ha ben chiaro che è il frutto di tutto quello che c’è stato prima, semplicemente cerca di innestare una porzione minima di novità rispetto al passato. Quando scegliamo il manoscritto di un esordiente vogliamo avvertire questa onestà e questo slancio, il tentativo di sposare un po’ più avanti o in altri luoghi lo sguardo, la scrittura. Non crediamo nel capolavoro - a sentire i critici o le fascette, ne escono un centinaio ogni anno - quello lo decide il tempo, la storicizzazione. Crediamo nei buoni libri, in quelli migliori rispetto alla media cui ci abituano, spacciandoli troppo spesso, appunto, come capolavori.

6) I diritti ai vostri autori li pagate? o fate finta che molte librerie sono fallite #enonabbiamorecuperatolespesequindi…
Direi di sì, li paghiamo sempre, cercando di farlo entro le scadenze fissate da contratto, indipendentemente dal fatto se abbiamo recuperato o meno le spese sostenute. Di fatto una volta che decidiamo di investire su un libro, siamo ben consci che il rischio è tutto nostro. L'autore ci manda il suo manoscritto, magari te lo presenta come il libro che cambierà la storia, che c'ha messo una vita a scriverlo, che si prostituirà pur di scalare le classifiche, che conosce quel direttore di testata con mirabolanti recensioni assicurate, ma noi facciamo gli editori e scegliamo, e in questa scelta c'è la meravigliosa ed esaltante vertigine dell'azzardo.

7) Invece, quali sono i diritti dei vostri lettori, e chi li garantisce?
I diritti dei nostri lettori rientrano perfettamente nel decalogo proposto da Pennac :), soprattutto, e incoraggiamo questa pratica, chiediamo ai nostri lettori di dirci cosa pensano, se un nostro libro gli è piaciuto o meno e di dirci il perché. A loro chiediamo un confronto continuo perché senza questo confronto un libro non può mai dirsi completo. Sembrerà banale, ma sentiamo che questo confronto c'è, prima di tutto attraverso i social, ma soprattutto nelle fiere. Se passi a un nostro stand c'è sempre un lettore con cui chiacchieriamo di un nostro libro per poi arrivare da altre parti, verso altri libri. L'onere e l'onore di garantirli è tutto nostro. Ci mettiamo una gran cura dietro ogni libro, dall'editing all'impaginazione, dal contenuto alla vestizione, e poi ci affidiamo alla chiarezza delle nostre collane, ciascuna a declinare a suo modo, quindi verso gusti differenti, la nostra idea di editoria. Di sicuro li garantiamo contro la banalità e l’omologazione dilagante.

8) Ma vi rendete conto che la letteratura è menzogna e che voi siete dei terribili spacciatori di menzogne?
Crediamo che la letteratura sia uno strumento di conoscenza, al pari della fisica, della chimica, della filosofia, che ha come oggetto l’uomo nelle sue parti indivisibili. È una forma di scienza insostituibile necessaria per la vita di ognuno di noi, che scandaglia con metodi suoi ambiti e aspetti altrimenti oscuri e nebulosi. La lettura è un’attività che coinvolge i più alti processi cognitivo-emozionali e la scrittura è l’altra faccia della medaglia, due processi conoscitivi che legano in un unico abbraccio chi scrive e chi legge, una danza se vuoi che nelle sue volute ci porta a scoprire e allargare lo spazio ed il tempo dentro cui ogni giorno viviamo. È chiaro, gran parte della letteratura si fonda sull’invenzione, sulla bugia, ma ogni buon libro oltre a portare la propria menzogna chiede al lettore di stabilire un patto, e se il patto regge, a quel punto, tra mille menzogne in cui siamo immersi, quella della letteratura di sicuro servirà a conoscere meglio noi stessi e la vita che ci circonda.

9) E, soprattutto, chi ve lo dice che quella che pubblicate voi è letteratura?
Ce lo diciamo da soli, con un atto di grande presunzione! La verità è che non dovremmo dirlo noi, ma i lettori che leggono i nostri libri, ciascuno con l’idea e il significato che dà a questa parola. Nel momento in cui scegliamo un libro, ci lavoriamo e lo pubblichiamo, cerchiamo di rispettare tutto quello che fin qui abbiamo detto. Ogni nostro libro dovrebbe contenere in filigrana il contenuto di questa intervista, e se tutto ciò arriva al lettore quando ha terminato la lettura, allora direi che ci siamo riusciti, che siamo riusciti a proporre letteratura, qualcosa che oltre ad essere bello (ce lo auguriamo sempre) possa essere anche utile.

10) Ma soprattutto soprattutto, che cos’è la letteratura?
Rimanderemmo alla domanda 8. E lo riaffermiamo con forza: la letteratura è uno strumento di conoscenza insostituibile. Chi non la bazzica ha deciso di non voler allargare la propria consapevolezza.

[11) domanda di riserva: ... ma soprattutto soprattutto soprattutto, la letteratura è maschio o femmina?]
Volendo restare su una dicotomia primitiva, è femmina perché culla e si prende cura dell’essere umano, è maschio perché per vivere ha bisogno di raccogliere le mille verità che la vita dissemina ogni giorno… o le mille menzogne, se preferisci.

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