Interviste

Strappando connessioni

riflessioni e domande sulla nuova raccolta poetica di Giulia Fuso
a cura di Giuseppe Rizza

Ci sono poesie che vanno rilette per essere comprese, anche più di una volta, e ci sono poesie che pur rilette non si riescono ad afferrare, come un miraggio assetato dal deserto; ci sono poesie che forse non vanno comprese, non necessariamente la poesia necessita di essere capita (è forse una delle grandi colpe della scuola: spiegare sempre e comunque cosa voleva dirci il poeta).

Leggendo l’ultima raccolta di Giulia Fuso si ha l’impressione di non cogliere interamente tutto ciò che si sta leggendo: come acini che rimangono comunque attaccati al grappolo (Sto sotto tutte le cose / senza aggettivi stavolta / sto sotto tutte le cose / e tutte le cose mi stanno sopra / mi faccio minima per entrare).

Non è questa neppure una sensazione di incompiuto: leggendo ogni poesia della raccolta i versi risultano finiti, chiusi, conclusi. Quando nel recente passato ho letto le raccolte precedenti della Fuso, ciò che sentivo era una sensazione di mancanza, come se ci fosse qualcosa che alla fine – nella mia del tutto personale interpretazione – non tornasse: è una sensazione che invece non ho percepito leggendo quest’ultimo Le rimanenze, edito da InternoLibri, e con in copertina una bellissima illustrazione di Valeria Puzzovio.

Qui non ci sono mancanze, non ci sono assenze, forse la soluzione sta proprio, chissà, nel titolo.
I resti dei versi della Fuso appaiono come spendibili in altre occasioni, non solo nella lettura, forse fatti tintinnare in mano, in tasca, come monete, osservarli con una lente di ingrandimento, conservarli come conio non più spendibile sul mercato.

La poesia delle rimanenze della poetessa umbra sembra figlia dell’osservazione di una fila di formiche (niente campagna, ma piastrelle di casa), talmente il loro meccanismo interno appare influenzato dall’essere minimo (regalerò un mignolo smaltato / così, per non parlare di abbondanza) fino a quando questa cura apparente per il dettaglio non viene travolta da un’onda anomala che non ti aspetti, un evento più grande – eventuali moti del sentimento? – che travolge e investe.

Vorrei avere una sardella in bocca
mangiarne gli occhi senza accorgermi
tanto è piccola e bianca
come un’unghia neonatale.
Indistintamente nutrirmi
di merda fegato e reni
tutto in proporzioni moderate.
 

Abbiamo posto alcune domande all’autrice.

D. Vorrei sapere come è nata la raccolta: quando le poesie si sono accumulate ti sei accorta che ognuna aveva una sua struttura e che tutte insieme si tenevano bene, o avevi già inizialmente idea su cosa e come il libro avrebbe avuto una sua vita?

R Una raccolta non nasce, si struttura quando si è chiuso un cerchio e la si può lasciar crescere.
Io non mi accorgo mai di nulla, dirti che mentre scrivevo avevo già in mente le fattezze di un libro sarebbe mentire spudoratamente. In realtà mi viene da chiedere a te che lo hai letto o a chi lo leggerà domani; Il libro ha una struttura? Intendo dire, cosa si identifica come tale? I libri sono organici, composti da moltitudini che spesso sono agli antipodi, ogni componimento è una creatura matura che potrebbe bastare a sé stessa, trovo. Mi chiedevano in un’altra intervista quale sia il filo rosso che lega le parole dalla prima all’ultima, come se ci fosse intenzione di unione, come se si volesse mettere a dormire sotto lo stesso tetto ogni singola parte del libro; non lo trovo necessario. Forse semplicemente perché non lo ricerco negli altri e non lo trovo in me. C’è somiglianza in quello che scrivo, questo è logico, perché tutto esce dalla stessa bocca, c’è un’impronta che unisce solo perché non potrebbe essere altrimenti.
Quindi non so, se le mie poesie si tengano insieme bene (tanto per citarti), so che da sole riescono ad essere individui compiuti e questo mi basta da autrice, trovo sia anche questa la bellezza di una raccolta.
Di certo sarei curiosa di sapere cosa succede lontano dal mio grembo che è comunque materno, se basta anche a tutti gli altri questa unicità che non necessariamente si fa gregge.

D. Come vivi la poesia? Che rapporto hai con essa? La vedi come qualcosa di esterno al tuo corpo e alla tua sostanza, o più vicina a un organo interno?

R. La poesia è ciò che di più interno possiedo, ma non parlerei di organo quanto di identità. È influenzata dal mio corpo e dall’andamento di quest’ultimo. Principalmente dalla sensazione di malessere/benessere collegata al corpo e tutto quello che comporta, quello che mi fa essere produttiva. L’ispirazione non è mai esterna, frutto di luoghi o luci. Questo in realtà ha a che fare con il titolo dell’ultima raccolta “Le rimanenze”, dove appunto identifico la poesia come un risultato di scarto; i semini che restano in un panno di cotone dopo aver filtrato un liquido. La poesia è rimanenza perché materia solida che rimane dalle esperienze. Non posso ricordare interi mesi, spesso, però scriverne e mantenere l’esperienza compatta e filtrata da tutte l’accesso che porterebbe piano piano il tutto ad essere dimenticato.
Il rapporto con la mia poesia è paritario, questo mi viene da dire, siamo la stessa cosa.
Il mio rapporto con la poesia nel mondo è conflittuale e di continua ricerca.
Trovare negli altri, mi è necessario per capirmi bene e quindi scrivere in maniera produttivo per la mia persona. La poesia serve ad esplicitare cose che altrimenti non capiamo.

D. Una domanda vecchia secoli: quanto viene raccontata attraverso i versi la vita di chi quella poesia la scrive? O meglio: viene raccontata, o la dilatazione e la distorsione a cui sono sottoposti i versi la fanno diventare inevitabilmente qualcosa di diverso?

R. La poesia non racconta, evoca. Non è necessario comprendere la vita di chi la scrive a meno che non vengano fatti studi specifici a riguardo e allora è un altro paio di maniche. Non c’è distorsione se non si ha l’intento di far conoscere la verità, se non è univoco quello che voglio far arrivare, intendo. Questo ha anche a che fare con le aspettative o spesso sicuramente in maniera più sana con la curiosità.
Se ti racconto una storia non stai a chiederti se è reale o meno, spero tu possa godere del racconto traendone poi conclusioni. La distorsione in poesia è spesso frutto della pretesa. Quando si legge qualunque cosa lo si deve fare aperti e ogni conclusione è buona partendo da questo presupposto.

D. Lavori con le piante e i fiori, hai un rapporto con la natura – nel senso largo del termine – tale da far sì che essa entri anche in questa tua ultima raccolta, anche se forse in maniera meno imperiosa. Quanto ti è utile per capire la realtà?

R. Amare la natura, le piante in modo particolare non mi è utile a il capire il mondo ma a tentare di sopravvivere il più a lungo possibile in esso. Il verde è qualcosa che conosco e che mi è familiare in un contesto dove il più delle volte entro in confusione e non comprendo niente. È una cosa piccola in un contesto enorme, questo mi genera insicurezza. Conoscere poco ma bene, questo è il mood della mia vita.
È necessario avvicendarsi alle cose non per voler aumentare quantitativamente quello che si conosce ma qualitativamente, solo così per me ha senso crescere. Questo non mi toglie nulla, non mi sento meno rispetto ad altri; so che le mie conclusioni hanno ragioni più profonde e scavano strati diversi, non si allargano ma si allungano per toccare un ipotetico centro. La conoscenza della natura mi permette di sentirmi giusta, il fatto che le piante progrediscano se poste in condizioni ottimali di luce, temperatura e umidità non mi fa sentire confidente con il mondo ma con le mie capacità che è ben diverso.
È questione di chimica, letteralmente.
Potrei quindi dire che il rapporto con il verde mi istruisce ogni giorno sul modo migliore per approssimarsi al mondo, questo ha poco a che fare con la conoscenza, non mi fa essere più perspicace, semplicemente mi fornisce un approccio alla conoscenza. Mi insegna un modo utile per stare nelle cose e indagarle.

D. Pensi che la poesia si possa spiegare, che vada spiegata, e soprattutto, è necessario che venga capita?

R. Non è necessario che venga spiegata, sarebbe bello se venisse capita, ma poi alla fine fa quello che crede. Da autrice ho spesso avuto timore di essere fraintesa, ragionandoci però ho capito che era qualcosa più inerente alla mia sensazione di inappropriatezza, una paura infondata, perché ognuno dei versi fa quello che crede. Nessuna linea da seguire per quanto mi riguarda.

D. Riconosco la traccia / come la cagna col padrone / quando torna accaldata / con il tordo in bocca / e glielo lascia ai piedi / con la coda alta. Qual è il regalo che vuoi deporre ai piedi del lettore?

R. Mi capita di ricercare nella lettura qualcosa che riesca a farmi esternarne sensazioni confuse. Il classico – Ecco sì! Avrei voluto dirlo io -. Per il lettore spero di essere una voce buona, spero di togliere parte del lavoro che si fa provando costantemente a definirsi e definire cioè che ci circonda.
Spero di essere un po’ specchio o ciò che di più lontano da esso posso esserci.

D. Trovo che la poesia, in Italia soprattutto, ma non solo, abbia ormai da anni un’impronta inequivocabilmente femminile, e che sia rappresentata meglio da voci femminili piuttosto che maschili. Il tuo libro termina con una postfazione di una poetessa a cui sono fortemente legato – come lettore e come scrittore di poesia – Francesca Genti. Come è nato il rapporto con lei e cosa ne pensi della questione di genere non solo in poesia, ma provando ad allargare il raggio, nella scrittura e nel mondo editoriale?

R. Mi è capitato di conoscere Francesca seguendo con molta stima la sua attività editoriale che, per tornare al discorso precedente, trovo sia specchio esatto della sua persona. Ho acquistato ormai qualche anno fa Supernove, cofanetto magnifico contenente immagini e parole di cinque donne che artisticamente amo molto. Per me è già tutto lì; in quel lavoro curato in maniera eccellente e unico nel suo genere. C’è una forza potentissima in quel lavoro ed è la stessa forza che ritrovo in Francesca. Ho voluto che del libro parlasse una persona vibrante così come lo sono io, di cui apprezzo l’arte e la persona. È una forma di conoscenza quella virtuale che passa attraverso filtri, è inevitabilmente mancante. Spero presto in un abbraccio e in un confronto che preveda mani e occhi. Mi sono legata a lei anche per il discorso della somiglianza sul piano delle parole e dell’intendo; la sua forma espressiva mi calza a pennello.

D. Che idea hai del mondo editoriale in cui è immersa la poesia? Credi davvero che il numero di lettori e di acquirenti di libri di poesia possa allargarsi o che invece sia destinato a rimanere ancora esiguo?

R. È una domanda strana questa perché non trovo verità nella premessa.
Il pubblico della poesia non è esiguo, mi pare anzi sia in continuo aumento. Esiguo rispetto a cosa voglio dire, al pubblico della prosa? Al numero di abitanti nel mondo? È commisurato dire, se si entra nell’ottica che l’editoria non fa più i numeri di anni fa. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi per comprendere bene ciò che si intende con poesia; negli ultimi anni si è fatto un gran parlare, si è categorizzato, chiuso, inventato. I numeri quindi divengono relativi a cosa? A quali pubblicazioni? C’è una grande differenza se si esamina lo scenario in termini qualitativi o quantitativi, questo è certo. Trovo sia sconfortante quello che, fin troppo frequentemente, ci arriva qualitativamente scarso dalle case editrici, non differenzio prosa e poesia, questo non ha troppo a che fare con i numeri, anzi. Per questo credo che parlare in termini di conta non porti da nessuna parte. Potremmo invece ragionare su quanta coscienza ci sia in chi legge poesia, qualunque sia la poesia si intende. Questo mi sembra più appropriato e posso risponderti dicendo che, il numero di fruitori coscienti e strutturati in poesia è sicuramente molto basso.
È proprio per il gran numero di pubblicazioni che statisticamente si riesce ad inglobare il maggior numero di persone possibili, che poi quest’ultime a volte non abbiano un minimo di coscienza critica è un atro discorso. Le case editrici fanno quello che possono, poche quello che devono, speriamo in un processo qualitativo di rimonta.

D. Qual è il consiglio che daresti a chi scrive versi?

R. Impara a conoscere bene le parole e a farne economia, poi trovati un bravo psichiatra.