Recensioni

Beautiful stranger

(della letteratura dissuasiva diretta alle donne e di come Erica Jong mi ha “salvato la vita”)

a cura di Silvia Longo

Sai quanto pallida lasciva e fremente
viene la morte a una strana ora
inattesa, imprevista
come uno spaventoso ospite più che amichevole che ti sei
portato a letto

Jim Morrison

 

La fiaba di Cappuccetto Rosso e il monito a non abbandonare mai il sentiero non avevano funzionato: mia nonna si era accorta che quando me la raccontava - incupendo la voce in certi passaggi – invece di scorgere in me segnali di timore per il lupo intravedeva piuttosto indizi di curiosità per il bosco che si estendeva in tutta la sua bellezza selvaggia, oltre la retta via. L’invito del lupo pareva affascinarmi più del rischio:

Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? Perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!”
Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: "Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo ". Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.

Passò così a narrarmi le fiabe popolari, come “La fidanzata dello scheletro”, triste storia di una ragazza bellissima che, sebbene promessa sposa, accettava la corte e i doni un cavaliere sconosciuto e, credendo alle sue promesse, e fuggiva con lui:

Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse: - Fin qui ho parlato alla bella fra le belle soltanto dei beni ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi lasciatimi da mio zio, e se il fiore d’oro le par cosa troppo misera, posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini. Questa volta Amabile rispose: - Tacete, messer lo cavaliere, voi volete la mia dannazione. Ma lo sconosciuto continuò a parlare a voce bassa di ciò che voleva offrire alla bella fra le belle. Prima di tutto abiti più ricchi di quelli di una regina e un palazzo degno di un re di corona. Amabile non poté resistere a siffatte tentazioni. Ella si tolse di dito l’anello da sposa e l’offrì al cavaliere, e invece di tornare a casa si lasciò condurre lontano, nel luogo ove doveva trovare il palazzo promessole. Ma più che camminavano, più il cielo si faceva scuro, e a una a una sparivan le stelle. Nella campagna non si udiva altro canto che quello sinistro della civetta.

E Amabile finiva male, perdio, molto male. Perché quel corteggiatore altri non era che il suo stesso fidanzato, ucciso all’insaputa di tutti e presentatosi sotto mentite spoglie per sondare la fedeltà della ragazza.

Poi i fatti di cronaca - tutti quegli omicidi di ragazzine ingenue commessi tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, l’epoca della mia adolescenza - diedero ragione a mia nonna, mi spaventarono.
Ero, con le mie coetanee, destinata a una vita scevra da qualsiasi trasgressione – specie di genere erotico-sentimentale – quand’anche si trasse solo di una fantasticheria. Ci preparavano a una vita da mogli, ci ammonivano a serbarci candide per l’uomo che sarebbe venuto a impalmarci e a girare al largo dai maschi in genere, specie da quelli che non conoscevamo bene. Vi era una contraddizione intrinseca nel messaggio che ci comunicavano: da una parte ci mostravano quanto grande e bello fosse e il mondo, ricco di potenzialità; dall’altro ci dicevano che era un posto brutto e pericoloso. Di sesso non si parlava mai in modo aperto. Fu una suora a impartirci le prime nozioni di educazione sessuale. Chiamando “verga” l’organo genitale maschile, sembrava volerci mette in guardia dal dolore che ci avrebbe procurato. 

Senza titolo

“Paura di volare” giunse tra le mie mani per puro caso e lo lessi di nascosto. Sedevo accanto al letto, sul tappeto, e appena arrivava qualcuno della famiglia nascondevo il volume tra la rete e il materasso. Era un mondo sconosciuto quello che mi si offriva: una donna che osava scrivere del sesso e dell’amore “come un uomo” (in realtà le cose non stanno così: semplicemente la Jong scriveva le cose come andavano scritte, da donna, con molta sincerità e senza edulcorare), e che auspicava per le sue eroina di carta e per le lettrici la possibilità di vivere bene anche da sole: 

La donna vive costantemente (…) come se stesse aspettando il Principe Azzurro che la porti via da “tutto quanto”. Tutto quanto che cosa? La solitudine di vivere con se stessa? La certezza di essere se stessa invece che la metà di qualcosa?

La Jong remava contro la cultura repressiva della quale ero imbevuta, ne ero irretita e sentivo che aveva ragione lei: era il mio nuovo punto di riferimento.
Attraverso le riflessioni del suo personaggio Isadora Zelda White Wing, affermava di non essere contraria al matrimonio, ma a quell’insieme di sovrastrutture mentali delle quali la donna è vittima, tanto da trascurare la scoperta del proprio vero sé a vantaggio dei ruoli nei quali le è chiesto di incarnarsi: quello di moglie in primis. Isadora è sposata, in effetti, ma ancora alla ricerca di quel genere di emancipazione che – prima ancora che sessuale – consiste nel raggiungimento della capacità di non dipendere affettivamente da un uomo, godendo di una libertà completa tanto di azione quanto di pensiero. Di potersi cioè immaginare e vivere pienamente, soddisfatta di sé, anche se la sua “paura di volare” in alto la tiene ancorata a ciò che è certo, come l’istituzione del matrimonio.
Il processo di riappropriazione dell’indipendenza sessuale e mentale è sublimata dalla Jong nella celeberrima fantasia chiamata “zipless fuck”:

La scopata senza cerniera è molto più di una scopata pura e semplice. E’ un ideale platonico. Senza cerniera perché al momento buono le cerniere cadono come i petali di una rosa sfiorita, la biancheria di sparge nel vento come la bambagia di un soffione. Le lingue si intrecciano e si liquefano. L’anima scivola come un sospiro nella lingua e poi nella bocca dell’amante.

Se già tutto ciò poteva apparire audace, figuriamoci il resto. E cioè la affermazione successiva dell’autrice, che individua nella non conoscenza dell’amante la caratteristica peculiare per la buona realizzazione della metafora:

Nella vera scopata senza cerniera non si arriva mai a conoscere l’uomo (…). L’anonimità è il massimo. (…) L’avvenimento ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa; perché non si parla del marito defunto di lei o della fidanzata di lui; perché non si cerca di razionalizzare; perché non si parla per niente. La scopata senza cerniera è assolutamente pura. (…) Non ci sono giochi di potere. L’uomo non “prende” e la donna non “dà”. Nessuno sta cercando di far cornuto un marito o di umiliare una moglie.

Isadora, la nostra eroina, incontrerà il suo bellissimo sconosciuto a un convegno di psichiatri. Fuggirà con lui per un viaggio in Europa lungo alcune settimane. Poi lui la lascerà, come peraltro aveva anticipato fin dall’inizio della loro storia. In parte sconfitta nei propri propositi (a tutti gli effetti non si è emancipata dalla figura maschile, ma è solo passata da un uomo all’altro), Isadora torna dal marito. La sensazione è quella che lei non abbia vinto la paura di volare, e che non abbia nemmeno sperimentato la scopata senza cerniera. Si è guardata dentro con una nuova sincerità, questo sì. Ma la vincitrice vera è Erica Jong, la scrittrice che pubblica questo libro rivoluzionario a inizio degli anni ’70 e che non smette, nei romanzi a venire, di sfidare i luoghi comuni che relegano la donna a ruoli marginali della società. Si può dire che la Jong abbia davvero spalancato il vaso di Pandora: quello dell’immaginario femminile, squadernandolo senza censura.

Per tornare al tema principe - lo splendido sconosciuto protagonista di tanta letteratura (ricorre anche nella recente trilogia delle “Cinquanta sfumature”), di innumerevoli film e canzoni – si tratta di capire cosa rappresenti per ciascuna di noi (esiste del resto una letteratura parallela rivolta al pubblico maschile, romanzi in cui misteriose dark ladies fanno perdere il senno a fior di uomini), e dargli il giusto significato.

Forse non c’erano uomini ma solo miraggi inventati dal nostro desiderio e dal vuoto dentro di noi. Forse l’uomo impossibile non era nient’altro che uno spettro inventato dai nostri desideri. (…) Oppure era in realtà la morte, l’ultima delle amanti. (E qui si ricongiungiamo con la poesia di Morrison, in apertura.)

Il vuoto dentro. Ecco ciò che ci spinge tutti, donne e uomini, a cercare il sogno, l’avventura, l’incontro con un individuo misterioso che  

Per anni mi ha atteso (…) e ora mi dice che mi ha atteso solo per portarmi a casa.

Forse la scopata senza cerniera non è che questo: tornare a casa, da noi. Riprendere contatto la nostra natura più intima e segreta, smettere di specchiare la nostra estraneità a noi stessi negli altri. In questi meravigliosi sconosciuti, venuti a farci del bene o del male. Affrontarci con dolce fermezza, faccia a faccia e senza più filtri, come scrive san Paolo a proposito di Dio:

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia.

Conoscerci a fondo e accettare ciò che siamo. Senza giudizio, senza che quanto ci hanno inculcato a forza possa ancora lederci, fare l’amore con noi stessi. Imparare a volare via dalle paure che ci rendono fragili e insicuri o arroganti e narcisisti a fasi alterne, che ci portano a cercare il completamento fuori da noi stessi. Smettere di passare da una dipendenza affettiva all’altra.

Il film che ho scelto, per analogia al tema portante di questa riflessione, è “In cerca di mister Goodbar” di Richard Brooks, USA, 1977: Theresa (interpretata dalla sempre splendida Diane Keaton) - non giovanissima, leggermente claudicante, che la complicata famiglia di origine tenta in modo sistematico di reprimere e controllare - più che il matrimonio desidera specializzarsi in insegnamento ai bambini sordi, e al legame serio con un uomo preferisce l’avventura. Nel sesso occasionale – Theresa frequenta bar e locali notturni dove incontra sconosciuti con cui praticarlo - ha infatti trovato una sorta di esercizio catartico, un modo per esprimere se stessa fuori dagli schemi etici e sociali.Tratto dall’omonimo romanzo di Judith Rossner (1975), il film uscì nel 1977, in clima di piena rivoluzione sessuale e femminista. Il finale - in cui Theresa viene uccisa da uno squilibrato che si è portato a casa – nel libro aveva la valenza di una tragica fatalità, mentre nel film pare assumere duna valenza di condanna. Il regista decide infatti che Theresa venga strangolata con il suo reggiseno (i reggiseni bruciati in piazza erano simbolo del femminismo), mentre la Rossner aveva optato per il soffocamento da cuscino. E ancora una volta, a visione terminata, troviamo conferma a quanto il messaggio consegnatoci dalla metafora dello sconosciuto risulti minaccioso e pure ambiguo: siamo state messe in guardia e nel contempo irretite. Sta a noi scegliere tra il sentiero - pre-tracciato e dunque tanto sicuro quanto limitante – e il bosco.

 

Haven't we met
You're some kind of beautiful stranger
You could be good for me
I've had the taste for danger

If I'm smart then I'll run away
But I'm not so I guess I'll stay
Heaven forbid
I'll take my chance on a beautiful stranger”

Madonna

Tutti i corsivi sono citazioni degli autori sotto riportati

Testi citati:

“Tempesta elettrica”, Jim Morrison Monadori 2002
“Cappuccetto Rosso”, fratelli Grimm
“La fidanzata dello scheletro”, da “Le fiabe della nonna” di Emma Parodi, Einaudi 1974
“Paura di volare”, Erica Jong, Bompiani 1978
“Cinquanta sfumature di grigio”, E.L. James, Mondadori 2012
“In cerca di mister Goodbar”, Judith Rossner, Mondadori 1976
“Prima Lettera ai Corinzi”, San Paolo
“Beautiful stranger”, Madonna, William Orbit