Recensioni

CHIAMAMI BABILONIA!

a cura di Giuseppe Rizza

Ci sono scrittori che non fanno altro che scrivere un solo libro, reiterandolo per tutti gli altri a venire;
ci sono scrittori riconoscibili fin dalla prima riga;
e ci sono scrittori che ti lasciano accucciare dentro le loro pagine perché sai già che sono lì pronti ad offrirti una coperta calda come in una vignetta di Schulz.
Cosimo Argentina è uno scrittore affidabile, uno di quelli che dal momento dell’uscita di una sua nuova opera sai cosa aspettarti, in primis una lingua che è pronta a scoppiettare come quando il pop-corn sta per nascere, e in seconda battuta i personaggi, soprattutto i protagonisti, che non dimenticherai facilmente anche solo per il motivo che quei personaggi in Italia abitano quasi esclusivamente nei suoi romanzi.

Argentina però in questo suo ultimo libro stupisce anche il lettore navigato che conosce i lidi battuti dall’autore, in un finale che ricorda certe riflessioni autobiografiche degli ultimi romanzi di Starnone, dove il protagonista e lo stesso autore sembrano combaciare perfettamente.

In Legno verde, ultimo romanzo di Cosimo Argentina uscito per Oligo editore, lo scrittore pugliese sceglie come protagonista un preadolescente della sua città natale, Taranto, e ricorda fin da subito uno dei suoi romanzi più riusciti, Cuore di cuio, dove il calcio provinciale e ormai definitivamente smarrito faceva da perno alla storia (A me piaceva la maglia dell’Olanda perché tutto quell’arancione sul manto verde era un contrasto che m’incantava).

Qui invece Argentina squaderna anche altro, soprattutto l’esperienza scolastica come allievo di una scuola gestita da salesiani (erano così le nostre messe, un po’ alla buona un po’ alla coniglia), in un racconto dei banchi di scuola che sembra così lontano nel tempo da apparire ambientato in una scuola di un’era geologica fa, quando le mani degli insegnanti non venivano usate solo per scrivere con i gessetti, nonché le prime pruriginose conoscenze con il sesso femminile (Le signore mi piacevano molto di più delle ragazzine. La mamma di Mariella ad esempio era molto meglio di Mariella) e una lingua imbevuta di parlato e di dialettismi che strappa spesso un sorriso.

L’ingenuità quasi commovente di Umberto Babilonia, il giovane protagonista, scopre la solita romantica innocenza degli esseri umani che mascherano modi e atteggiamenti da duri, fino a lasciare spazio ad un climax di sentimenti che conduce ad un ultimo capitolo dolcemente malinconico.
Qui si attende già con la solita fiducia un nuovo romanzo di un autore che meriterebbe una maggiore fortuna editoriale e che riesce ad usare in maniera moderna e non convenzionale una lingua che invece in troppi autori spesso si ritrova inutilmente arida.

Avevo sollevato un poco le spalle e avevo guardato il mare. Bella storia il mare. Uno poteva guardarlo per ore senza scassarsi. Uguale agli occhi di Mita Miani o i sorrisi di Alma.