Recensioni

Come egli ordina una biblioteca

Riflessioni sul nuovo libro di Roberto Calasso

a cura di Guido Michelone

L'Italia, ad almeno due-tre decenni, è prontissima a celebrare veri e soprattutto falsi miti anche nel mondo dell'arte e della cultura, forse con la sottaciuta complicità di una politica o ormai simile a un marketing smaccato, in grado di influenzare ogni sfera della conoscenza e della coscienza umane, livellando il tutto verso il basso, tra personalismi, sovranismi, estremismi, populismi, neoliberismi e via dicendo. La vacanza tipica di molti, troppi politici gialli, rossi, rosa, verde, neri, azzurri, bianchi, va di pari passo con quella di giornalisti, calciatori, esponenti della moda e persino della letteratura e del cinema per tacere della TV dove manipoli di incompetenti, superficiali, maleducati, grezzi, cafoni occupano spazi considerevoli per quantità, visibilità, possibilità di manipolare, ideologizzare, censurare.

Al contrario esistono veramente pochi grandi intellettuali che rinunciano al barnum mediatico, preferendo essere menzionati, ammirati, citati per tenere costantemente alto il livello della propria missione: uno di questi è senza dubbio il settantanovenne Roberto Calasso, del quale, persino senza sapere nulla di lui, il lettore medio potrebbe apprezzarne la lezione anche mediante la lettura del recentissimo Come ordinare una biblioteca, 127 pagine di quegli splendidi volumetti della Piccola Biblioteca Adelphi (qui giunta al numero 750). Sono dunque poche pagine in cui l’Autore di monumentali opere narrative ‘racconta’ i libri e ‘si racconta’ attraverso i libri, citando ovviamente le biblioteche (e le librerie) ma quasi per ostentare, da autentico snob della parola scritta, il valore positivo della coscienza umanistica quale passepartout universale, giacché, a sua volta, la grande Storia e l’attuale Mondo riescono a congiungersi, secondo lui, solamente attraverso la lettura, lo studio e il possesso del libro.

Difficile riassumere o sintetizzare le 127 paginette di Come ordinare una biblioteca, che consta di quattro distinte parti dalle quattro differenze modalità d'uso: il primo lungo testo (forse il più significativo) già edito (fuori commercio) due anni fa e via via un inedito, un articolo, una conferenza. Ciò che si può dire sul senso di questo ‘ordinare’ (dualisticamente inteso quale ordine e ordinamento) avente quale fil rouge il piacere e il dovere di radunare, collezionare, selezionare, inventariare libri, è che Calasso svela non solo l'amore verso un oggetto fisico in grado di schiudere infiniti orizzonti, ma anche la passione di vedere lontani o vicini in uno scaffale i testi ‘importanti’ (per lo più classici nel suo caso) che fanno maturare, ragionare, viaggiare il lettore, tanto nelle forme e nei contenuti di ciascuna opera, quanto nei collegamenti e nelle relazioni fra di esse.

Ciò che Calasso produce in Come ordinare una biblioteca è altresì una crestomazia di informazioni, che vanno dalla bibliografia alle visite nelle librerie italiane, europee, statunitensi, in cerca dell'edizione preziosa o dei consigli utili per sistemare il proprio ‘arsenale’ di carta stampata.

In un'epoca come l'odierna, in cui l’elettronica impalpabile tende a soppiantare la materialità tattile del lavoro artistico-letterario, provando ad esempio con gli e-book ad azzerare il necessario supporto fisico, ecco che indirettamente il grido o l’appello di Come ordinare una biblioteca diventano consiglio e monito sia alle generazioni presenti (e future) a costituire e curare la propria biblioteca domestica sia a politici e amministratori a evitare di disperdere l'immenso patrimonio librario di piccoli e grandi intellettuali, che, post mortem, non sanno a cosa può andare incontro il ‘raccolto’, il ‘resoconto’ e il ‘racconto’ di una vita: intere biblioteche (spesso associazione a collezioni di riviste, manoscritti, dischi, quadri, memorabilia) vengono smembrate per finire in aste milionarie o in mercatini squallidi a seconda dell'importanza venale dell'oggetto-libro, pagato tanto o niente. Ma quel libro - sembra alla fine suggerire Calasso - dovrebbe restare custodito assieme agli altri, non solo quale memoria del caro estinto, ma in particolare come lascito in grado di divenire al più presto identità collettiva e condivisa.