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El zio Battista - Cronaca di Milano: dall’Unità di Italia, passando per il Duce, giungendo fino a Sala.

Lo chiamavano Battista el Calderatt. Lavorava in una officina di lamiere. Calderatt, perché lui era quello che batteva il ferro caldo. Era analfabeta. Quasi. In compenso, curioso svelto di cervello, parlava di tutto. Lo faceva in milanese. El me zio Battista el stava de cà in Porta Lodovica, visin a San Cels, pròppi ‘rent i bastion spagnoeu. Gh’era la ringhera, la prosa d’orticello lì d’appresso con spuma prodigiosa de tomatis e fasoeu. D’estate anca l’inguria. Quel vetero crespino di case s’apriva d’un tratto al luccicare di una roggia. Quella stessa che pussee ‘vanti ‘n tòcch s’andava a resentà nella Vettabbia della Vetra. Lì c’erano i casottej, i ratter, i tanabus, s’ingegnava la gent minudra e traffichina che ancora, cento e passa anni di distanza, dalle poesie di un Carlo Porta, s’affacciava sulla vita, stesse strade, stess streccioeu, con la lappa linguacciuta del Maggi, del Tanzi, del Cherubini.

“in quj casoni brutt ch’hin vegnuu su come i fong in via Bligny…” cantava in quei tempi il poeta. Case brutte eppur nuove. Tirate su in quella che allora l’era, “foeura Porta Lodovica on mija”, la periferia de Milan vecc. Via Bligny era a un tiro di schioppo dalla casa del Battista calderatt. Lì, in tutti i terreni appena qualche ann prima fuori dai dazi delle antiche porte, i cantieri ci davan dentro anche di notte. Scavavano fosse, ne colmavano altre, sterminavano ortaglie . Eran mesi, anni, che il piccone trafficava a più non posso. Lì fuori dai bastioni, come giù nel ventre di Milano, in del sciroeu de la cittaa.

Il Piano Regolatore del 1931, quello dell’Albertini, voleva fare le cose in grande; e grande più grande Milano. Già, ovvio, ecco perché! Nessun riguardo ha la grandezza per la vita, quella vera, quotidiana, affettiva, di tutti noi. I grandi ideali risanatori perfettamente coincidono con i crimini più spudorati.
Lì, tutto attorno al Duomo, lì col culo e le tette sui vecchi navigli, lì fianco alle chiese e ai cippi, i milanesi erano in troppi. Uno sull’altro, ringhiera dopo ringhiera, di pusterla in pusterla, boeucc, trani e osterii, in tutte quei buchi, anfratti, sotto le volte e gli archi, si mangiava, si dormiva, si faceva l’amore. Troppo, troppo.

“Il circondario interno, quindi, dovrebbe essere rarificato.” Questo aveva già scritto Cesare Beruto, ingegnere, estensore del primo piano regolatore de Milan nel 1884. Rarificare. Desertificare. DEPORTARE! Il grande sventramento di Milano l’era cominciaa. Come già qualche anno prima la distruzione del Rebecchin, il rione medioevale che stava in faccia al Duomo (dove ora sorge il bronzo orrendo del primo Savoia d’Italia gambe larghe sul cavallo), allora, da la contraa de Santa Margarita e Piazza dei Mercanti fin rivaa al Castell, dalla Scala a Sant Steven giù per Porta Tosa, in lungo e in largo tutto intorno, migliaia de cà vecc hanno reso la loro anima al cielo. Quel cielo di Milano che, già greve di suo, per mesi e mesi si è gonfiato di polvere rossa, fine tritume di quel che un tempo era stato il borgo esteso dei Visconti, del Bramante, dei rabisch del Lomazzo pittor compà Zavargna.

Così è stato che in un giorno che mi immagino nebbioso di scarogna, in casa del zio Battista l’è rivaa un messo comunale. Toc toc. Chi l’è? Se gh’è? Documento firmato il Podestà. Sgombero di casa. Com’è? Sì sì. Se gh’è scrivuu? Abbattimento abbattimento. Oh vacca loeuggia! Me tran giò la cà? E in doe vemm? Che cristo femm?

Sono mesi, anni, che il piccone sbaraglia a più non posso. Di là del bastione, foeura Porta Lodovica nanca on mija; e dentro, dentro fitto nel sciroeu de la cittaa, el venter de Milan del Cima, del Ferravilla, del De Marchi, del Cletto Arrighi. Via Tre Alberghi, Via Visconti, San Giovanni in Conca, Vicolo delle Quaglie, via Paolo da Cannobbio, il Largo del Bottonuto, la Stretta di Giudee. Dal Dòmm a Porta Romana. Dal Carròbbi a San Lorenz. Dal Cordusi a Brera. Rarificare! Desertificare! Deportare! Uno dopo l’altro, cadono in ruina di macerie i sacelli di quella umana devozione alla vita che aveva in secula seculorum fatto di Milano, della gente sua, un unico altrove non più replicabile; una lingua, un modo di essere, di dare nome agli uomini e alle cose, ai fatti, alle memorie, in altro luogo del tutto impossibile. Si sfondano case, cortili, pusterle; si sventra il vivo corpo. Il vecchio Milano è appeso alla corda, al più alto pennone innalzato sul trionfo del gigante che si fa metropoli, affari, denaro, dominio: liquida dissoluzione.

El zio Battista ‘l sa puu se fà. Dove andrà? Che casa avrà? Con lui restano al palo in migliaia. Stanno tutti lì, tra San Cels e Porta Lodovica. Sono operai, facchini, gent de fadiga. Sanno di bocce e biciclette, tomatis e fasoeu, sventolano vessilli di luganega e stracchin. Quando parlano, a dispetto delle nostre poche centinaia di parole cui oggi siam ridotti, calcano con tragicomico furore le scene di un Maggi, di un gotico-lombardo alla Moliere. La loro lingua è un incanto. Purtroppo per loro non è l’italiano. L’è el milanes. Purtroppo per loro, sono gli ultimi testimoni di una storia vinta, sconfitta, a forza condotta sul patibolo.

El zio Battista c’ha in mano il documento. Legge, rilegge, capisce quel poco che serve. Come lui, fa tutto il cortile; i cortili intorno. Son notti che si dorme male. Il bum spam pataslonfeta delle case tutte che stan crollando a on tir de s’ciopp, suona il de profundis. Se scappa no. Hin chì, hin chì. Ghe semm denter, borlaa in del bus ‘me di fringuell coppaa de brutt. L’è inscì l’è inscì t’oeur fà cos’è?

Lasciate alle spalle le antiche porte, un mesto corteo di povere cose si avvia verso occidente. Muzio, Magistretti, Griffini, Portaluppi e Piacentini, gli ingegneri, gli architetti maledetti, incaricati dalla giunta comunale, han pensato bene in grande. Se il vecchio Milano muore, un’altra città è pronta all’occorrenza. E’ fatta di casacce popolari, metri cubi verticali, spazi minimi di cesso, cacche sterili intubate, solitudini abissali. Sperso in fondo alla campagna che campagna non lo è più, sta nascendo il nuovo Lorenteggio con annesso il Giambellino. Fino ad allora un paesello di tre case e due galline, uno schiocco famelico di dita padronali lo trasforma in pochi anni in suburbio. Lì finisce la sua storia quella schiatta milanese. Altre, di altri vecchi rioni abbattuti, andranno ad Affori e Lambrate, al Gratosoglio, alla Bovisa, in fondo a Vial Certosa.

Bestemmia el zio Battista. Madonna giù di brutto. La cà noeuva la ghe pias no. Ah! Sti bastard de fascista! Sti facc de merda! Soa de lor a l’è la culpa se semm chì strengiuu ‘me i ratt!!!
Pochi anni dopo, nel 1944, sarà lui ed altri robusti meneghini della schiatta del Giambellino, a dass de fà in bicicletta per il GAP del ticinese. Roba minima, senza colpi d’artificio, intendemes. Volantini, cartucce, attrezzi, sabotaggi. Quanto basta per dar un senso a questa storia, quella minima, quotidiana, della gente qui di noi. L’altra storia, quella che conta, che fa danee, potere, gloria, nani e ballerine, la storia che ha sbranato una città, per farne un’altra ad uso e consumo di una razza pisquana di carrieristi e consulenti, di plastica smart e fighetta frettolosi, quella, è stata in ultimo vergata dal piano regolatore del 1953. Che ha completato lo scempio del 1884, il genocidio culturale del ’31. Allora, scacciati, le ultime migliaia di indigeni sparsi nei dintorni della Vetra, da lì fin presso il Duomo, hanno lasciato il posto a banche, alberghi stellati, assicurazioni, lusso, grasso che cola, unto che cola da musi tutti uguali. Li han mandati in Palmanova, a Rozzano, in Bovisasca, tra il rudo dei rottami, la roggia tombinata, il verde attrezzato.

Non so cosa allora abbia pensato el Zio Battista. Certo, per l’estremo sfregio, non poteva prendersela cont i fascista. E allora con chi? Con chi?
C’è qualcosa di tremendo nell’idea di Grandezza; nell’Impero dei rinnovati spazi urbani; qualcosa di tremendo e disumano in chi progetta…
“un ristorante panoramico sul tetto…bar nei caveau e undici piani tra uffici e negozi”…
Toh, ma varda un po’! Queschì la leggi adess!...Giovedì 9 maggio 2019, Corriere della Sera, Cronaca di Milano.

Luigi Balocchi