Recensioni

Galassie Parallele

a cura di Giorgio Galli
 

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L’arte dei pazzi si dice per indicare un lavoro inconcludente, un’azione che gira a vuoto. Marco Ercolani, scrittore e psichiatra, si è occupato con Galassie parallele (Il Canneto, 2019) della vera arte dei pazzi, l’arte prodotta da artisti psicotici. Ma il volume non tratta esclusivamente dell’art brut, e vi aggiunge le vicende di artisti che furono anche malati di mente -come Artaud- e di altri -come John Coltrane e Demetrio Stratos- che non conobbero la follia nelle loro vite, ma si spinsero fino all’estremo della loro arte, e che ebbero per destino comune una morte precoce. La follia, suggerisce l’autore, non va cercata nella vicenda biografica dell’autore -non solo, almeno- ma nelle sue implicazioni nella- e per l’opera.

L’artista psicotico -argomenta Ercolani facendo appello a una vasta bibliografia specialistica- non crea a ruota libera, spinto da furore incontrollato, come vuole il mito romantico. La sua opera ha anzi un carattere rituale. E’ volta a dimostrare l’assoluta realtà di ciò che vede e sente -è una specie di apologia in cui egli mostra il suo mondo, il suo delirio, per dimostrare che esiste, e non tralascia alcun dettaglio perché la dimostrazione deve essere completa. Siamo agli antipodi di qualsiasi romanticismo. Storte, sgraziate, sghembe, oppure di una perturbante armonia; ossessive, ripetitive, infocate, oppure bloccate in un loro gelo; eseguite sui materiali più disparati, fatte di figure e/o di scrittura, eseguite consapevolmente o no, le opere dell’arte dei pazzi appaiono vittime di una strana stasi, di un incantesimo paralizzante. Per quanto movimentate possano essere al loro interno, esprimono una singolare rigidezza perché traggono origine da interiorità immobilizzate nel delirio. Ne deriva che l’art brut contravviene ai requisiti essenziali dell’arte come generalmente intesa: la polisemia, e l’equilibrio tra il detto e il non detto. Nell’arte come generalmente intesa il non detto risuona con il detto arricchendolo, allo stesso modo che sulla tastiera del pianoforte la corda del sol risuona in simpatia con quella del do. E’ nella tensione polare tra il detto e il non detto che noi rinveniamo l’arte -almeno nell’arte come generalmente intesa. L’arte dei pazzi ignora questo processo.

La differenza fra l’arte come generalmente intesa e l’arte dei pazzi sembra consistere in questo: l’artista non psicotico ha in tasca un biglietto di ritorno. Si spinge fino a territori vicini a quelli della psicosi, sconfina anche in quelli della psicosi, ma poi torna indietro e lavora alla sua opera a posteriori, come Dante tornato dal suo viaggio ultraterreno. L’artista che ha come campo d’azione l’arte dei pazzi non ha biglietto di ritorno. Il suo intero essere, e quindi la sua intera creazione, sono dominati dal meccanismo psicotico. E lo psicotico ha come primo bisogno quello di legittimarsi, di essere creduto, di difendere il suo delirio.

C’è una terra di confine fra l’arte dei pazzi e l’arte generalmente intesa, che Ercolani forse è tra i primi a esplorare al mondo. E’ la terra di quelle persone che non sono psicotiche, ma usano l’arte per sopperire a un deficit comunicativo. E’ la storia toccante di una pittrice sordomuta e della sua mamma pittrice, che le ha insegnato un linguaggio per comunicare, e le ha insegnato anche l’importanza della forma in quel linguaggio. L’arte di questa fanciulla non risponde all’esigenza meccanica dello psicotico: è frutto di una grazia speciale, di una predisposizione a fare ordine con le immagini in un mondo muto che altrimenti collasserebbe su se stesso. Lo psicotico non cerca di creare un ordine: per lui, la sua visione è oggettiva e non avverte l’esigenza della forma. E’ il non-psicotico che avverte l’esigenza ordinatrice -o lo psicotico che è uscito dallo stato di follia.

Anche l’autistico avverte l’esigenza ordinatrice, ma la realizza attraverso la ripetizione infinita di un unico oggetto -o di un’unica serie di oggetti- al modo di un Andy Warhol trasognato.

A questo punto, sorge una domanda: fino a che punto si può chiamare arte una produzione in larga parte preterintenzionale, portata avanti senza la consapevolezza dell’autore? Il dubbio viene anche a Ercolani, ma la sua risposta è che il confine fra le due zone è tanto labile; che ogni opera, da Lascaux ad oggi, possiede una sua forza al di là delle intenzioni dell’autore e anche a dispetto dell’autore. Che, agli occhi di molti, anche Giacinto Scelsi e John Coltrane non erano altro che pazzi, e la loro opera pareva senza forma. E che la forma si forma anche da sola, per incidente.

La questione resta aperta ed Ercolani evita di pronunciare parole definitive. La soluzione dell’enigma, se mai c’è, è nel saper accogliere le manifestazioni diversissime, ma in fondo sorelle, del bisogno umano di creare un patrimonio condiviso: e a questo patrimonio condiviso afferiscono ricerche eterogenee: anche quella storta, sghemba, dolorosissima, racchiusa nell’arte dei pazzi.