Recensioni

Gian Pio Torricelli: coazione a vivere.

a cura di Giuseppe Rizza

Gian Pio Torricelli.
Se questo nome non vi dice niente provate a contare da Uno a Cinquemilacentotrendue (“Se vuoi che t'aprano, conta fino a cinquemilacentotrentadue, ma non chieder mai permesso”* ), o meglio ancora provate a leggere da 1 a 5132, ma con i numeri scritti a lettere, di seguito, senza virgole.
Sarebbe questo esercizio – di stile? – (ma lo stile è tutto, dichiarò il poeta) uno dei due libri pubblicati da Gian Pio Torricelli, da Modena, figlio di piccolo imprenditore di calzature (così recitava l’insegna dello zio di Gian Pio: “Manda a scuola i tuoi monelli con scarpe Alfredo Torricelli”, già un distico).

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 Gian Pio è vivo, e pratica la vita in una casa per anziani nei pressi di Modena.
Ha avuto molte vite: poeta del gruppo ’63, partecipa all’incontro dello stesso a La Spezia, nel ’66, lasciando – così riferiscono le cronache e Umberto Eco – la platea turbata.
Scrive fondamentalmente due libri di poesia: “Dunque cavallo”, del 1965, e appunto “Coazione a contare”, nel non casuale anno 1968, quando Eco riferisce che probabilmente con Torricelli si è toccato il fondo e bisogna rifondarlo (e molto godibile è lo scambio epistolare fra Eco e Torricelli, contenuto nel testo “Dunque Torricelli”, unico libro ancora disponibile e in commercio sul poeta di Modena, pubblicato per edizioni Artestampa dal nipote Carlo Bonacini).

Sarebbe bello poter tornare a sfogliare entrambi o anche vederne in stampa gli inediti, su tutti: “Per un’ermeneutica nefelurgica di un’ossessione a carattere semiotopico ovvero: dall’Eozoon al Phyla vertebrato e sustile di Magdalo Mussio”), anche solo per accorgersi dell’effetto che farebbero, letti cinquant’anni dopo.

Ed è proprio il nipote Bonacini che ancora ragazzo inizia a conoscere lo zio sotto un’altra veste, una che purtroppo è costata piuttosto cara al Nostro: Torricelli che minaccia di uccidere il padre puntandogli un coltello alla gola.
Gian Pio Torricelli durante la sua vita è infatti internato in manicomio criminale (una e più volte), subisce un TSO dopo che rimane chiuso in camera per giorni, a fumare e guardare la TV a casa dei suoi genitori.

È da giorni che penso, quasi ossessivamente, lo confesso, alla vita di quest’uomo.
Ne ho scoperto l’esistenza leggendo una lunga intervista fattagli da Antonio Gnoli e comparsa per La Repubblica, il 26/08/2018, che è straziante almeno quanto illuminante su cosa possa diventare la vita, su cos’è la poesia e la letteratura, l’arte, la musica, la pazzia (“Com’è una sua giornata?”… “Sono tutte uguali le giornate”; e poi: “Allora adesso sta bene?”… “Non lo so. Come faccio a saperlo? Qui si sta in attesa di stare bene”; e ancora: “Perché ha smesso di scrivere”… “Non c’è un perché. Si smette e basta”…”è stato una splendida meteora”…”Mi sono lasciato andare. La cosa migliore è lasciarsi andare quando stai male”).

Sarebbe retorico scrivere indignazioni citando Foucault e il neppure tanto moderno sistema repressivo carcerario (e in parte, allora, medico), così come altrettanto retorico sarebbe distinguere la figura del poeta da quella dell’uomo: mi avventurerei su discorsi che sfocerebbero fino a parlare di idolatria e di santini della contemporaneità, da Alda Merini e il suo pianoforte passando per Borges e le sue strette di mano.

Se Pasolini era anche il suo corpo magro e allampanato che camminava sulle dune di Sabaudia parlando di nuovi fascismi, e i suoi occhiali neri di celluloide, allora Gian Pio è poeta in tutte le sue fibre, la testa completamente calva, lo sguardo insieme pacificato e strabuzzato, i gesti che ci immaginiamo pacatamente nervosi.

Gian Pio Torricelli in fondo è poeta perché non lo è più.

Non scrive più da decenni, volontariamente. Una condanna nei confronti di chi non è riuscito a salvarlo (“Le manca la scrittura?”… “No, ho avuto il mio tempo. Ogni cosa ha il suo tempo. Dovrà passare almeno un milione di anni prima che ricominci a scrivere” dichiara a Gnoli), un figlio di Bartleby, cosciente nella sua lucida visione folle della vita.
Una lezione quindi la sua che si fa corpo, sostanza, carne, poesia quotidiana che non ha neppure bisogno di essere scritta, di essere sporcata su carta, ma solo reiterata, una coazione a viverla:
“Essere un poeta diventa una fisima, poi: volevo cambiare. Uno sta lì a scrivere e non fa altro…”**

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* Gian Pio Torricelli, Coazione a contare, 1968, Lerici ed.
**Caterina Fantoni, Dunque Torricelli, Edizioni Artestampa, 2015