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Il Scebernenco

Il Scebernenco. Lo chiamavano proprio così. Storpiandogli il nome. Lo stesso in quegli anni accadeva col Robert Mìciu, il Bur Lincàster, e altri americani. Buffa quell’innocenza fonetica che s’impigriva sulle labbra dei giovani operai che, dalla provincia, alle sei del mattino, si ammucchiavano verso la Pozzi Ginori di Corsico, la Brown Boveri del Corvetto. Leggevano. Tra le dita consunte dai coloranti chimici, le unghie smangiate dagli olii, pastrugnavano fin ridurle in tarlacche quelle stranissime copertine caco smaltato, blu cobalto, verdigris. Colori industriali. E quell’uomo solitario, in ombra? Sullo sfondo il grattacielo? Milano nebbio/rabbiosa ne era ormai strapiena. Di uomini così, di grattacieli. L’assillo nel trà giù i muri vecchi, azzannare prati e fossi, per far posto alla città infinita, disegnava l’avamposto spaziale di quel nulla riempito di merce che, dappertutto, si odorava a pieni polmoni. Su quel ponte sospeso tra ciò che era stato e l’altrove assoluto si affollavano proletari paisani. Ed è così che il Giorgio Scerbanenco, come il Mìciu e il lincàster, si storpiava ne ‘l Scebernenco. Perché se davvero esiste una Storia Sociale del Giallo nessuno come lui ha colto l’andazzo dei tempi. Tempi infausti. Per me di certo. Perché il papà, io e tanti come me, lo vedevo mai. Colpa dei turni in quel cazzo di fabbrica a cottimo spietato, del lugubre richiamo delle sirene che tutto quel mondo imponeva a raccolta. Era la terra lombarda che stava scoprendo la virtù del durban’s e le molle del permaflex. A tutti serviva un bel sorriso e saltà in pee belli freschi e riposati. Per fà che ròba? Per sorridere alla fabbrica, darci dentro sul lavoro fino all’ultimo sangue. Questo era il diktat del potere industriale. Rid e laurà. E allora perché quella scarògna fatto uomo del Duca Lamberti, con le sue storie funeree e desolate, spopolava tra i giovani operai della metà anni sessanta? Perché, ostia? Perché di lì a poco sarebbe scoppiata la bomba. Attenzione! La geometrica potenza del fato mai nulla lascia al caso! Giorgio Scerbanenko/co muore il 27 ottobre del 1969. Dopo una manciata di giorni, il 12 dicembre, sui corpi di diciassette morti di Piazza Fontana, verrà scritta un’altra storia. Che nulla più avrà a che fare coi delinquentelli della periferia milanese, i consunti dalla lue, gli alcolizzati, i viziosi patologici, gli invertiti, le poverette in malasorte che battono per strada. Il Scebernenco l’è mòrt! La strage di Piazza Fontana cambia tutto. Dalla bile corrosa del motore produttivo, il miracolo economico dei sessanta con Milano capofila, si vomita di tutto; tutto quello che prima era dei durban’s, dei permaflex, delle mivar, zoppas, ignis, fiat, sbocca all’improvviso nel De profundis di un annuncio clamoroso: avete avuto il boom? Ora, beccatevi la bomba. Il cancro ha partorito il mostro. D’un tratto, il sorriso scola, sbava, si fa sangue e putridume. La fabbrica basta più. Non è più il tempio della felicità coatta. La Classe la va puu in paradis. Dai venti piani di forati e cemento di Cinisello ai muretti della Comasina, dalla Martesana al Navilj ticinese, la merce è entrata fitta fitta giù nel sangue. Il suo è un ritmo da delirio collettivo. L’acciaio si fa piombo, mira, sparo, chiave inglese da pestare sul cranio di quello che ti passa lì per caso. Si ingozzano le strade di urla, di blindati. Toccasse allora di rileggere la quadrilogia del Duca Lamberti più le avventure criminali della Milano calibro 9, di quella Milano sbranata dagli anni settanta non se ne riconoscerebbe il volto. Tutto è cambiato. Nella metropoli del Giorgio Scebernenco, di certi figuri, non v’è traccia. Non v’è traccia dei sanbabilini, dei katanga, di trame segrete, servizi deviati, nutrie politicizzate. Il suo crimine è privato, dimesso, esistenziale. E’ un male silente, che s’annida sprofondato tra le mura, le famiglie, il sesso. È lo scarto, il pus, di una quotidiana abitudine al vivere di merda. Lì, proprio lì. Nella Milano del boom che impazza e che strabilia. In quel immenso divertimentificio innalzato sul fordismo schiavista del cottimo, delle ormai inarrestabili catene di montaggio, quel retorico ottimismo che ingolfa le vetrine, gli scaffali dei neonati supemarket, c’è chi guarda dentro fitto nel surplus della tanta, sterminata, merce prodotta; dentro l’etica beata del plusvalore. Guarda oltre. E lo fa da cronista attento, spietato, ancorché analfabeta politico, senza nessun rimando ai gangli sociali, la varia rattatuja del sistema. Lo fa da scrittore innocente. Da volpe che fiuta l’aria, il vento dove tira, scova la preda, la segue, la fa sua. Il Giorgio ci aveva già tentato con Arthur Jelling, l’archivista di Boston a caccia di criminali. Ma gli era andata male. Agli inizi degli anni quaranta, per delitti commessi dall’altra parte del mondo da gente con nomi assai bislacchi, a Milan, non si aveva proprio testa. C’era ben altro sul momento cui pensare. Col Duca Lamberti, no. Tutto stava ormai andando per il meglio, tutto filava liscio. Lavoro, benessere, la lavatrice in cà, la Tele a rate col divano in similpelle. La notte era passata. Si vedeva più. I neon delle réclame l’avevano sconfitta, per sempre uccisa.
E allora perché ai giovani proletari della provincia, ghe piaseven inscì tanto le storie nere/merde/crude del Scebernenco, dai più, dagli eterni fighetta, considerato come un sottoprodotto da sottocultura? Sì. Piaceva a loro. Che venivano dai cortili de ringhera, dalle case ‘rent ai fossi, quegli stessi dove non per caso, da fiolin, nell’albe grise della guerra civile, avevan visto galleggiare i fucilati dalla Muti, dalla Decima Mas. Loro sapevano del male, della rògna, del venir munti come bestie da lavoro; ma ancor di più che il Cairoeu, il verme, te lo trovi di sorpresa dentro la mela, quella che par la pussee lustra. Scava, scava, dagli il tempo, in mano ti resta solo il marcio. Loro sì che avevano capito. Fiutavano l’aria, intuivano l’inganno. Sapevano che la bomba sarebbe scoppiata. Glielo si fosse chiesto, ti avrebbero detto i nomi degli esecutori, dei mandanti, dei complici morali. La stavano aspettando. Leggendo il Scebernenco.

Luigi Balocchi