Recensioni

Io devo essere, non dimostrare

Celebre anche al di fuori dei confini nazionali, come uno dei maggiori artisti del nostro Paese (in particolare per le Cancellature), Emilio Isgrò ha negli anni pubblicato diverse raccolte di poesie, di cui la recente “Quel che resta di Dio” edita da Guanda è l’ultimo tassello.

L’artista siciliano in questa sua ultima raccolta, seleziona alcuni suoi versi scritti quasi interamente fra il 1981 e il 2019, concentrandosi sul senso del sacro e non solo.

Come ogni buon siciliano che ama la propria terra da cui è puntualmente sradicato, Isgrò non può fare a meno di citare e disseminare come tanti semi (il suo seme d’arancia è un’altra sua celebre scultura) i riferimenti alla sua isola (Solo se ti rinnego, anima mia/ consumata dall’aria,/ posso recuperare l’energia/che tu m’hai fatto perdere in un giorno) e al senso del divino già presente fin dal titolo (e in alcune poesie come: Ciò che un Papa non può fare), non privandosi però di installare anche delle critiche al sistema politico degli ultimi decenni (quotando serenamente in Borsa/ anche il canto delle cicale).

La poesia di Isgrò appare come una delle facce e delle espressioni della sensibilità dell’artista, tanto da venire usata anche per ironizzare su sé stesso (e che anche le mie formiche// alla fine// pressate dalle api vaticane/strette a grandi linee/ nella morsa dell’accumulo/ si arrendano al Capitale), dando inoltre l’impressione di essere usata se non come un divertissement (i versi dell’autore hanno una loro densità), come fuga dal reale, come scritte sotto l’ombra di un albero secolare.

Giuseppe Rizza