Recensioni

Izet Sarajlić. L’inflessibile cospirazione con la poesia

a cura di Davide Zizza

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Izet Sarajlić. L’inflessibile cospirazione con la poesia
[Appunti di lettura sulla raccolta Chi ha fatto il turno di notte, Einaudi]

Per primi partirono i filosofi, Marx, Hobbes, Cartesio, Schopenhauer,
infine anche Montaigne; autunno/inverno uno, Sarajevo.
Poi toccò ai romanzieri, Dumas, Dickens, Gogol’,
infine fu Shalamov a disfarsi nella stufa
coi suoi racconti della Kolimà, autunno/inverno due.
Quell’anno fino a maggio le parole patirono l’inferno per dare calorie.
Nel terzo dell’assedio bruciò lo scaffale del teatro,
prima Brecht, poi alla rinfusa Strindberg, Shakespeare, Racine,
infine con le lacrime anche Čechov.
Il quarto anno toccava alle poesie,
ma la guerra finì e le risparmiò.
Classifica del fuoco: ultima destinata la poesia,
in guerra la più urgente.

Erri De Luca, ‘Classifica del fuoco’, tratta da L’ospite incallito 1
 

1Erri De Luca fu amico fraterno di Sarajlić, di lui ha prefato la raccolta oggetto del presente articolo. Forse niente, insieme ai versi del poeta di Sarajevo, è più conciso di queste parole di fuoco e di pietra per descrivere la condizione del popolo e della poesia sotto il regime bellico dell’assedio del ’92. La poesia in guerra è la più urgente, è la voce dell’umanità. Si dirà che la poesia non porta salvezza, ma almeno possiede la voce per chiamarla a sé.

 

Un poeta, seppur possa non fare ideologia in senso letterale, è e rimane un militante della verità in quanto aderisce ad un ideale, ne sposa il valore e se lo porta con sé fino alla fine dei suoi giorni. Come in un matrimonio. Ecco!, possiamo ben dire che il poeta è per sua natura un bigamo di chiara fama: ama la propria compagna e ama la poesia. Con la prima condivide i giorni e i momenti, con l’altra una inflessibile e felice cospirazione.
“La verità, vi prego, sulla carta”, potremmo così ribattere al caro H. W. Auden – nell’essenza della creatività la poesia occupa un ruolo intimamente connesso all’autenticità del messaggio.
Sarajlić è uno di quegli autori che ha vissuto, nella sua Sarajevo, la cospirazione con la poesia tanto da farci i turni di notte. Perché leggere, scrivere e declamare poesie accade di notte, nel manto oscuro del silenzio, nell’impercettibile ombra della clandestinità entro cui una dittatura o un regime di sangue non può e non potrà mai addentrarsi. La scrittura è dimensione invisibile, come un sapore o un sentore viene assorbita alla vita quotidiana: inchiostro su pagina, verità sulla carta. Le anafore poi laddove sono presenti intensificano l’evocazione tematica e coniugano nei versi una corrispondenza carica di metafora e significato.
Per Sarajlić a tal proposito non vi sono dubbi: la poesia deve portare vesti chiare “del colore del cielo d’agosto quando/sembra sanguinare nel crepuscolo” (Tamara) perché essa cambia la visione delle cose, e laddove trascorre la vita “Già nessun viale […] può più chiamarsi solo viale”. La poesia amplifica il senso delle cose e dei giorni: l’autore scaglia nel mare dell’umanità una bottiglia in cui è contenuto un messaggio. Così facendo realizza un percorso, getta nel futuro le parole che altri raccoglieranno. Per il nostro poeta scrivere significa il gesto di gettare la bottiglia della poesia, passare il testimone al tempo che porterà la sua voce: “L’ultima cosa che ci attende non può essere la nostra morte,/perché i desideri del nostro sangue da qualche parte devono continuare” e nonostante la morte sia “già rannicchiata da qualche parte/nel futuro”, il poeta non si scompone perché da sottoterra “Ogni volta che la mia città avrà bisogno di una parola affettuosa/io ci sarò”.
Nella Sarajevo delle due guerre (la Seconda Mondiale e l’Assedio del ’92), il poeta ha trascorso la sua vita, senza mai abbandonare la città e soprattutto declinando in spazio (“al cinquantesimo chilometro dell’amore/ti amavo esattamente come al primo”) e tempo (“Senza contare le periodiche misteriose scomparse del 29 febbraio/ogni anno in amore/ci depredano di un giorno”) l’amore per la moglie. Tempo e spazio per lui sono complici, ma anche ladri, da una parte si fondono nella felice misura del tango – “Ma questo tango – è solo nostro!” – e dall’altra testimoniano “questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone”. La sorte funesta della perdita non gli toglie la dolcezza della forza: “Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme!”
Scrivere significa sopravvivere, testimoniare martirio e tenerezza, e Sarajlić lo racconta con commozione perché “Uno potrebbe davvero/sentirsi colpevole.//Uno/che è arrivato ad avere delle scarpe numero 43.//E che,/nel 1941,/correva in quegli stessi sandali da bambino/anche lui.”
Perché la sua poesia può esser definita ideologica? Nella denuncia del tempo moderno essa sa indicare con certezza il punto in cui “si riduce ostinatamente crudelmente la distanza fra canzone e grido”; laddove un regime di sangue dilania l’umanità si riduce la differenza per cui la poesia dal suo senso originario di canzone si tramuta in grido d’aiuto e di speranza. E perché questo grido possa espandersi e riacquistare la sembianza del canto poeti e ascoltatori s’incontrano quando il giorno chiude le sue porte.
Indocile poesia del dissenso, la poetica di Sarajlić cospira la libertà come dignitoso e imprescindibile diritto alla creazione di ogni attimo di vita. Vero che non esiste nulla di più tragico delle guerre che sorvolano tetti con l’infinita paura che possano presentarsi al proprio domicilio, ma poeti come lui hanno dimostrato che il rumore delle bombe passa, la voce della poesia rimane.
Per questo bisogna rispettare i poeti. Escono nell’oscurità. Escono per cospirare, nascosti nella voce muta dei lampioni. Escono “per non far fermare il cuore del mondo”, per aspettare l’alba. Sono la nostra voce. Per noi fanno i turni di notte.

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