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Kafka - Lisa Orlando

Kafka: la morte gioiosa e l’impossibilità di vivere. - a cura di Lisa Orlando

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Suprema vocazione alla notte, alla solitudine, alla demonìa, così Kafka intese la scrittura, ancorando l’intera sua vita all’assurda ambivalenza del non saper vivere da solo, né con gli altri, pur anelando strenuamente entrambe le cose.
Kafka comprese che, l’atto di fedeltà alla propria opera, implicava il chiudere fuori il mondo, e consacrare febbrilmente ogni energia del proprio corpo a scrivere; scrivere sempre, a dispetto di tutto, come se facendo ciò fosse ancora possibile una salvezza, ma, al contempo, una parte di sè rimase dilaniata dal desiderio di dispiegarsi all’amore, alla bellezza, all’impeto della vita.

Col trascorrere degli anni si lasciò trascinare sempre più in quel flusso demoniaco e infrenabile che è la scrittura, pur (ormai) con la cognizione che non era possibile salvarsi dalla dannazione e che si era obbligati a errare in quel deserto che è la parola.
Errare continuo e costante nell’errore di un deserto, in un moto vertiginoso che fa dello scrittore un essere insediato dal demone della parola; per usare le parole di Blanchot: non più un “io” narrante, ma un io che narra ciò che di se stesso non è più.

Kafka esprimerà sempre la sua delusione nei confronti della vita per la ragione d’essere stato esiliato in essa. Ma fu davvero il lavoro della scrittura che gli impose tale isolamento? È dunque come afferma Blanchot: “Morire per poter scrivere – scrivere per poter morire”, ché l’arte crea sempre con la morte una relazione circolare?
In realtà nei suoi Diari Kafka dichiara esplicitamente la sua propensione a morire, o meglio: a provare godimento della morte attraverso l’opera: “Ho detto a Max, ritornando a casa, che sul letto di morte, a meno che non soffra troppo, sarò contento. Ho omesso di aggiungere, e successivamente l’ho omesso di proposito, che le cose più belle che ho scritto finora si basano esattamente su questa predisposizione a morire contento”.
Pur se (ed è pleonastico precisarlo) il divertimento a morire è per Kafka l’altra faccia dell’impossibilità di vivere; impossibilità espressa in tutti i suoi racconti e romanzi.

Ne “La tana”, ultimo racconto scritto poco prima della sua morte, lo scrittore boemo scriverà dello sforzo di costruirsi solide difese contro il mondo soprastante; una creatura, per metà umana e per metà animale, tenterà di costruirsi un’abitazione perfetta per proteggersi da ogni nemico invisibile. Tuttavia, neppur sottoterra si è al sicuro: ciò che viene eretto sprofonda, ciò che viene innalzato s’inabissa. Quanto più la tana apparirà stabilmente chiusa al di fuori, tanto più grande sarà il rischio di rimanere rinchiusi con l’esterno, di essere abbandonati al pericolo interno. L’intimità della tana abbatte ogni minaccia esterna, ma (successivamente) diviene essa stessa l’essenza del pericolo: l’elemento tombale, il carcere dove ogni nostra sicurezza verrà progressivamente annientata.

Dunque, non vi è alcuna possibilità di vivere in un mondo di disfacimento e di morte e che ci divora fino ad invadere le nostre fattezze, fino a trasformarci in bestie, in orridi scarafaggi?
Saremo sempre dei suppliziati (come Josef K.) in sordidi tribunali che ci processano senza nessuna colpa, che ci accoltellano senza avere nessuna possibilità di difesa? Potremo vivere in un mondo che ci lascia sempre più serpeggiare nei corpi abulie, malsanie, impulsi stroncati, infermità?

Davvero l’unico modo per vivere, quindi, è rifugiarsi nello spazio letterario? Kafka, ad esempio, si diverte con l’idea di vivere e crea, penetrando nel luogo della scrittura, una bella immagine del desiderio di vivere. “Di slancio balzai, come se non fosse la prima volta, sulle spalle del mio conoscente, e premendogli i pugni nella schiena, lo misi a trotto leggero. […] Sentivo quanto mi faceva bene quella cavalcata all’aria aperta, e per renderla ancora più vibrante feci soffiare un vento forte e contrario a lunghe folate. […] Ridevo e tremavo dal coraggio. Intanto premevo le mani energicamente rischiando di strangolare il mio conoscente”.
Kafka si diverte a cavalcare un cavallo e d’essere, al contempo, un cavaliere feroce. Si rallegra all’idea di vivere nel momento stesso in cui questa energia vivificante lo spinge a strangolare il cavallo. Oltre a poter godere la vita (solo) nello spazio della scrittura, si intuisce, tra l’altro, perché i divertimenti siano la prova dell’impossibilità di vivere: richiedono sempre la morte di qualcun altro.

La battaglia della vita è dunque ineluttabile? Così come la sua disfatta?

Nel primo libro di Kakfa “Descrizione di una battaglia”, c’è la fatale considerazione che essa non potrà avere mai alcuna vittoria, mai sconfitta, né mai potrà svigorirsi, mai finire.
È come se Kafka portasse in sé, sin dall’inizio, questo breve, intenso dialogo che sintetizza tutta la sua vita (la nostra?).
“In ogni caso tutto è perduto”.
“Devo quindi smettere?”
“No, se smetti tutto è perduto".