Recensioni

Kostantinos Kavafis. La fiamma e la sapienza

a cura di Davide Zizza

Kostantinos Kavafis. La fiamma e la sapienza

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Costantino Kavafis, Poesie, a cura di F. M. Pontani, Mondadori 1961
Costantino Kavafis, Settantacinque poesie, a cura di N. Risi e M. Dalmati, Einaudi 1992
Costantino Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere, a cura di G. Ceronetti, Adelphi 2004
 

“Il poeta è lo specchio dell’umanità.”
Arthur Schopenhauer
 

“I sentimenti permangono e sono loro che permettono di conoscere gli autori antichi. Come per qualunque essere umano, al poeta capita di riflettere su tre questioni: come, per cosa e in nome di cosa vivere”
Iosif Brodskij

 

«Non è da corpi pavidi/Godere splendidamente/Nel bruciarsi». Così mirabilmente traduce Ceronetti nel librettino Adelphi intitolato Un’ombra fuggitiva di piacere la poesia Πολυέλαιος, Lampadario. Questa, insieme alle altre liriche di Kavafis da lui curate, si oppone per un effetto di traduzione-ricreazione alla versione filo-letteraria di Pontani, il quale rende con Candelabro il titolo del testo nell’edizione mondadoriana. Se è vero per Ceronetti che “tradurre è creare un verso nuovo” adoperando quindi il termine ‘lampadario’, l’aderenza pontaniana al testo con ‘candelabro’ rende pure l’idea. Entrambe le lezioni ci informano di un fatto curioso ma indicativo: il poeta si stabilì al secondo piano di via Lepsius 10 dal 1907 quando ormai da tempo era arrivata la luce, eppure egli rifiutò l’installazione della corrente elettrica. L’unica fonte di luce per Kavafis erano le candele. In tal senso le due traduzioni di Πολυέλαιος fanno risaltare un lucore tangibile; i versi del poeta alessandrino sono «vampe di passioni».
Kavafis – poeta dell’erotismo e della storia, rappresentante eloquente della crisi spirituale neoellenica, immerso nella solarità mediterranea della quale avvertiamo il fascino evocativo nella sua lingua insieme colta e popolare – amava tuffarsi nella tradizione storica e letteraria classica in volontario esilio dal mondo, chiuso fra gli scaffali di una biblioteca o fra i muri di casa evitando di affacciarsi alla finestra. Presso di lui la finestra possiede un alto valore simbolico perché definisce l’interiorità dell’autore, ripiegata su se stessa, per cui i raggi esterni sono tortura o fastidio. Nel collegare il tema ad un altro poeta, per es. nella poesia Il balcone di Eugenio Montale la finestra non si illumina e cattura solo i pochi barlumi che la vita concede dall’esterno (ricordiamo en passant, Montale tradusse la poesia Aspettando i Barbari di Kavafis da una versione inglese perché non conosceva il greco al punto da tradurlo dall’originale; Quaderno di traduzioni, seconda ed. Mondadori ’75). Al contrario il nostro poeta alessandrino non ricerca da fuori la luce, anzi lascia chiusa la sua finestra, tale chiusura gli permetterà di interloquire in solitudine e alla luce delle candele con i fantasmi di un passato mitico. Nella volontaria segregazione, «quasi assoluto è il dispregio della storia contemporanea» (Pontani) ma conosce la realtà periferica e quotidiana, i luoghi anonimi e corrotti della sua Alessandria. Se da una parte egli tende al rifiuto degli aspetti del suo tempo, nondimeno egli descrive anche se astoricamente il suo tempo e lo fa attraverso un sapiente tessuto di significati esistenziali dove il lettore può facilmente ritrovarsi. Un esempio è nella tanto ammirata poesia La città il cui verso «non c’è nave non c’è strada per te», così tradotto da Risi-Dalmati, è entrato nel parlare comune greco tanto da essere tuttora citato con senso aforistico (il poeta ateniese Xristos Kremniotis mi conferma che il detto resta ancora in uso). «Non c’è nave non c’è strada per te»: il passaggio dal verso al luogo comune conferma un sorprendente processo di trasposizione – dall’arte alla vita – per cui spesso è l’arte a fondare un linguaggio che entrerà nella quotidianità dei giorni e pertanto ribadisce l’osservazione della realtà quale strumento di definizione del proprio tempo.
Prescindendo dalle ragioni poetico-ideologiche dei curatori che si sono appassionati ai suoi versi – Pontani segue un viaggio filologico rigoroso e interessante, Ceronetti sostiene una creatività estrosa per rimettere nuova luce nel verso tradotto, il duo Risi-Dalmati realizza un procedimento per ridare nella nostra lingua «l’emozione il colorito il timbro dell’originale» – nel seguire i filoni tematici è possibile recuperare una visione unitaria capace di accomunare queste tre versioni alessandrine dedicate a Kavafis.
Il repertorio dei contenuti può essere ricondotto a due sentieri poetici paralleli. Pertanto riconosceremo una «poetica della fiamma» in cui la passione, celata sotto la cenere inevitabile del tempo, rivela la sua anima vibrante e perenne espressa non solo negli argomenti legati alla sensualità, alla voluttà o al desiderio, ma persino nella costruzione di un ritmo dedito a dipingere gli attimi di una vita anonima, la memoria, la nostalgia, la solitudine, la morte, il destino; poesie come Le finestre, La città, I desideri, La fine, Monotonia, Voci, Voluttà, Molto raramente, Muri, Torna, Giura, sono l’espressione più esemplificata di questa fiamma. Come una rotaia parallela sta la «poetica della sapienza», dovuta all’assidua frequentazione della cultura classica attraverso la quale Kavafis rielabora un’interpretazione della storia non tanto per attualizzarla tramite il meccanismo di ‘prendere dal passato per definire il presente’, ma per rendere il passato nel presente. Mi viene in aiuto un articolo di Pietro Citati pubblicato su Il Giorno il 13 novembre 1968: «Kavafis rendeva vivo ciò che era morto, contemporaneo ciò che era storico. Così il passato si insinuava dentro il presente: la grande galleria di quadri storici e di autoritratti, di disegni, di busti, di monete antiche, di lapidi funerarie diventava una sola specchiera, dove possiamo contemplare infinitamente ripetuta e variata, la nostra stessa figura. [...] Quest'uomo così modesto e ironico, così rispettoso delle date, quest'uomo che non sapeva usare le grandi parole e le maiuscole, viveva dunque in tutti i tempi e in nessun tempo, in tutti i luoghi e in nessun luogo [...]». L’ insinuarsi del passato nel presente viene sostenuto nella nota di Nelo Risi nell’edizione einaudiana per cui «contemporaneità e passato sono così finemente intrecciati che non sai più se l’efebo descritto esce da un vicolo di Alessandria tra i tram e gli autobus o tra i carri e le bighe»
La sua identità greca, talmente greca da renderlo universale, la commistione nella lingua di risonanze antiche e modi popolari, la sua città immutabile eletta – come Dublino per Joyce – a città del mondo, l’autoisolamento che per converso contribuì a renderlo ancora più noto, insomma tali caratteristiche fanno di Kavafis un poeta che, nonostante l’angoscia per il trascorrere del tempo come un fiume eracliteo, non intende stare a guardare le candele spente, ma a quelle ancora accese dei nuovi giorni.

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