Recensioni

La bella favola è diventata pianto – Donatella Bisutti

Le fate

Intorno alla culla
c’erano le fate
solo un’inezia era sfuggita
una puntura d’ago all’inizio della vita
e per quell’inezia soltanto
la bella favola
è diventata pianto.

***

Il bambino

Non sa nulla
il bambino che piange.
Il bambino dorme
e nei suoi sogni
si agita il futuro
già sa senza sapere
ciò che diventerà
delinquente o esploratore
benefattore dell’umanità
o suicida.
Il bambino dorme
e nei suoi occhi
scorrono luci e ombre
un brivido
sotto le piccole palpebre chiuse.
Egli sorride inconsapevole
del destino che l’attende.
Il mondo è ancora intatto
un giocattolo
cui avido protende
bocca e mani
e tutto vuole inghiottire
lui che sarà inghiottito.
Per questo
senza sapere perché
a tratti si sveglia dal suo sonno
e piange.

(Donatella Bisutti, “Sciamano”, Delta 3 Edizioni, 2021)

Due testi, questi di Donatella Bisutti, che affrontano la primissima incoscienza dell’infanzia, attraverso una lettura in prima persona, nel primo testo, e osservata da un punto di vista esterno, nel secondo, con una linea di contatto letterale – quella del piangere – ed una più profonda, che attiene al passaggio dall’inconsapevolezza innocente alla percezione cosciente dell’esistere, attraverso il dolore, il sogno, il desiderio e la paura.

Il primo contrasto è quello tra “le fate … intorno alla culla”, richiamo alla dimensione del fantastico e del sogno, e la “puntura d’ago all’inizio della vita”, che può alludere sia al primo intendimento del dolore che alla prima presa di coscienza del sé, a separare un’esistenza innocente e creaturale dall’inizio della vita cosciente; in ogni caso, la percezione di tale bruciante contraddizione tra aspirazione ad uno splendore primigenio e immaginativo, istintivo, e acuminata presa di coscienza del dolore fisico, innanzi tutto, e interiorizzato, successivamente, si incarna nell’immagine della “bella favola” che trasfigura in pianto – cosciente o meno che sia.

Il testo suggerisce che “non sa nulla / il bambino che piange”, sbilanciandosi verso l’ipotesi di un dolore precedente alla consapevolezza dell’io, intrecciato sin dall’origine dell’esistere a doppio filo con il sogno (“il bambino dorme / e nei suoi sogni / si agita il futuro”): ma il dettato suggerisce anche una connotazione costitutiva, insita già nel nuovo nato, che “già sa senza sapere / ciò che diventerà”, sia che gli sia riservato un futuro positivo che drammatico; e dunque “il bambino dorme / e nei suoi occhi scorrono luci e ombre / un brivido / sotto le piccole palpebre chiuse”, quasi a sottintendere un’intuizione del tremendo, scaturito dal contrasto cui si accennava prima, che l’inconsapevolezza innocente del fanciullo percepisce in modo parziale, sorridendo “inconsapevole del destino che l’attende”.

“Il mondo è ancora intatto” – prosegue il testo, e prima della testimonianza della sua provvisorietà, del suo continuo andare in frantumi e sottrarsi a “bocca e mani” che il bambino “avido protende” perché “tutto vuole inghiottire”, questa temerarietà innocente può solo istintivamente intuire il ribaltamento di tale sensazione innata, “lui che sarà inghiottito”: ed è per tale ragione, “senza sapere perché”, che “a tratti si sveglia dal suo sonno / e piange”.

Attraverso poche immagini semplici ma efficaci, il dettato della Bisutti molto dice e molto altro lascia intendere: l’istintivo desiderio dell’uomo di appropriarsi del mondo, per esempio, desiderio che è origine della sofferenza di ogni forma di vita senziente e umana in particolar modo (“… nascita è sofferenza … il non ottenere ciò che si desidera è sofferenza”, ricordano le quattro nobili verità dei sutra), particolarmente intenso dopo la nascita e durante i primi anni di febbrile esplorazione del mondo; in secondo luogo, la necessità di affrontare tale contraddizione dolorosa, insita nell’esistenza in modo connaturato alla venuta al mondo e strettamente legato all’istinto di vivere vincolati alla percezione del sé e delle sensazioni individuali; infine, l’inclinazione al sogno, a una interpretazione immaginativa e ricca di significati ulteriori della realtà oggettiva, accesso privilegiato e intuitivo alla dimensione del sacro, particolarmente vivace in tenera età e spesso soffocata nell’età adulta dal raziocinio logico scientifico.

Contemperare queste molteplici criticità, apparentemente inconciliabili, non è impossibile, non è nemmeno semplice, ma certamente non è indolore: l’esperienza del piangere diventa così minimo comune denominatore dell’esistere umano, sin dai primi momenti di vita, in quanto vitale testimonianza della percezione della sofferenza, della possibilità e del sogno.

Mario Famularo