Recensioni

"La cura per la morte da fulmine" di Gail Anderson-Dargatz

a cura di Silvia Longo

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«La cura per la morte da fulmine era scritta a lettere spesse, in inchiostro blu e un po’ sbavato, nel quaderno di mia madre, sotto la ricetta dei biscotti d’avena che piacevano tanto a mio padre:

Immergere il morto colpito da fulmine in acqua fredda per due ore, se non risuscita, aggiungere aceto e lasciare a bagno per un’altra ora.

In un secondo tempo, con l’inchiostro nero, mia madre aveva scritto a margine “Ah! Ah!”. Nella stessa pagina, accanto alla cura per morte da fulmine, c’era una ninfale schiacciata, le cui ali avevano macchiato di rosso e di blu la pagina precedente. L’estremità di un’ala era strappata. Mia madre diceva che era riuscita ad acchiappare la farfalla schiacciandola fra le pagine del suo quaderno proprio per via di quell’ala strappata. “Straordinario” mi raccontava. “Pensa che volava ancora. Come per ricordarci che bisogna sempre andare avanti”.»

Questo l’incipit di “La cura per la morte da fulmine” di Gail Anderson-Dargatz. Un singolare romanzo di formazione, il cui io narrante si presenta così:
 

«Mi chiamo Beth Weeks, e questa mia storia si svolge nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, l’anno che compii quindici anni, l’anno che il mondo andò in frantumi per poi cominciare di nuovo a ricomporsi».

 

Beth vive in una fattoria circondata dalle montagne boscose della British Columbia canadese. Ha una madre sbrigativa nei modi, un po’ persa nel suo mondo, ma capace di quel genere di amore e intelligenza che trova espressione nella concretezza del quotidiano. Un padre autoritario e piuttosto violento nei modi. Un fratello che, pur prendendola spesso in giro, le vuole molto bene e si preoccupa per lei.
È una ragazzina avvezza alla vita spartana della campagna, educata alla fatica e al rispetto delle regole: aiuta la madre nelle mansioni domestiche e obbedisce al padre che la vuole a lavorare nei campi e nella stalla a mungere le vacche. Necessariamente modesta come si conviene a una giovane per bene:

 
«non possedevo gioielli né trucchi o profumi di cui mio padre fosse a conoscenza, a eccezione del bottiglino segreto di profumo alla violetta che tenevo nel tronco cavo…non mi ritenevo bella…ma come facevo io ad avere una pelle morbida e carezzevole quando i calli mi servivano per mungere e spalare letame? Come facevo ad avere labbra lucide se mio padre mi proibiva di mettermi il rossetto? E per chi avrei dovuto farmi bella, poi? I ragazzi erano tutti via, nei campi di addestramento o al fronte…». 

 

La piccola comunità di cui fa parte la famiglia di Beth è costituita da agricoltori e allevatori di bestiame, che vivono in fattorie disseminate nella valle. Il paese più vicino – Promise – è il classico insediamento di campagna. Una strada polverosa che lo attraversa, una bottega in cui si vende di tutto, una chiesa anglicana e una cattolica, una vecchia locanda, lo studio del dottore e quello del notaio, la stazione di polizia e poco altro. A parte il medico e la polizia, nessuno usa automobili per spostarsi, ma cavallo e calesse. Un sentiero conduce alla riserva indiana, territorio proibito a Beth e ai suoi coetanei, perché «giravano voci sulla riserva: si diceva che violentavano le donne e picchiavano i bambini». Ogni tanto, nonostante il divieto del padre di Beth, la vecchia indiana Bertha Moses viene a trovare la madre di Beth, con un codazzo di ragazzine – figlie e nipoti – tutte vestite in modo sgargiante, con i capelli unti di grasso di orso. Beth stringe amicizia con una di loro, Nora, molto più smaliziata e inquieta di lei. Si incontrano di nascosto in una casa sotterranea della riserva. Nora insegna a Beth come indossare il rossetto, come baciare, come comportarsi con i maschi. Meditano di fuggire insieme, via da quel luogo che offre così poco a una ragazza in termini di libertà e divertimento, di andare a Vancouver e di cercarsi un lavoro.

 

Succedono alcuni strani fatti, intanto. Una creatura misteriosa – forse un grizzly - uccide una compagna di scuola di Beth. Un alone di mistero cala sulla morte della giovane, e la paura comincia a diffondersi tra i membri della piccola comunità rurale, tutta pervasa com’è di superstizioni e bigottismo alimentati dalle leggende indiane che parlano dello spirito del Coyote. Si organizzano battute di caccia, le ragazze vengono tenute d’occhio e costantemente esortate dagli adulti a vigilare sui maschi che dovessero incontrare. Nell’immaginario collettivo, il mostro può essere dunque un animale selvatico, ma anche un uomo perverso, o addirittura un’entità non meglio definita, uno spirito assetato di sangue vergine. Beth percepisce spesso una presenza minacciosa aggirarsi intorno alla sua abitazione e nei boschi che è solita frequentare. In lei si insinua crescente la sensazione di essere braccata dal mostro, di essere forse la sua prossima vittima.

 

«Di nuovo lo sentii fra i cespugli, dove il sentiero si allontanava dal ruscello e piegava verso la fattoria. Poteva essere qualsiasi cosa: uno di quegli uomini contri i quali mi metteva sempre in guardia la signora Bell, l’amica di mia madre, perché saltavano addosso alle ragazze nel bosco e facevano loro cose innominabili, oppure un orso impazzito, come quello che aveva ucciso Sarah Kemp appena qualche giorno prima.»

 

Durante un temporale, Beth è colpita da un fulmine: dopo questo incidente, a volte perde sensibilità al braccio destro. Ma soprattutto questo fatto assomiglia a un segno del destino. Nei giorni a seguire, infatti, accadranno molti eventi che la faranno crescere di colpo: dalla scoperta del primo amore all’ammissione che forse, l’uomo cattivo, il mostro, colui che fa male alle fanciulle, vive sotto il suo tetto, e ha sembianze a lei ben conosciute.

“La cura per la morte da fulmine” colpisce per lo spunto di partenza: come anticipato dall’incipit, tutto il romanzo è una sorta di ricostruzione dei fatti basata sul quaderno della madre, una sorta di manuale di sopravvivenza con rimedi per tutti malanni e una quantità di ricette di cucina. E che nel contempo costituisce una sorta di documento storico della famiglia Weeks, poiché la madre di Beth annota a margine gli eventi del giorno, e vi incolla ritagli di giornale.

 

«Per mia madre, quel quaderno era il suo modo per fissare ciò che succedeva, per non dimenticare. Questo libro è lo stesso per me. Nessuno può venirmi a dire che certe cose non accaddero, o che accaddero solo nella fantasia si una ragazzina, poiché i fatti sono lì, in quel quaderno.»

 

 
La scrittura di Gail Andrerson-Dargatz è pervasa da una grazia speciale, specie nella descrizione dei paesaggi e degli eventi naturali, che si tratti del fluire di ruscello o della potenza di un temporale, che metta in scena il parto di una vacca o il movimento dell’erba sferzata dal vento. Vi è grande purezza, nell’io narrante, che si accosta con curiosità rispettosa ai misteri di cui è testimone, che si trova di colpo a dover affrontare la propria iniziazione di donna, scoprendo vieppiù la bellezza della Natura e il suo lato crudele. Due scene in particolare. Quella in cui Beth assiste al pellegrinaggio primaverile delle tartarughe, che attraversano la strada principale che porta a Promise per andare a deporre le uova altrove: 

 

«molti abitanti della valle non si fermavano, anzi frustavano i cavalli spaventati affinché proseguissero su quel tappeto mobile di tartarughe variopinte, i cui gusci venivano schiacciati dagli zoccoli e dalle ruote dei carri e delle poche automobili. (…) Blood Road era disseminata di tartarughe stritolate. Ma la morte non le fermava. Continuavano a giungere a migliaia, inarrestabili, e grazie alla loro tenacia e al numero infinito riuscivano a gettare il seme della generazione successiva. Il sangue della tartarughe inzuppava la strada e si induriva pavimentadola di un rosso brillante»

 

e quella in cui l’io narrante racconta qualcosa che le succede, nottetempo, nel tentativo di rielaborare e nel contempo di rimuovere:

 

«…venne in camera mia e si avvicinò al mio letto, macchia nera e senza volto che di umano aveva solo la forma. Mi staccai da me stessa, scivolando tra i nontiscordadimé dipinti sulla testiera del letto, e assistessi dall’esterno, lasciando tutta la paura e la collera nel mio corpo. Era una notte senza luna e poche stelle brillavano sopra gli alberi neri. La mia camera era nera (…). Grosso, nero, si muoveva sopra di me schiacciandomi, annientandomi, riducendomi a nulla più di una coperta stesa sul letto. Non sentii nulla. Non c’ero. Non mi fece nulla. Quella coperta nera sotto di lui non ero io.»

 

             
Per stile e tematiche affrontate (la descrizione del quotidiano, del paesaggio, della multi-etnicità – e di conseguenza la molteplicità delle tradizioni popolari legate a nativi e coloni) questo romanzo fa parte della produzione letteraria canadese più recente, da qualche anno molto apprezzata e diffusa, e di cui Alice Munro è la rappresentante più acclamata. Peccato che il libro sia fuori catalogo.             

 

La forte componente iniziatica del romanzo mi ha fatto tornare in mente un film di qualche anno fa, “In compagnia dei lupi” di Neil Jordan. Una sorta di rilettura horror della fiaba di Cappuccetto Rosso, il film racconta l’apprendistato alla vita e alla sessualità – tra realtà e magia – di Rosaleen, fanciulla irretita dal fascino dei lupi e del bosco. Con le molte scene dal contenuto simbolico (come quella in cui Rosaleen si arrampica su un albero e in cima scopre un nido di cicogne, in cui trova un rossetto e delle uova che, schiudendosi, rivelano microscopici neonati) “In compagnia dei lupi” racconta il percorso da bambina a donna, in cui la figura maschile riveste sempre un ruolo duplice: amante/principe e nemico/animale.

 

La canzone che propongo, in chiusa, per alleggerire il tutto, contiene nel testo dei versi attinenti a quanto scritto finora:

 

“Ragazza, tu diverrai presto una donna/ Per favore, vieni a prendermi la mano/ Ragazza, tu diverrai presto una donna/ Presto avrai bisogno di un uomo”.

 

“La cura per la morte da fulmine” di Gail Anderson-Dargatz – Arnoldo Mondadori Editore, aprile 2000

“In compagnia dei lupi” di Neil Jordan, 1984

 

“Girl, You'll Be a Woman Soon" di Neil Diamond, 1967. Famosa la versione degli Urge Overkill, inserita nella colonna sonora di “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino