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La gallina di Fabrizio Ottaviani

La gallina di Fabrizio Ottaviani (Watson Edizioni, pp. 232)

Dove si svolge? E quando? Nell'Europa occidentale, è chiaro, in questo secolo o forse nello scorso. Ma non compare nessuna coordinata spazio-temporale. Forse perché, al di là delle mutazioni esteriori meramente contingenti, l’essenza della borghesia europea rimane immutabile. Un’essenza che rivela la propria vacuità nell’emblema della maschera, anzi nella fragilità della maschera male indossata. Una maschera per di più grottesca. Una maschera consunta che fossilizza e riduce il borghese in un attore che improvvisa su un canovaccio privo di originalità, tanto da renderlo una marionetta enfaticamente rispettabile che, tuttavia, rischia di frantumarsi al primo intoppo non previsto nel copione personale. In altri termini, per un borghese parrebbe sufficiente un nonnulla perché, dalle sicurezze fondate sull'ovvio della convenienza, sul rancido del dover essere, sbuchino i rancori più sordidi, le meschinità più inveterate, e perché le laceranti frustrazioni sottaciute si trasformino in un odio viscerale privo di qualsiasi razionalità.

Questo è probabilmente l’assunto alla base del surreale romanzo La Gallina di Fabrizio Ottaviani: basta appunto una gallina introdotta in maniera inspiegabile nella casa di una famiglia altolocata da parte di una vecchia contadina per mettere a nudo le meschinità celate dietro ai sorrisi di facciata, per distruggere il fittizio equilibrio delle sicurezze avite. E non a caso il dono subdolo dell’animale è portato da una donna di campagna, l'unico personaggio non urbano che intromette la natura ripudiata nell'artificio del vivere cittadino. Come a sottolineare un’implicita dicotomia serpeggiante fra una realtà ormai estranea, forse mitizzata, delle statiche ma solide tradizioni agricole - tradizioni forse asfittiche, ottuse, ma in ogni caso legate alla natura -, e la realtà di cartapesta dell'alienazione metropolitana.

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Come nell'Ángel exterminador di Luis Buñuel, allegoria visionaria dell’abietta paralisi della borghesia bloccata nei suoi riti assurdi e nelle sue irrazionalità istituzionalizzate, anche La Gallina di Ottaviani trova la sua forza nella dinamicità dello stallo, del poco che imprigiona e che mette in risalto la ripugnante bizzarria di personaggi presuntuosi ma privi di spessore umano, personaggi il cui ruolo sociale è divenuto una sorta di seconda natura che deturpa lo scorrere della vita e provoca inespressi lamenti incomprensibili, delle sofferenze esistenziali che stridono con il vitalismo interiore.

Ma, a differenza di Buñuel, Ottaviani non intravede per i borghesi l’ombra di una possibile rigenerazione. L’autore – con un sorriso dissacrante – si limita a mostrare e a descrivere, con uno stile sfacciatamente ricercato, una borghesia debole ma sprezzante, pronta a divorarsi con un'ingordigia ingiustificata. Una borghesia che marcia verso una lenta ma inevitabile dissoluzione. Dalla cui tragedia – come asserisce alla fine un personaggio popolare che per anni ha collaborato alla recita ma da subalterno – bisogna prendere le distanze, coscienti della necessità di fuggire da ogni atteggiamento empatico se si cerca di salvaguardare la propria fragile purezza.

Paolo Marati