Recensioni

La strategia della sparizione di Franco Acquaviva

a cura di Guido Michelone

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Il nuovo libro di Franco Acquaviva - cinquantenne poeta, drammaturgo, saggista, critico teatrale, che, dopo il DAMS bolognese, sceglie con il proprio Teatro delle Selve di lavorare sulle rive del lago d'Orta, dirigendo gruppi, workshop, rassegne, stagioni in pacata controtendenza, rispetto a tanta prosopopea istituzionale - arriva a quattro anni da Teatro nelle fibre del corpo: entrambi sono un'incursione nella letteratura in versi, con un imprinting verso una parola traboccante di scena lirica e di spettacolo intimista, benché teatro e poesia restino, di proposito (e per fortuna), due corpi separati nell’arte dell’Autore.

Va subito detto che, come la maggior parte dei libri di poesia italiana contemporanea, Strategia della sparizione è un testo difficile, da leggersi più volte per entrare nella ‘filosofia’ di un Franco Acquaviva che sembra, da un lato attratto dall'esistenzialismo toccante dei poeti ermetici (o a essi più meno vicini, insomma Montale, Luzi, Caproni, in primis), dall'altro memore di una cultura panuniversalista dalle radici arcaiche (viene in mente persino il De Rerum Natura di Lucrezio). Il mondo dell'Autore è anche quello, un po' pascoliano, della flora amica, con boschi, alberi, fiori, piante, che riesce ancora a stupire e dare sollievo, pace, tranquillità, fornendovi addirittura spunti autorevoli sul senso dell'essere, in una dimensione quasi trascendentale, dove il creato, a sua volta, assume la spiritualità di svariate religioni (non tanto il Cantico di San Francesco quanto il buddhismo e lo zen, filtrati dalla laicità dell'uomo moderno).

Franco Acquaviva, nel libro, insomma, riflette soprattutto attorno se stesso, dal tempus fugit alla circolarità del reale, dagli spazi infiniti ai dettagli infinitesimali, che lo riportano alla virale dimensione contemporanea. Molto spesso è un banale pretesto quotidiano a porre l’Autore di fronte ai massimi sistemi, ai quali pone domande importanti, senza darsi risposte esaustive, come invece accade tanti poeti snob o vanitosi. Via via il libro affronta pure temi ‘concreti’ dal logorante spettacolo della vita urbana rispetto verso il mondo animale, dal teatro alla poesia stessa, ma sempre intraprendendo percorsi stilisticamente tortuosi, senza mai facilitare il lettore verso soluzioni facili, banali, appaganti o consolatorie, perché, in fondo, alla fine, Franco Acquaviva resta ben consapevole che la vita è come la poesia: imprevedibile, labile, sovraccarica di gioia e dolore, sorpresa e (in)-felicità.

Post Scriptum: Di solito, nelle recensioni, si inizia con la parafrasi del titolo del libro. Ma qui è già tutto ‘chiaro’, leggendo la quasi omonima poesia Strategia di sparizione, quando per Franco Acquaviva la riconoscibilità appunto di una strategia della sparizione consiste montalianamente in “ciò o in altri termini in “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” detto quasi un secolo fa in Non chiederci la parola da Ossi di seppia.

  Acuqviva-Framnco-in-teatro-nel-ruolo-di-Dino-Campana