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Mentre l’occhio ci annienta – Pietro Pisano

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Dentro la piana della notte
il corpo è il confine
stabilito dal peso della perdita,
qui dove l’essere appartiene
al respiro sottratto delle cose,
non si muoreche per vivere

forse è questo ritrovarsi
nel nudo terrore dell’attimo
disconnessi, domandarsi poi
chi è stato ad arrivare
fin qui. E se in ogni minuto
diventiamo
il fallimento delle parole
nelle parole, perché rimanere
nel calco di questa solitudine
se la domanda è un corpo
gettato nella traduzione
d’una musica idiota?

***

I sintomi si spostano, intrecciandosi
mischiano
notte e disaccordo
di molto
oltre l’orizzonte del dire
vogliono avere ragione,
tutte le mappe dentro sono inutili
e dietro una domanda c’è
un’altra domanda mentre l’occhio
ci annienta.

(Pietro Pisano, “Peso specifico dell’attimo”, Oèdipus, 2020)

Un rapporto stretto tra pensiero razionale e testimonianza insuperabile della realtà oggettiva, nuda come si presenta allo sguardo immediato – letteralmente – in una fase antecedente alla mediazione operata dal filtro dell’intelletto: i versi di Pisano mostrano come rapidamente le contraddizioni del raziocinio, con le sue afflizioni labirintine, si sfaldano, operando un ritorno alla potenza istantanea della percezione sensoriale della realtà, al suo ritratto impietoso – perché difficile da imbrigliare a rielaborazioni soggettive, se non nella mente dell’io.

Gli strumenti del corpo, “dentro la piana della notte” sono “il confine / stabilito dal peso della perdita”, il limite tra sé e altro da sé, ma anche possibilità di connessione tra il proprio essere e il “respiro sottratto delle cose”; la dissociazione tra pensiero e l’esistere puramente nell’attimo è vissuto con stupore terribile, è un “ritrovarsi / nel nudo terrore dell’attimo / disconnessi”, immediatamente seguito da un “domandarsi poi / chi è stato ad arrivare / fin qui” (ecco intervenire la rielaborazione razionale); questo tentare di imprigionare la febbre dell’attimo negli schemi della ragione rende chi opera il tentativo l’incarnazione stessa del “fallimento delle parole / nelle parole”, il “calco” di una “solitudine” che rende lo stesso corpo una “domanda” da non fare e a cui non cercare risposta, per non rischiare che ogni pensiero si riveli una fastidiosa sovrastruttura, “traduzione / d’una musica idiota”.

Nel secondo testo, si torna alla corporalità attraverso “i sintomi” e la loro capacità di spostare, intrecciare, mescolare “notte e disaccordo / di molto / oltre l’orizzonte del dire”: di nuovo la parola viene esposta in tutta la sua insufficienza, e con essa il discernimento razionale che è alla base della nominazione – come ricordava Ramous, un tentativo di negazione della realtà, e non di reale affermazione della stessa, proprio perché si risolve in una sua falsificazione, parziale o completa – ed ecco che tali “sintomi” dell’attimo, aggiungerei, “vogliono avere ragione”, evidenziando l’inutilità di qualsiasi mappa logica o razionale, ridicolizzando ogni domanda del pensiero (“dietro una domanda c’è / un’altra domanda”) mentre l’esperienza autentica restituita dalla vista del mondo, dal viverlo in modo immediato, lo si ribadisce, si traduce in un’esistere intenso, rivelatorio, e non trasmissibile attraverso la nominazione, che ridimensiona fino a farla svanire la percezione del sé, nell’accoglienza completa dell’alterità: “l’occhio / ci annienta”.

Un’intenzione, quella di Pisano, di evidenziare la priorità del gesto istantaneo e del valore prezioso dell’attimo, che trova infine conferma nel titolo della sua silloge d’esordio, “Peso specifico dell’attimo”, da cui i testi sono tratti, attraverso l’utilizzo di un’espressione presa in prestito dal lessico scientifico, il cui corto circuito tra analisi ed esperienza non fa che confermare la necessità di ridimensionare il “potere” della parola di fronte a ciò che tenta di nominare.

  pisano 
 

Mario Famularo