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Non morirete dove siete nati – Isacco Turina

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In cammino

«Non morirete dove siete nati».
Abbiamo inteso la condanna,
la condanna che ci muove.
Cucita nella tasca una preghiera,
dal tronco dell’esilio
corteccia amara stacchiamo ogni giorno.
Con le mani la mangiamo.
Masticata fra i denti la beviamo.
Corteccia amara ci cresce sul viso.
«Signore, non ci vogliono vedere»
«Non come luce, ma come la sabbia
penetrerete nei loro occhi chiusi».
«Sentinella, cosa scorgi nell’alba?»
«Terre senza gente
e carovane in cammino
di gente senza terra»
«Sentinella, quali segni distingui?»
«Il comandante ha i capelli sudati.
L’atlante ha preso fuoco
tra le mani dei miei figli».

(Isacco Turina, “Non come luce”, Terra d’ulivi, “Deserti luoghi”, collana a cura di Giovanni Ibello, 2021)

La poesia ha spesso il terribile dono della serendipità, come ricordava Zanzotto: a volte, nel suo tratteggiare affilato dettagli del nostro esistere nel tempo, non solo banalmente il nostro, ma un tempo dell’uomo in senso esteso, appare quasi come una parola con qualità profetiche, premonitrici; potrebbe essere più ragionevole supporre che il suo collocarsi al di fuori del tempo, pur essendo in grado di descriverlo spesso con accuratezza dolorosa, crea spesso questa sensazione di turbamento, come se la parola poetica fosse in grado di ritrasmettere l’intuizione dell’essere e della rovina, della dissolvenza e del sacro, anche in uno stesso movimento.

È ciò che si potrebbe provare leggendo questi versi di Isacco Turina, in questi giorni di orrore: il cammino di un popolo sradicato che fugge dalla propria terra, dopo secoli, millenni, è ancora un tema di attualità, non riesce a slegarsi dalla natura della nostra specie, costretta a vivere questa “condanna che ci muove” sin dai tempi più antichi, senza che il progresso spirituale, tecnologico o intellettuale sappiano impedirlo o porvi rimedio.

Ed è bene ricordare cosa significhi, non solo da un punto di vista teorico, ma nella carne di chi vive questo assoluto spossessamento, incapace di poter provare completamente il disincanto della perdita, per la gioia di essere, ancora, in vita: una vita che però ammonisce senza pietà (ma è l’uomo, ad essere spietato): “non morirete dove siete nati … dal tronco dell’esilio / corteccia amara stacchiamo ogni giorno”.

Questa amarezza non svanisce silenziosamente con l’identità degli esiliati, ma diventa promessa di revanche ideologica, se pur remota: “non come luce, ma come la sabbia / penetrerete nei loro occhi chiusi”, perché ogni gesto umano comporta responsabilità, e causare afflizione sottomette alla puntuale ricorrenza degli eventi, che con lenta ma ineluttabile precisione costringono ognuno di noi a fare i conti con il peso delle proprie scelte, a subirne lo scacco, a realizzarne il destino.

Non può essere certo questo il vanto dell’intelligenza dell’uomo, il frutto migliore del suo dominio sulla terra, le sue “magnifiche sorti e progressive” – ferisce ancora di più questa ironia a secoli di distanza – se ancora oggi, qualsiasi sia il suo fine ultimo, deve passare attraverso la creazione di “terre senza gente” e “gente senza terra”.

Mario Famularo