Recensioni

NON SEI PORNOGRAFIA AVANTI CRISTO

a cura di Lisa Orlando

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Enea:

L’aridità, la respingeva con tutta l’anima;
languiva nel suo reclusorio di sacerdotessa,
là, dove portò la sua rabbia e l’odio taciuti
dentro i pugni delle mani, e le paure rinserrate nei corpetti.
Lei, che mise un piede su quel mattone
e guardò, al di là del muro, la terra ignota:
dove si fugge in un grembo d’ombra,
si afferrano coltelli, ritualizzati, e la vittima sacrificale
non è che il nostro essere. Lei, che aveva in bocca
parole di fuoco e il fremito della vita nel lampo
verde del suo sguardo, aveva la gola bianca ora,
come un merluzzo morto, e gli occhi fiochi
come un velo di vapore.
Senza toccare il mondo, il respiro intorpidisce,
l’aria si richiude su di noi. Sacerdotessa!
nel dolore sospeso, nel tuo sguardo indifferente,
raccogliesti nelle patere il sangue,
sacrificando perfino il nostro amore.

Amare, ruscellare come acqua,
scrosciare addosso al giorno,
essere strada, qualcosa che cresce,
sfaccettanti sotto un cerchio di luce:
mi sembra di ascoltare la tua voce…
Se solo avessimo potuto farlo insieme,
se solo non avessi avuto paura dei miei abbracci.
Mi chiedo: ora che mai più potrò vederti,
né più fissare gli occhi sulla tua carnalità,
in quale forma potremo stare insieme.
Tu esisti, esisti sempre. Il mondo t’ha eternata come pietra,
scolpita nel marmo, mitizzata sulla tela.
Sei immagine! Condensata, eterna, eppur svanente
al primo tocco del fianco di una mano vera.
Perché così crudele il mondo soddisfa
il nostro desiderio d’immortalità?
Vieni con me, non occorre stare al gioco fino in fondo.
Io, Enea, qui, ti chiedo la mano. Avvicinati. Ascolta.
I tamburi stanno rullando sulla vita.
Spazzano via questo vapore e questo cielo
che ci pende addosso col suo drappeggio azzurro,
soffocante e malsano. Avvicinati alle mie labbra
ancora una volta. La mia bocca sulla tua formano
parole che non conosco. Quando mi baciavi,
avevo il cuore in bocca, tu l’hai carpito per leggerlo;
tu, aruspice. Lasciami come sacrificio al flusso dei tuoi occhi,
all’espansione della coscienza.
Possa respirarti nel tuo sussurro più vero…

Eccolo! Il tuo corpo. Sei qui, sull’erba vuota,
bellezza di Venere in movimento intrisa di luce,
odorante di rosso di sangue.
Ti guardo: frecce di sensazioni mi scoccano dalla spina dorsale;
la tua bellezza carnale mi sveglia.
Quando mi parli sono vivo, quando mi guardi posso scrivere
il mio nome cento volte e altre cento volte ancora.
Ma oggi, nel recinto del tempio di Atena,
l’ombra è caduta su di te, e una luce cinerea
è fiottata giù di sbieco. Sei grigia, sei scarna,
mia fanciulla imprigionata, vestita di rovine.
Partena t’ha dipinto le ciglia, tu le hai abbassate,
là, accanto a un ventaglio di fanciulle in attesa,
sopra un palco da fiera che mostri la tua mercanzia.
Le cosce inguainate in calze di seta, le spalle velate,
i capelli intrecciati nell’edera verde,
i seni offerti attorno a un nastro di scarlatto velluto.
Così ti confeziona il maschio, che ti sceglie poi
– come in un negozio di macelleria –
annusandoti l’aroma della carne.
Selvaggi, spietati, dritti come frecce sulle rosee carni verginali.
Maschi! Così rozzi i loro sensi, non arrivano a guardare
la vergogna sul tuo volto; a sentire il tuo corpo,
foglia tremante sotto la tua veste candida, la veste-sudario.
Dovrei, ora, lanciarmi come loro?, fiutarti?,
alzarti la veste?, squarciarti la bellezza?
Vedere il tuo sangue poi, colare sulla croce.
Il sangue gocciolerà a terra, seppellito dal mio egotismo selvaggio.
No! Non sei un giocattolo color dell’avorio,
non sei pornografia avanti Cristo.
Il pudore bolle e sbatte contro le tue gote.
La tua anima sanguina, sanguina… sulla croce di legno.
E’ un giorno doloroso questo. Il dolore rallenta i passi.
Dovrei venire verso te. Ma mi fermo sulla soglia.
Aspetto un tuo cenno, un invito che provenga dal cuore dei tuoi occhi.
Come stordisce questo tempo dell’amore, mia fragile creatura.
Guardami, sceglimi, prendimi anche tu;
solleva questo volume d’aria che pesa tra di noi.
Le mie mani non riusciranno mai a toccarti la carne inerme.
La pianta dei miei piedi non ti solcherà sul corpo
la marcia funebre della tua identità.
Ti desidero nella tua volontà, nel rossore sulle tue guance.
Ecco, mi stai prendendo la mano ora,
me la stringi, mi conduci nell’angolo più isolato
del recinto del tempio; vicino al lago, vicino all’acqua
illuminata dalla luna, gridarti vorrei: “Mi vuoi, Cassandra?,
i miei baci, le mie carezze…”
Sul tuo corpo di piume e di talco,
quanto grevi possono essere le mani!
Le mie labbra sono sopra le tue labbra ora;
no, non ti bacerò. I tuoi occhi sono chiusi
nell’attesa del mio bacio; raddrizzo le spalle, non ti bacerò.
Ti sei sdraiata sotto la chioma degli ulivi,
ti sei sdraiata sul terreno umido.
Mi hai affidato i tuoi seni, mi hai preso le lunghe dita
posandole sul tuo petto caldo. Mi dispiace, Cassandra,
se non sono riuscito a fare l’amore con te.
Ho avuto troppa paura. Quella stessa paura
che vacillava e s’occultava e s’infiammava,
repentina, nel fondo dei tuoi occhi smeraldo.
Insieme, quella notte, abbiamo sacrificato
l’amplesso tra gli ulivi… per il timore di farci male.
E’ l’amore! Sì, l’amore, che entra nel cuore a puntini d’oro,
e screzia qua e là, e ritaglia e delimita,
come in un quadro di sole sezionante,
la fiamma tremula del tuo sguardo, i tuoi seni,
i tuoi fianchi. L’amore che innalza alla dignità di persona
pure quel fazzoletto di seta ricamata
che un giorno mi donasti,
giacché possiede la memoria di te,
e che ora, anche ora, ho timore di rovinare.

(Tratto dal mio poema “Cassandra”)