Recensioni

Respice finem – Antonio Riccardi

a cura di Mario Famularo 

Anche il Santo lo dice:
dopo il peccato, la natura
– non di uno solo, ma sempre –
sentita la passione senza pudore
e perduto il potere sul corpo
capisce vergognandosi
e si nasconde.

Dice: natura
e poi che se uno, anche uno solo
potesse vivere solo secondo desiderio
comunque sarebbe infelice.

-

Quando tu morirai, io morirò.
Morirò senza dir niente, niente
a nessuno, nessuno.

Respice finem e infatti anch’io
come tutti, senza esclusione
ero un uomo, ma non ero giusto.

(Antonio Riccardi, “Tormenti della cattività”, Garzanti, 2018)

Due testi dove la riflessione esistenziale si focalizza su volontà e desiderio, sulla dimensione individuale e in relazione con l’oggetto del proprio desiderio: testi che appaiono ponderati, misurati, ma da cui in trasparenza si intravede un sentire terribile, bruciante. La raccolta da cui sono tratti si intitola “Tormenti della cattività” – e il titolo è certamente indice delle impressioni appena tratteggiate: il tormento a indicare la pressione interiore tra logica del raziocinio, controllante, e tumulto del sentimento, incontrollabile; la cattività, oltre all’apparente significato di vita condotta in uno stato “non naturale”, imposto, rimanda etimologicamente anche al latino captivitas e captivus, il cui senso originario è quello di “catturato”, “in balia di”, “imprigionato” – e l’allusione sembra essere proprio al “tremendo” emotivo.

I due testi sembrano confermarlo: “sentire la passione” in modo così totalizzante da annientare il “pudore” del pensiero, perdendo “il potere sul corpo” (e dunque quel controllo cui si accennava) sarebbe “il peccato”: subito dopo tale esperienza, “la natura” (e Riccardi lo specifica: “non di uno solo – ma sempre”), “capisce vergognandosi”, prende coscienza del proprio status di “vittima”, di poter solo subire tale bellezza, che la ragione non ha potuto in alcun modo gestire: “e si nasconde”.
E la chiusa, terribile: se “anche uno solo / potesse vivere solo secondo desiderio / comunque sarebbe infelice.” Queste le parole del “Santo”, si badi, quanto di più lontano dal sentire dei sensi, dalla passione incosciente e creaturale, da un vivere “terrestre”: un invito dunque a non credere che il segreto della felicità sia in questo annientarsi di fronte al desiderio; ma per converso questo stesso invito è anche un’affermazione, come si diceva, dello stato di assoluta soggezione di fronte al “sentire la passione”, su cui il lato intellettuale ha solo modo di svolgere considerazioni in un momento precedente, o successivo, persuadendo l’individuo a vergognarsi, a nascondersi.

Il secondo testo sembra sottintendere una relazione talmente viscerale, dove la condivisione del vivere e del sentire tra due individui è talmente capillare e indivisibile, da poter sostenere: “Quando tu morirai, io morirò. / Morirò senza dir niente, niente / a nessuno, nessuno.” Certamente non un pensiero “razionale” (con buona pace dei santi), o forse è semplicemente la lucida presa di coscienza che tale legame esercita una forza maggiore, in un arrendersi alla vita, alla profondità della relazione.
“Respice finem” – “osserva la fine”, per poter dare un giudizio sul processo nel suo insieme, per comprenderlo davvero; giudica un’esistenza solo dopo che essa sarà conclusa – e dunque, riconosciuta la propria natura umana (“anch’io / come tutti, senza esclusione / ero un uomo”), riconosciute le proprie debolezze e i propri limiti (“non ero giusto” e si potrebbe aggiungere, “certo, ero captivus”), nell’ammettere la lucida consapevolezza della propria caduta a fronte della caduta della persona amata, quel “tormento” e quella captivitas assumono il carattere pacificante e liberatorio di una bellezza tremenda; una bellezza che, una volta subita interamente, si raggiunge per diventarne parte, come un frammento impersonale.