Recensioni

Sembrate tutti buoni – Francesca Fiorentin

Disinvoltura

Immagina cosa succede nella mente
di un bimbo di un anno
nel fingersi di trovarsi nel mondo,
di considerare normale essere nella vita.
Diverte gli adulti,
lo trovano buffo impacciato ridicolo,
non ha ancora affinato le possibilità della bugia,
della commedia, della tragedia,
per stare nel mondo
comodo come nella sua casa.
Imparerà fino alla morte
la saggezza, o la follia, di una disinvoltura.

Test sulla vita

Sono certamente responsabile
dei miei sentimenti, ma non li conoscerete.
Non tenete conto delle mie parole,
sono contrarie ai pensieri,
consideratemi ipocrita, devo scoprire
chi quel bacillo abbia ucciso o indebolito,
perché
dal battito cardiaco
dall’aspetto
sembrate tutti buoni.
Il piano è di considerare le parole un defibrillatore,
alcuni non si sveglieranno,
una parte di me soffrirà per i morti
come una bambina, un’altra no.
In altra maniera non si distinguerebbero i vivi dai morti,
la bambina li scambierebbe per vivi
e ne sarebbe contagiata.

9788873414049-0-306-0-75

(Francesca Fiorentin, “Legàmi cedenti ossigeno”, Oèdipus, 2019)

I due testi qui proposti, di Francesca Fiorentin, sono in qualche modo collegati per le suggestioni e il tema che viene trattato, in terza e poi in prima persona: l’innocenza incosciente del bambino, che viene corrotta – per così dire – dalle convenzioni sociali, dalle sovrastrutture umane, deformanti e innaturali, che costringono a filtrare ogni pensiero e ogni impulso attraverso l’avere “affinato le possibilità della bugia, / della commedia, della tragedia, / per stare nel mondo”.

È una “disinvoltura”, suggerisce il titolo e la chiusa del primo testo, questa “saggezza” o “follia” “di considerare normale essere nella vita”, di elaborare, dunque, una autoconsapevolezza razionale del proprio da-sein, al punto di renderlo informazione quotidiana acquisita da non esporre a vaglio critico; di pari passo a tale elaborazione lucida, si sviluppa la perdita di quel quid che “diverte gli adulti”, che trovano il bimbo “buffo impacciato ridicolo”, nel suo essere senza pensare di essere, nel suo “stare” senza “considerare normale” il modo in cui la sua percezione cosciente del sé “sta” – insomma – ciò che appare in antinomia è l’incoscienza innocente dell’infanzia e la lucida e razionale consapevolezza delle sovrastrutture umane, sociali e antropologiche che si sviluppa nel corso della crescita, a discapito di quella vitalità imponente e spontanea, in qualche modo meno “umana” ma più “terrestre”.

Il secondo testo proietta queste istanze attraverso una riflessione in prima persona, dove l’io del testo mostra molte di queste strutture difensive, a protezione del sé e del proprio nucleo di valori e sentimenti – che non a caso viene dichiarato appartenente alla “bambina”: “sono certamente responsabile / dei miei sentimenti, ma non li conoscerete”, inizia, esponendo la frattura tra apparenza e sostanza, e la necessità di apporre un filtro tra ciò che si prova e ciò che si mostra; si chiede di non considerare le “parole”, perché “contrarie ai pensieri”, ma il fine non è semplice ipocrisia, quanto piuttosto un “test” (come ricorda il titolo), per verificare “chi quel bacillo abbia ucciso o indebolito, / perché / dal battito cardiaco / dall’aspetto / sembrate tutti buoni.”

Il linguaggio, applicato per estensione a tutte le convenzioni e alle strutture sociali, rappresenta verosimilmente larga parte di questo “morbo”, o meglio, la sua peculiare caratterizzazione di inautenticità, che consente ai più scaltri (rectius, ai più “disinvolti”) di sembrare empatici, di sembrare “buoni”.

Usando le parole per converso come “un defibrillatore”, “il piano” sembra essere quello di verificare chi sarà in grado di svegliarsi dal sonno mortale di questo esistere senza vivere, imbrigliato nella rete di una società le cui convenzioni vengono avvertite come asfissianti, come indizio di una nevrosi collettiva; “una parte di me soffrirà per i morti / come una bambina, un’altra no”, continua, ribadendo la necessità di tale vaglio per distinguere “i vivi dai morti”, senza correre il rischio che “la bambina” – e dunque quel nucleo più autentico e viscerale – venga contaminata dall’errore di confondere le due categorie, restandone compromessa.

L’immagine che viene restituita è quella di una fitta rete di sovrastrutture disumanizzanti, che ha il potere di corrompere e consumare le rare frazioni di innocenza che alcuni esseri umani hanno conservato, consapevolmente o meno, e cercano di proteggere; leggendo però alternativamente questa impostazione, il messaggio di fondo è quello di un necessario recupero dell’autenticità più intima e spontanea dell’esserci, riferibile alla coscienza “incosciente” dell’infanzia, più prossima al mondo naturale, in un’aspirazione verso un relazionarsi più autentico e incontaminato con i propri simili ed il mondo circostante.

 france 

Mario Famularo