Recensioni

Silvia Comoglio

a cura di Giorgio Galli

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Vi sono scritture di frontiera, che si collocano al confine fra un genere letterario e l’altro -ad esempio al confine fra prosa e poesia- o addirittura al confine fra le arti. E’ il caso di certe scritture di Sebald, che cercano il dialogo con l’immagine e inseriscono fotografie in bianco e nero nel testo. O di certe raccolte di poesie di Silvia Comoglio, che lavorano con la poesia e la musica e costruiscono vere e proprie partiture poetiche. Lo so, il rapporto tra poesia e musica non è un fatto nuovo, ma non lo è in assoluto nessun rapporto fra le arti. La novità di Silvia è nell’esplorare sia poesia che musica come sistemi di puri segni e puri suoni. Così facendo genera uno slancio visionario fatto di ”visioni foniche”.

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La sua scrittura è un matrimonio felice di tenerezza e stringatezza, in un universo dove il ritmo con cui le immagini appaiono e si nascondono costruisce poco alla volta -e di volta in volta- sia l’ambiente sonoro che quello semantico. Silvia scompone il verso e la parola per ricreare sensi nessi e suoni. Dà indicazioni di dinamica e di agogica. La sua scrittura si avvicina alla “scrittura di scena” di Bene, perché avoca a sé tutto ciò che dovrebbe essere il paraverbale per realizzare esattamente tutte le sfumature del sensosuono, per non lasciarle al caso e all’arbitrio. E questo senza perdere di ricchezza, di polisemia, di indeterminatezza. Ma entro più nello specifico. Nelle due raccolte intitolate scacciamosche (puntoacapo, 2017) e sottile, a microchiarore! Joker, 2018) la poetessa anima una ricerca in cui la parola si dà nei suoi valori fonici e il significato non coincide quasi mai col significato verbale, ma si costruisce attraverso associazioni e scontri di suoni all’interno dello psichismo del lettore. Nel secondo libro si serve addirittura della notazione musicale affiancando a ogni testo una nota,o un gruppo di note. Ne deriva una semiosi nuova e sconfinata, l’aprirsi di orizzonti di senso tanto vasti quanto difficili da indagare con gli strumenti dell’analisi. Lungi dall’essere una scrittura istintiva, quella di Silvia è un’operazione consapevole, messa in atto con una spigliata padronanza dei mezzi tecnici della poesia. Ma è difficile dirne qualcosa razionalmente, è difficile dirne qualcosa di diverso da ciò che dice la poesia stessa, perché tutto il processo di significazione avviene su un piano che non ha niente in comune con quello abituale della comunicazione. C’è una rottura totale tra il linguaggio convenzionale e la parola fonica di Silvia. Ciò è evidente soprattutto quando le parole risultano scomposte in elementi primordiali che non coincidono con i loro etimi: parole come “u-signolo” e “che-rubinano”, al posto di “usignolo” e dell’immaginifico verbo “cherubinano”, ricorrono in entrambe le raccolte come pietre di fondazione -o pietre miliari- di un universo fonosimbolico nuovo.

In sottile, a microchiarore! già il titolo -con quel punto esclamativo che genera un grido secco e trattenuto- è un frammento di musica. Ma l’intero lavoro è intessuto su frammenti di musica e rivela al suo interno delle micro-forme musicali -soprattutto la forma ABA tipica del Lied e della canzone. I valori delle note musicali al principio del rigo sembrano suggerire il tono emotivo della composizione e anche il “tempo” di lettura -come dicessero “Allegretto”, “Largo” e così via. C’è un caso, bellissimo, in cui ella lascia il pentagramma vuoto, come ad indicare un “ad libitum” per l’esecutore. E’ curiosa questa meticolosità di indicazioni che rimandano all’atto concreto dell’esecuzione -e al fatto concreto della voce- in una poesia così poco performativa, così mentale e rastremata. La voce a cui Silvia dà queste indicazioni è una voce interiorizzata.

Siamo in presenza di un’originalissima ricerca poetica, che forse è sbagliato anche chiamare ricerca perché la poesia per Silvia sembra un fatto che accade, che s’impone sovrapersonalmente su di lei. Resta da dire che, interiorizzata fino all’estremo, questa non è tuttavia una poesia autarchica. Un principio dialogico è sotteso a tutto il suo dire, c’è un “tu” talvolta espresso, talvolta sottinteso, che è sempre presente. La scienza della parola crea laghi musicali di una severa tenerezza: e sembra che Silvia sia un fiume troppo carico di acqua, bisognosa di un “tu” in cui versarla.