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Succede che ad aprirsi il vuoto grande – Carlo Selan

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ph Dino Ignani

Succede che ad aprirsi il vuoto grande – Carlo Selan

«Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
[…]»*

* È strano poi, anche le parole capitano,
succede che ad aprirsi il vuoto grande, la casa venduta,
dopo anni, dopo trovarsi, l’università,
succede che le cose finiscono, la vita un po’ in fianco, sai,
un po’ distante, è non sapersi più capire.
Manca la voce anche, manca la voglia,
chi ti guarda aspettare la fila
alla cassa di quel supermercato,
il giorno dopo sapeva di pace finalmente, di pace
ancora. Come lavarsi le mani, stavolta,
con gesti lenti e raccolti, senza fretta,
sciacquarsi la faccia prendendo del tempo,
restare nel letto distesi in mutande
confusi, smarriti, non trovare cosa dirsi.

(Carlo Selan, “Nove”, Edizioni volatili, 2020)

Carlo Selan, nel testo qui proposto, si propone di “far dialogare due parti testuali differenti”, partendo dai versi di Mario Benedetti, per proporre una propria rimodulazione degli stessi, mostrando direttamente il filtro attraverso cui le sue parole si ritrasmettono. Potrebbe apparire persino scontato, andando al cuore dell’operazione, sostenere banalmente che ogni autore proponga nel tempo la propria opera attraverso il filtro di un bagaglio culturale di tradizioni “date”, acquisite, più o meno consapevolmente; ma la scelta di Selan non vuole soffermarsi su questo, quanto più sul processo di essere “pensati dai concetti” di riferimento e, nel caso di specie, da quelli provenienti dai versi di Benedetti.

Ciò che ne risulta è una posizione impersonale, lontana dai protagonismi di molta poesia contemporanea – soprattutto degli autori più giovani come lui – dove il focus, più che sull’esperienza lirica o biografica, va a concentrarsi sul procedimento di nominazione del linguaggio poetico, mettendone a nudo le componenti di riferimento e, in particolar modo, l’essere risemantizzati dalle scelte degli autori di formazione.

In tutto questo, se le parole di Selan non nascondono, de facto, le proprie precise scelte stilistiche e contenutistiche, il dialogo diretto con i versi di Benedetti diventa esso stesso elemento formale del testo, in quanto costituente primario che rende ogni altra scelta apparentemente sommessa, nei toni, ma proprio per questo più persistente nel lettore, attraverso la lente di incremento fornita dalle corrispondenze del dialogo proposto.

E così i “prati guardati senza dire niente” sono amplificati nell’ “aprirsi il vuoto grande”, nel “succede che le cose finiscono”, nel “non trovare cosa dirsi”; lo “Sta solo fermo nella tosse. / Un po’ prende le mani e le mette sul comodino / per bere il bicchiere di acqua comprata” diventa gesto in cui si identificano e ritrasmettono innumerevoli “gesti lenti e raccolti”, il “lavarsi le mani”, lo “sciacquarsi la faccia”, che richiamano altre forme di “acqua comprata”; le “tante cose fatte in tutti i giorni” si irradiano in quel “dopo anni, dopo trovarsi, l’università”, nella “fila / alla cassa di quel supermercato”.

Al di là di queste suggestioni, il collegamento più essenziale sottende alla precarietà dell’io del testo, alla provvisorietà della sua percezione dell’esistere che si rispecchia nei gesti minimi, nelle cose quotidiane che avvengono ciclicamente, ostinatamente, insensatamente, fino a svanire, fino a quando “le cose finiscono”, lasciando un senso di smarrimento e di distanza, che va dal guardare i prati “senza dire niente” di Benedetti al “non sapersi più capire” in cui “manca la voglia”, per “restare nel letto distesi in mutante / confusi, smarriti, non trovare cosa dirsi” di Carlo Selan.

Ed è un interessante cortocircuito logico constatare come un collegamento così saldo con la tradizione di riferimento avvenga proprio attraverso la coscienza della provvisorietà delle cose, dell’uomo e della sua esperienza, nella percezione dello sgretolarsi del senso; ad evidenziare, al di là di ogni operazione formale, un potente rimando alla costanza della transitorietà delle cose, una “permanente impermanenza”, quasi a orientare una prospettiva di senso nel collegamento, umano prima che testuale, con l’altro-da-sé, con attitudine ricettiva e accogliente, attitudine che la parola di Selan non può che riconsegnare al lettore come chiave di prospettiva e di significato.

Mario Famularo