Recensioni

Toma, o della Vitalità

                                             

Quando alcuni autori, soprattutto poeti, abbandonano il pianeta talvolta entrano di prepotenza nell’agiografia, e difficilmente chi ne scrive o ne parla riesce a scrostarne via patine assodate nel tempo: Leopardi era un inguaribile pessimista, la Merini una martire della psichiatria.

Nel suo piccolo, per quanto mi riguarda per niente piccolo, Salvatore Toma è stato per anni abbandonato e dimenticato, e quando nel 1999 la meritoria opera di recupero di Maria Corti ha fatto sì che venisse proposta una antologia postuma nientemeno che per la collana bianca della Einaudi, denominata “Canzoniere della morte” (ma nessuna raccolta dell’autore pugliese riporta tale titolo), l’impronta data all’immagine del poeta di Maglie, è stata inevitabilmente quella del poeta maledetto, i cui temi principali erano la centralità della morte e l’esaltazione dell’alcol; non ha poi aiutato l’errata diffusione – diffusa e cavalcata dall’antologia einaudiana – di una morte per suicidio addirittura per coma etilico (tutto falso).

Ora per Musicaos Editore vengono finalmente a più di trent’anni dalla morte (Toma muore a soli trentacinque anni, nel 1987) riproposte in un unico volume e per la prima volta, tutte le poesie pubblicate in volume, e che coinvolgono un arco di tempo che va dal 1970 al 1983, corredate da interessanti e preziosi interventi critici di Ala, Antonazzo, Cudazzo e Giorgio, e con la cura di Luciano Pagano, sotto il semplice titolo di “Poesie”.

Di Toma ciò che colpisce immediatamente è la facilità nella costruzione del verso, l’impronta chiara, i temi riconoscibili, la sua irrisione costante della società e del perbenismo, la vena polemica (godibilissimi i versi dedicati – con nome e cognome in bella vista – al poeta Cucchi, colpevole di non aver mai scelto, ripetutamente, i versi del poeta salentino per le antologie che allora curava).

Toma ha degli argomenti cardine che gli stanno a cuore più di tutto, e fra questi non c’è la morte, ma la vita, i suoi componimenti infatti sprizzano energia e vitalità quanto quelli di Leopardi (più volte citato e idolatrato apertamente da Toma) erano carichi di sentimento e di voglia di vivere (al di là di quello che per decenni ha tentato di farci credere la scuola italiana).

Toma è sicuramente un anticipatore rispetto ai suoi tempi: animalista convinto (tanto che, insolitamente, in almeno un paio di poesie, condanna non solo la caccia e la vivisezione, ma anche la pratica abortiva), appartato, non è certo poeta che poteva far tendenza o creare proseliti, non coltiva i giri di parole (“Io sono morto/ per la vostra presenza”) e rifugge qualsiasi pratica perbenista.

Le sue poesie sono abitate non solo da animali (che cerca in tutti i modi di proteggere dagli uomini, e che preferisce a quest’ultimi), ma da una vegetazione rigogliosa, dove coltivare – anche in modo brusco, a tratti quasi antifemminista – amori che possano condurre a un ritorno al primitivo, all’essenza dei sentimenti, alla base del sentire.

Indubbio che sia presente anche la famosa nota che lo ha etichettato come cantore della morte, una nota (auto)distruttiva (“esprimi un desiderio:/ io vorrei/ una grande esplosione”) che è solo eccesso di vitalità, impazienza, fame dell’affamato.

Ci auguriamo che sfruttando finalmente la meritoria opera di pubblicazione integrale della sua opera, molti possano scoprire e leggere un poeta che risulta necessario per chi vuole comprendere la poesia italiana della seconda metà del Novecento, e apprezzarne la sua passione e carnalità, al netto delle etichette attribuite dal tempo.

Concludo citando una poesia di Toma che negli anni, dopo aver adorato il Canzoniere della morte, ho sempre automaticamente collegato a una poesia di Samuel Beckett (“Cascando”), e che ho considerato fin dalla prima lettura come l’esempio massimo di quanto perfino la cattiveria, l’abbandono di un amore, possa diventare materia nobile, poesia:

Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.

(Giuseppe Rizza)