Recensioni

Triumph, la sconfitta della vittoria

Dove c’è narrazione c’è vita, potrebbe dire il saggio.

Potrebbe dire anche che la narrazione è il vero profeta di questi tempi.
Se ne evincerebbe che solo dove c’è racconto c’è significato.

Così almeno nell’arte.
Aleksandra Mir, con Triumph, fino al 31 Marzo a Prato, accatasta più di duemila narrazioni in una delle grandi sale del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci del capoluogo toscano.
In un museo che già normalmente ospita Ghirri, Fontana, Mimmo Paladino e molti altri, l’artista nata in Polonia non sfigura, anzi ne arricchisce l’offerta.
Narrazioni quelle della Mir che bisbigliano una accanto all’altra, simili nelle loro sorti, ma anche estremamente distanti.
Durante un suo soggiorno a Palermo fra il 2005 e il 2010, l’artista con base a Londra, ha raccolto 2529 trofei, tutti amatoriali.

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Pubblicando un annuncio su Il giornale di Sicilia, ha offerto cinque euro per ogni trofeo, i primi risalenti agli anni ’40.
Ogni coppa una storia.
Girare nella sala attorniato da tutti questi luccichii finti e ormai tramortiti dal tempo che passa, immaginando tutte le storie che stanno dietro a queste coppe è un esercizio che potrebbe durare diverse svariate decine di minuti.
E allora ci si perde ad ammirare forme e riproduzioni improbabili (la trota all’amo, i ballerini stilizzati, il pallone di calcio ormai arrugginito), così come i sabato mattina e le domeniche pomeridiane imprigionate dentro questo falso lucore, nonché i nomi dei paesini siciliani del nisseno o del trapanese, le gare di bowling e quelle di tennis, tutte queste vittorie diventate incomparabili sconfitte, ma tutte in fondo ancora vivide nella memoria di chi le ha raggiunte.

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Perché se questi trofei sono stati venduti per due spicci il sospetto è che il problema non sia solo di ottimizzazione degli spazi delle cantine o di allergia agli acari, ma proprio di vividezza del ricordo.
Sbarazzarsi di una vittoria che è impressa nella memoria, ma che deve fare i conti con una pellicola che invece non per niente scadente: quella del tempo inesorabile.

“3° class consolazione femm” recita una targa a caso, poco distante un memorial “Gaetano Scirea” si confonde in un trionfo di gioventù letteralmente bruciata, che è anche il regno del kitsch, uno stile, quello sì, che a quanto pare non passa mai di moda. 

La Mir racconta di gente che è disposta pur di liberarsi dell’ingombro di portare i trofei direttamente allo studio dell’artista, così come la curiosità della stessa è tanta nel raggiungere le mete del ritiro ed entrare nei racconti delle persone: la mamma che si disfa delle coppe del figlio ormai morto, l’uomo che non riesce a sopportare la constatazione di un tempo che ormai è troppo lontano, ma ancora troppo nitido.

Occultare definitivamente il passato guadagnandoci il prezzo di una pizza margherita.
Anche questa in fondo, è arte.

testo e immagini di Giuseppe Rizza

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